Tullia Zevi è uno dei personaggi più noti e autorevoli dell'ebraismo italiano. Non ama le interviste: da ex giornalista preferisce farle. Tuttavia ha accettato di raccontarsi in un'intervista pubblicata nel recentissimo volume "Donne ebree", edito da Com Nuovi Tempi. Ve ne proponiamo qualche passaggio.
"Penso alle speranze del '46 e allora mi rattristo molto... Mi pare sia un momento di grandi pericoli e di grande angoscia, che quindi richiede grande vigilanza. Incombono tempi di grande responsabilità". Nel guardare l'attuale scenario politico Tullia Zevi non ha dubbi, è decisa e preoccupata: "Responsabilità prosegue soprattutto per chi continua a credere in certi valori. Giustizia e Libertà, ecco, per me i valori rimangono quelli del socialismo liberale, di una democrazia sinceramente riformista. In nome di questi valori vale ancora oggi dire di no a certe cose e affermare con forza la legittimità di altre".
I capelli bianchi e l'indubbia abilità politica non hanno messo la Signora per antonomasia dell'ebraismo italiano al riparo da polemiche anche aspre. Proprio la grande attenzione alle vicende politiche d'Italia e d'Israele ha reso a volte Tullia Zevi oggetto di critica da parte ebraica, le si è rimproverata una laicità eccessiva ed una distanza dalla declinazione più religiosa dell'ebraismo. Eppure proprio il rigore di una certa educazione borghese, un'infanzia e un'adolescenza cresciute nella Milano dei circoli antifascisti, il senso di una responsabilità morale verso la società circostante rientrano a pieno nella tradizione ebraica italiana. "Storicamente sostiene la Zevi riflettendo proprio sul ruolo dell'identità ebraica oggi abbiamo affermato il diritto delle minoranze ad esistere. Nella trasformazione di una società da omogenea a multietnica noi abbiamo dei doveri. Abbiamo duemila anni di esperienza da poter spendere a tutela, per esempio, di un'immigrazione legale che garantisca il diritto al lavoro e faciliti l'integrazione perché, il fenomeno dell'immigrazione in sé è inarrestabile. La fuga dalla miseria e dall'intolleranza, la ricerca di migliori condizioni di vita sono fatti che proprio gli ebrei conoscono bene. L'identità ebraica italiana oggi è molto cambiata. Alcuni anni fa non c'era questa osservanza delle mitzwoth (i precetti ebraici ndr) che sta diventando caratterizzante nella vita comunitaria. C'era un senso di comunità pluralista dalla quale potevi uscire e rientrare. Oggi gli ebrei sono più colti e più osservanti. E nella società circostante si avverte una sorta di fascino dell'ebraismo". (...)
Tullia Zevi è stata per un ventennio, prima come vicepresidente poi come presidente, alla guida dell'Unione delle comunità ebraiche italiane: ha ricoperto incarichi internazionali di rilievo, è stata corrispondente dall'Italia e inviata di testate americane, inglesi e israeliane. Ha collaborato all'Espresso e alla Voce Repubblicana. Oggi è membro del Comitato nazionale per la bioetica e della Commissione italiana dell'Unesco. Ha fatto parte della Commissione governativa d'inchiesta sui comportamenti del contingente italiano nella missione dell'Onu in Somalia. Per raccontarne la vita, gli incontri, i lavori, sarebbe necessario un libro che in molti le hanno chiesto di scrivere. Ma lei, per adesso, si sottrae. (...)
La Zevi racconta il mestiere, la famiglia, la politica ma su tutto inesorabilmente intrecciata sovrasta l'esperienza ebraica. I ricordi dell'adolescenza sono quelli di "una partenza senza addii" quando, all'indomani delle Leggi Razziali, il padre noto avvocato milanese raggiunge la famiglia che si trovava in Svizzera per le vacanze, e annuncia "non torniamo più in Italia". Dalla Svizzera a Parigi. Poi di nuovo in fuga, con l'ultima nave che lascia la Francia prima dell'occupazione nazista. Poi l'America, la fatica di sbarcare il lunario (...).
L'incontro con Bruno Zevi, ad un seder (la cena rituale che si celebra in occasione della Pasqua ebraica ndr) in casa Modigliani. "Lui sosteneva che quando mi ha vista entrare ha pensato questa è mia moglie. Io non l'ho pensato, ma poi l'ho sposato. Evidentemente c'era un minimo di identità di vedute". Si sposeranno pochi mesi dopo nella sinagoga spagnola di New York. C'era la guerra, "la sensazione di precarietà". L'azione antifascista, Gaetano Salvemini e la Mazzini Society, i Nuovi Quaderni di Giustizia e Libertà. "Ho imparato tanto in America e la vernice di ragazza italiana di buona famiglia con un destino prestabilito si è presto consumata". L'inizio per caso e per necessità del lavoro a una radio locale italoamericana e nei programmi a onde corte per l'Italia della Nbc. La fine della guerra, il rientro in Europa, le prime corrispondenze per l'America dal processo di Norimberga.
"Non rimpiango di non aver fatto l'arpista come avevo cominciato a fare in America suonando in chiese, sinagoghe, nell'orchestra dei giovani di Boston e nella New York City Sinphony di New York. Non faceva per me. Volevo vedere il mondo dopo quello che era successo. Dopo la Shoà volevo stare più vicino alla vita e all'Europa. Il giornalismo è un mestiere cotto e mangiato, si scrive sull'acqua. Però è interessante, si vede molto e si impara molto. Quando facevo l'inviata speciale, c'era solo il telex. Era veramente scomodissimo. Adesso spiega in una rapida spola tra passato e presente si manda tutto per Internet. Le doti che deve avere un buon giornalista sono l'intuito e la capacità di ascoltare e di capire in fretta. I limiti del giornalismo oggi sono quelli dettati dalla brevità. Ricordo i miei primi pezzi: un'inchiesta sulla mafia era di migliaia di parole. Erano quasi dei saggi. Adesso è tutto diverso, ti chiedono massimo 300 parole, un paio di cartelle! È vero che uno diventa più incisivo, ma tutto avviene all'insegna della fretta. Viviamo in tempi telematici. La gente è più informata ma più superficialmente. Forse è un lavoro in via di estinzione. Certo l'alone romantico del raccontare le cose da un posto lontano non c'è più. Il velo è strappato. È l'evoluzione, non so se sia il progresso".
L'analisi si intreccia ai ricordi, l'impegno al mestiere: i figli, i tempi che cambiano e costringono a cambiare.
"È la curiosità che consente di scavare al di là delle verità precostituite e delle apparenze. In quello che si scrive si riverberano inevitabilmente le proprie idee, i propri sentimenti e le proprie rabbie. Anche nelle questioni del Medio Oriente non ho esitato a esercitare la curiosità. Per esempio il mio incontro con il re Hussein di Giordania, nel lontano 1970, subito dopo il Settembre Nero e l'espulsione dell'Olp. Gli avevo fatto sapere che ero ebrea e che l'intervista sarebbe uscita sia sull'Espresso che sul Maariv, un quotidiano israeliano. Evidentemente la cosa lo interessava, così malgrado ci fosse una lunga lista d'attesa di giornalisti, mi concesse subito l'intervista. Parlammo per più di un'ora...".
In quegli stessi anni anche l'Italia stava cambiando: la diffusione del benessere dopo il boom economico degli anni sessanta, l'impeto di mutamento che dalle piazze occupate da studenti e operai saliva e squassava insieme le stanze del potere e le abitudini mentali e sociali. Era il movimento degli studenti, iniziò nel 1968 e durò anni. "I miei figli c'erano dentro fino al collo e non posso dire di essermi divertita. Però capivo perché contestavano. Il crollo dei valori privati, l'inizio della liberazione sessuale, l'emancipazione delle donne. Tutte cose sconvolgenti". (...)
La famiglia e l'ebraismo avviano alla conclusione: guardando, ebraicamente, al futuro.
"I miei nipoti hanno una coscienza ebraica più forte della mia. Mio nipote Tobia, dopo il Bar Mitzwà (il raggiungimento della maggior età religiosa ebraica ndr) ha seguito e segue ancora dei corsi di approfondimento. A casa di mio figlio Luca si osserva lo shabbath (il sabato ebraico, giorno dedicato al riposo e alla famiglia ndr). Ci tengono molto e anch'io con loro, in fondo. Nella mia famiglia direi che la coscienza ebraica nella terza generazione si è rafforzata". (...)
L'intervista è conclusa ma nel frattempo il mondo è cambiato. L'attacco alle Due Torri a New York, al Pentagono a Washington, la guerra in Afghanistan apparentemente ineludibile, la minaccia di attentati con armi chimiche e batteriologiche. Un'ultima, inevitabile osservazione si impone insieme ad un'ultima angosciata domanda: e ora? Tullia Zevi ci pensa un po': "Oggi? aggiunge, lei stessa interrogativa. Viviamo tempi di sconvolgimenti epocali, eventi che non riusciamo a decifrare, previsioni che non osiamo arrischiare".
(intervista di Lia Tagliacozzo)
Il testo integrale dell'intervista è pubblicato in Donne ebree, a cura di Pupa Garribba, edizione Com Nuovi Tempi, 2001.