Assassinati perché zingari askalja

Quattro uomini fuggiti dalle loro case allo scoppio del conflitto in Kosovo ritornano a Dosevac, il loro villaggio, per ricostruire gli alloggi, preparare l'arrivo delle loro famiglie. L'Acnur è d'accordo. Ma qualcuno pensa che una "normalizzazione" non s'ha da fare, che la purezza "etnica" va difesa. Anche se costa nuovi massacri.

È ormai passato un anno dal primo contatto di "Semi di Pace" con il Kosovo ed il nostro progetto, come molti altri, giunge ormai se non alla sua fine almeno alla conclusione di un primo decisivo periodo. Per tutti noi che vi abbiamo lavorato è il tempo della riflessione e del progettare possibili scenari di futuro. Tirare bilanci non è semplice: i processi educativi necessitano di tempi lunghi e, come indica il nome che ci siamo dati, noi ci consideriamo solo come coloro che tentano, con mano molto incerta, di gettare un seme. In questi mesi abbiamo aiutato un certo numero di operatori, che lavorano tutti i giorni nei centri comunitari, accompagnandoli lungo un percorso studiato per far crescere la loro capacità di educare in modo non autoritario, di educare all'accettazione dell'altro e degli altri, alla gestione non violenta dei conflitti e alla democrazia. Lungo questo cammino abbiamo cercato - e trovato - l'aiuto di molti amici: gli insegnanti della Scuola della pace di Nevè Shalom-Wahat as Salam e quelli dell'Università di Milano, gli operatori del Consorzio italiano di solidarietà ed i kosovari che ci hanno accolto in amicizia. Molto abbiamo camminato, molto abbiamo imparato.

Ed ora?
Costruire la pace è molto più difficile e richiede molto più tempo che ricostruire i tetti delle case che la guerra ha distrutto. Eppure ricostruire un tetto, per sé e per la propria famiglia, è indispensabile per vivere la pace in dignità. Per aver cercato di recuperare questa perduta dignità Hijzer e Ibush Ahmeti (uno aveva solo sedici anni), Istret Bajrami e Agron Mehmeti sono stati assassinati a colpi di arma da fuoco e poi sgozzati nella tenda che avevano drizzato davanti alle rovine della loro casa a Dosevac. I quattro zingari askalija, dunque di lingua albanese, fuggiti dal loro villaggio durante la guerra e rifugiati a Fushe Kosova/Kosovo Polje erano rientrati da appena quarantotto ore per ricostruire, in accordo con l'Acnur (l'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati), le case che avevano abbandonato e nelle quali avrebbero dovuto essere poi raggiunti dalle loro famiglie. I vicini albanesi, con i quali avevano convissuto per tutta la loro vita, erano favorevoli a questo rientro ma qualcuno, non si sa ancora chi e forse non lo si saprà mai, ha deciso che i risultati della pulizia etnica non debbano essere messi in discussione. Il messaggio è drammaticamente chiaro ed ora occorrerà molto tempo prima che i membri di una qualsiasi minoranza (anche albanese, là dove questa etnia è minoritaria) tornino a pensare ad un possibile rientro. In Kosovo, ad un anno e mezzo dalla guerra e nonostante la presenza di oltre cinquantamila militari, si può ancora morire per aver osato superare confini che nessuna carta riporta ma che sono ben più reali di quelli che si trovano descritti negli accordi di cessate il fuoco. Nonostante tutto questo sembra che i governi europei siano unanimi nell'affermare che ormai il paese è uscito dall'emergenza e che è dunque arrivato il momento di portare a termine i progetti di rientro delle minoranze che, fuggite durante il conflitto, ancora si trovano entro i confini degli stati che le hanno accolte. I rapidi e positivi cambiamenti politici che interessano l'area balcanica, ed in particolare la Serbia di Vojislav Kostunica, sembrano affascinare i governanti occidentali al punto da spingerli a non vedere una realtà che pure è sotto gli occhi di tutti. Nessuno è più sordo di chi non vuol sentire e il rumore degli spari che hanno ucciso quattro zingari in un remoto villaggio del Kosovo sembra destinato a non raggiungere le orecchie di quanti parlano di solidarietà e di diritti umani, ma poi prendono le proprie decisioni sulla base dei sondaggi d'opinione. Gli zingari, come anche gli albanesi, i kurdi ed ogni altra categoria di rifugiati, profughi, immigrati - siano essi clandestini o muniti di un regolare permesso - non solo non votano ma possono far perdere voti, e tanto basta.
Che sia giunto il tempo, dopo "Semi di Pace in Kosovo", di inventarci anche un "Semi di Pace" in Italia?

Raffaello Zini