Dialogo delle dottrine, dialogo delle istituzioni, dialogo delle persone. In una società pluralista e complessa, per l'ex presidente delle Acli, la chiave del rapporto con l'islam sta appunto nel dialogo. La scuola offre un grande campo di lavoro e sperimentazione. Il nodo dell'ora di religione.
Nell'ultimo decennio la questione islamica è stata affrontata in approcci di tipo militare, con l'indicazione di una "frontiera mediterranea" da presidiare ad ogni costo, di tipo poliziesco con la predisposizione di restrizioni varie agli ingressi in Europa e, per l'Italia, con il protrarsi dell'inammissibile ritardo nella definizione della legge sul diritto d'asilo; e ancora con posizioni di tipo vagamente xenofobo con una molteplicità di impulsi volti comunque ad arginare l'immigrazione o comunque a dirottarla nell'orto del vicino, come avverrebbe nel caso della ventilata adozione di una regionalizzazione dei flussi d'ingresso.
È sacrosanto reclamare che nei paesi islamici cessino persecuzioni e discriminazioni verso i cristiani. Ma non si può ragionare come se comportamenti di questo genere fossero accettabili in paesi dove le regole sono democratiche e la garanzia dei diritti vale per tutti. La spirale della demonizzazione dell'interlocutore/avversario non porta mai buoni frutti. Comprendere la situazione, analizzarla e trovare le vie più ragionevoli di soluzione è certamente impresa più ardua, ma è l'unica che porta a risultati positivi.
Il dialogo delle dottrine
Chi si fosse trovato il pomeriggio del 6 maggio 2000 a Roma, all'ingresso dell'Università Gregoriana, avrebbe avuto la sorpresa di veder sfilare preti e vescovi cattolici insieme con numerosi imam musulmani. Erano i partecipanti al convegno su "Europa e Islam" promosso dall'Università di Firenze in collaborazione con la Lega delle università islamiche, con la Gregoriana, la Lateranense e la "Tor Vergata". Scena non dissimile, laguna a parte, il 29 maggio all'Isola di San Giorgio a Venezia dove, per impulso della Fondazione Cini, si è discusso su: "Quale Dio per quale Umanità. Le religioni del Mediterraneo interrogano se stesse", con il concorso di islamici, ebrei e cristiani di diverse confessioni. Sono episodi di un colloquio di arduo svolgimento perché il punto di partenza è la contrapposizione radicale, persino militare, delle tre religioni, con un retaggio di esclusioni, risentimenti, lutti e castighi talmente intrecciati da presentarsi come inestricabili.
Sono i primi passi dopo la profezia dei viaggi compiuti da Giovanni Paolo II in Terra Santa con l'intenzione dichiarata di ristabilire un contatto tra coloro che credono nell'unico Dio di Abramo e come tali sono destinatari della "terra di una nuova promessa", intesa non come un luogo da conquistare ma come una speranza di pace da alimentare tra fratelli di pari dignità.
Dai confronti teologici il massimo risultato auspicabile non è mai la risoluzione del problema, perché non è data l'ipotesi di una conversione dell'una all'altra dottrina. Si può invece puntare ragionevolmente su una presentazione onesta delle posizioni in modo da favorire la comprensione dei reciproci punti di vista e, nel caso del rapporto tra islam e cristianesimo, da affrontare nel modo migliore gli appuntamenti e le sfide di una nuova prova voluta dalla storia.
Là dove la conquista ha seminato la paura del diverso fino all'islamofobia occorrerà rileggerne la storia per depurarla dalle reazioni irrazionali e totalmente negative. Là dove perdura l'eredità coloniale occorrerà fuoruscire dalla gabbia dell'assimilazione forzata e recuperare il rispetto autentico delle minoranze, un campo in cui gli europei non espongono livelli di eccellenza, modellando sistemi giuridici accettabili per tutti. Là dove s'è dispiegata l'esperienza mediterranea, punto di convergenza di tre continenti con apertura su un quarto, occorre mettere nel massimo valore le potenzialità di una convivenza che non tende all'uniformità ma compone le diversità nell'unità di un mosaico in cui ogni tessera ha un significato.
Il dialogo delle istituzioni
Se si intuisce facilmente che il dialogo dottrinale può produrre frutti solo in un consistente arco di tempo, che cosa ci si può aspettare dallo svolgimento del tema per via politico-istituzionale? L'obbiettivo massimo perseguibile in questo campo è quello di un modus vivendi non più tra due entità religiose ma tra un'entità religiosa ed una comunità politica. Dove un presupposto è che l'entità politica, lo stato, non porti di suo all'appuntamento una impostazione "confessionale" derivata da una fede religiosa o da un'ideologia; in altri termini che abbia una configurazione laica e quindi garantista rispetto alle opzioni delle coscienze liberamente determinate. E l'altro presupposto è che la confessione religiosa che ricerca o accetta l'accordo non pretenda di sovrapporre una propria peculiare visione del mondo a quella che si esprime negli ambiti delle libertà democratiche; e quindi accetti di convivere con altre opzioni religiose avendo la certezza che nessuna di queste avrà titolo per affermare una supremazia.
La cornice dentro la quale si inscrive il sistema delle Intese istituzionali si è delineata con fatica nel confronto sui diritti umani e le libertà fondamentali che ha caratterizzato la fase terminale della guerra fredda ed ha portato, nel 1975, alla sottoscrizione dell'"Atto finale" di Helsinki da parte di rappresentanti di regimi democratici e di regimi totalitari, tutti convergenti su un'unica piattaforma di salvaguardia della sicurezza, di promozione della cooperazione e di tutela dei diritti umani. Successivamente implementata con il concorso di soggetti in un primo tempo estranei o almeno diffidenti, come i paesi della sponda sud del Mediterraneo e del Medio Oriente, essa è diventata la fonte d'ispirazione di altri testi di riferimento, come la Dichiarazione di Barcellona del 1995, aperta sullo scenario di una "partnership euro-mediterranea" tanto affascinante quanto lenta a decollare, ma comunque impegnata nel tentativo di far convivere fruttuosamente culture di matrice occidentale, in senso lato cristiane, e culture di più evidente derivazione islamica.
Ostacoli, incomprensioni e chiusure hanno impedito finora di dare spessore alle opere della partnership, così sterilizzando almeno in parte lo storico "vantaggio mediterraneo" che qualifica in questa regione i rapporti interreligiosi. E tuttavia non sembra esservi alternativa plausibile se non quella della conferma dell'impegno "a contrastare minacce alla sicurezza quali le violazioni dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali. Inclusa la libertà di pensiero, coscienza, religione o credo, nonché manifestazioni di intolleranza, nazionalismo aggressivo, razzismo, sciovinismo, xenofobia e antisemitismo", come si legge nella "Carta per la sicurezza europea" varata dall'Osce a Istanbul nel novembre 1999. Il documento è importante anche per il rilievo che riconosce alla necessità di tutelare tutte le minoranze etniche, culturali, linguistiche e religiose da ogni violenza, in modo da veder preservata l'identità di ciascuna di esse all'interno di comunità nazionali fondate sullo "stato di diritto".
Il dialogo delle persone
La ricerca razionale deve cedere il passo all'esperienza esistenziale. I protagonisti non sono più le confessioni religiose e le istituzioni statali ma le persone che vivono nelle famiglie, si insediano nelle città, si innestano nelle scuole, si moltiplicano in nuove unioni. E i punti di intersezione si riproducono all'infinito: dalle stazioni ai marciapiedi, dai giardini pubblici ai ricoveri di fortuna, dai centri d'ascolto delle Caritas alle "giornate dei popoli" delle parrocchie, comprese quelle delle regioni in apparenza meno disponibili al dialogo.
Pur potendo vantare, storicamente e culturalmente, una densità di immigrazioni che non teme confronti, l'Italia si trova di fronte a un fenomeno col quale stenta a trovare un rapporto stabile e definito. Anche nel campo più motivato della solidarietà le propensioni sono diverse: per alcuni basta elargire un'offerta una tantum, per altri occorre aggiungere un posto a tavola. Ma non basta. Occorre comprendere che la globalizzazione non è solo quella dei mercati, ma anche quella dei popoli e delle religioni.
Conoscere l'altro, le sue ragioni, i suoi costumi, le sue preferenze non è solo un buon consiglio per chi si reca da turista all'estero; è anche un'esigenza interna di chi voglia accogliere nel modo più appropriato quanti, per scelta o per necessità, si trasformano in coinquilini.
C'è coscienza delle implicazioni di questo problema? Certamente sì, nell'impianto teorico. Ma non si avverte ancora la presenza di un "movimento" in grado di attrarre attenzione e di produrre proposte ed esperienze di larga scala. La partecipazione alla vita scolastica di un numero crescente di bambini e ragazzi di famiglie immigrate rappresenta già di per sé un'opportunità di conoscenza e di arricchimento, se quelle diversità sono intese e vissute come realtà feriali della società contemporanea. Ciò comporta qualche correzione della scuola per almeno due aspetti.
Il primo riguarda l'insegnamento della storia che deve sempre meglio e più esplicitamente narrare le vicende comuni di tutti i ceppi di appartenenza e dunque non può limitarsi, nel caso dell'islam, a quelle della sponda settentrionale del Mediterraneo, con esiti, per l'altra, di deformazione se non proprio di "discriminazione religiosa", come si è lamentato da parte islamica anche per l'Italia.
Il secondo campo di rettifica è quello dell'insegnamento della religione. Pensato in un contesto nel quale esisteva ancora la "religione di stato" e perfezionato dopo il nuovo Concordato in modi rispettosi per la libertà di scelta, l'insegnamento della religione cattolica nelle scuole, pur non ponendosi come catechismo, mantiene a tutt'oggi un carattere dichiaratamente confessionale che esclude, per ciò stesso, quanti provengano da una diversa confessione, specie se rigorosa come quella musulmana. D'altra parte, il sistema delle Intese fin qui firmate abilita ciascuna confessione ad impartire i propri insegnamenti ai "non avvalentisi" dell'ora cattolica, sia pure con la formula, usata per l'Intesa con i buddhisti, di "contribuire allo studio del fatto religioso e delle sue implicazioni" quale "attività integrativa". In queste condizioni e nella prospettiva di un crescente pluralismo confessionale nella vita scolastica, c'è da chiedersi se il mantenimento dell'attuale assetto non rischi di produrre frammentazioni e diseconomie culturali rilevanti. Al punto da rendere legittima la riproposizione, in termini corretti e con un impianto valevole per tutta la scuola, di uno studio sistematico del fatto religioso nella vicenda umana sotto il profilo spirituale e storico-sociale.
Il tema religioso a lungo confinato nella sfera del "privato" torna di evidenza pubblica perché almeno una della componenti dell'attualità, quella islamica, espone tale caratteristica. La sfida è quella di far interagire la laicità delle democrazie moderne - o meglio delle culture democratiche, come quelle che non consentono idolatrie ideologiche, neppure di stampo "laico" come quelle legate a miti economici, sociali o politici - con la carica religiosa dell'islam e, a questo punto, di tutte le altre religioni nelle rispettive identità irrinunciabili. Dove l'irrinunciabilità si manifesta e risolve soltanto nel dialogo.
C'è una favola dei mistici musulmani, i sufi, che può essere presa come una metafora dell'incontro di quanti, pur inconsapevoli, partecipano ad una medesima ricerca. Narra dell'aspro litigio di cinque pellegrini che, trovata una moneta d'argento, si accapigliano sul modo di spenderla. "Compriamo del mafil e dividiamocelo", dice il primo. "D'accordo nel dividerlo, dice il secondo, ma io vorrei comprare dell'uzum". Intervengono gli altri tre, ognuno con un'idea diversa: chi vuole balesh, chi bestàn, chi rectaf. In quel momento passa un saggio sufi e i cinque, che stavano per venire alle mani, si rimettono al suo parere. Il saggio li porta al mercato e con la moneta acquista un canestro d'uva. "E tutti furono contenti, poiché infatti quella volevano, chiamandola ciascuno col termine della propria lingua".
Domenico Rosati