Un cammino tutto in salita

Il dialogo tra ebrei e cristiani nasce solo nel dopoguerra, sotto l'ombra cupa delle responsabilità delle chiese negli anni della Shoà. Da allora le diverse confessioni cristiane hanno promosso importanti svolte teologiche e compiuto significativi gesti di conversione. Ma tra molte resistenze e qualche contraddizione.

Questo secolo non inizia certo con desiderio di dialogo. Ci si trovava infatti in un ambiente caratterizzato da quell'antisemitismo sviluppatosi verso la seconda metà del sec. XIX, che aveva avuto il suo culmine nel processo Dreyfus in Francia. Ricordo brevemente due fatti importanti: il rifiuto di Pio X nel gennaio 1904 a Theodor Herzl che chiedeva l'appoggio vaticano per l'insediamento ebraico in Palestina - il riconoscimento dello Stato d'Israele è solo del 1993 - e l'avventura finita male dell'associazione Amici d'Israele formatasi a Roma nel 1926 con il fine di diffondere una migliore comprensione dell'ebraismo; l'associazione sviluppatasi rapidamente con l'adesione di 19 cardinali, 278 vescovi e 3000 preti di tutte le parti del mondo, fu ben presto condannata dalla Chiesa cattolica con decreto del 25 marzo 1928. Spesso penso che se non ci fosse stata questa condanna e l'Associazione amici d'Israele avesse continuato il suo lavoro, forse anche l'atteggiamento di Pio XII avrebbe potuto essere diverso negli anni 1939-45.
E con questo 1945 si arriva alla fine della II guerra mondiale in cui si può collocare l'origine del cosiddetto dialogo ebraico-cristiano con i suoi contrastanti percorsi.
Nel 1946 si costituisce l'International council of christians and jews. Nell' agosto dello stesso anno si realizza ad Oxford una riunione su Libertà, Giustizia, Responsabilità. Nella conclusione tra l'altro si scrive: "La recente storia mostra che un attacco all'ebraismo è un attacco ai principi fondamentali dell'ebraismo e del cristianesimo su cui poggia la nostra società umana costituita".
Sono i problemi posti all'attenzione della riunione di Seelisberg (Svizzera) del 1947 in cui si stabiliscono e diffondono 10 punti fondamentali per le relazioni con gli ebrei, tracciando un primo ripensamento. In quell'occasione l'intellettuale ebreo Jules Isaac lamentava di non aver potuto farvi introdurre il "mea culpa". (Troppi anni dovranno ancora passare!).
Un anno dopo, nell'agosto 1948, si realizza ad Amsterdam una grande assemblea: due filoni del movimento ecumenico d'ispirazione soprattutto protestante ed anglicana (Fede e Costituzione; Vita e Azione) si fondono dando origine al Consiglio ecumenico delle chiese (Cec) con sede a Ginevra. Il tema trattato - Disegno di Dio e disordine dell'uomo - ha un particolare riferimento all'antisemitismo e alle persecuzioni contro gli ebrei.
Seguono altre riunioni negli anni Cinquanta in varie città di Germania e Francia fino al 1961 con la riunione di Nuova Delhi del Consiglio ecumenico delle chiese, in cui viene emanata una risoluzione relativa all'ebraismo: "L'antisemitismo è un peccato contro Dio e contro l'uomo".
L'epoca del Concilio Vaticano II è ormai arrivata. L'incontro tra Giovanni XXIII e Jules Isaac smuove definitivamente le acque in modo che nel Concilio venga inserito qualcosa di nuovo sull'ebraismo e sugli ebrei. Il cammino che porta alla Nostra Aetate (il n. 4 di questa Dichiarazione è sul rapporto Chiesa-ebrei) sarà lungo e piuttosto difficile; anche se la morte di Giovanni XXIII e l'elezione di Paolo VI non interrompono i lavori. Ci sarebbe molto da dire, compresa la lunga, difficile e sofferta partecipazione del cardinale Bea, il grande costruttore di questa dichiarazione. È il 28 ottobre 1965: "La via a una visione nuova del rapporto Chiesa-Israele è aperta".
In campo cristiano le ripercussioni della pubblicazione della Dichiarazione si fanno sentire non solo in ambienti cattolici.
Seguono infatti dichiarazioni del Consiglio protestante belga e del Consiglio ecumenico delle chiese, entrambe del 1967.
Nello stesso anno si costituisce a Roma il Comitato internazionale di collegamento fra cattolici ed ebrei. Di questo Comitato, che continua ad essere attivo, ricordo due momenti importanti: la riunione a Roma nel 1988 in cui nella presentazione del libro contenente i testi delle 12 sessioni il cardinale Willebrands sottolineava i punti programmatici nel cammino intrapreso, e la riunione di Praga del 1990 in cui nella dichiarazione finale l'antisemitismo e il razzismo sono presentati come un peccato contro Dio e contro l'umanità. Tornando indietro negli anni, a Roma, pur rendendosi conto che la Nostra Aetate ha avuto un suo impatto, ci si è anche accorti che molto non è stato detto e deve essere detto.
Così il primo dicembre 1974 la Commissione (pontificia) per i rapporti religiosi con l'ebraismo pubblica gli Orientamenti e suggerimenti per l'applicazione della Dichiarazione Nostra Aetate. Gli aspetti più positivi del documento sono senz'altro la condanna più netta dell'antisemitismo, il rifiuto di ogni teologia che consideri negativamente l'ebraismo e il tentativo di avviare il dialogo e la collaborazione fra cristiani ed ebrei. Perché, in realtà, malgrado i documenti, le varie riunioni, alcuni sforzi ed incontri di persone singole, il dialogo non si era creato, ed in fondo, continuo a dire, non ci si è arrivati; ciò che esiste sono solo relazioni più o meno comprensive e troppo ancora legate a singole persone. Ho ricordato, del resto, all'inizio le difficoltà che esistono da ambo le parti.
A seguito di questa nuova e seria posizione della Chiesa cattolica, la Chiesa evangelica di Germania pubblica (24 maggio 1975) un Documento di lavoro, Cristiani ed Ebrei.

Un'alleanza mai revocata
Iniziano gli anni del pontefice regnante, Giovanni Paolo II e le sue parole indirizzate spesso alle organizzazioni ebraiche, fino a quando nell'allocuzione per i rappresentanti delle Comunità ebraiche della Germania Federale pronuncia la frase, ripresa e ricordata continuamente: "Il popolo ebraico dell'Antica Alleanza che non è mai stata revocata" (Magonza 17 novembre 1980).
Su questa linea e con la citazione di questa frase nel 1985 la Commissione per i rapporti religiosi con l'ebraismo pubblica i Sussidi per una corretta presentazione con il titolo: Ebrei ed Ebraismo nella predicazione e nella catechesi della Chiesa cattolica. Si potrebbe osservare che, se dopo 20 anni dalla Nostra Aetate si sente la necessità di rientrare in tema così dettagliatamente, molti progressi forse non sono stati fatti. Vi si dichiara: Gesù è ebreo e lo è per sempre; vi si riconosce che il permanere d'Israele è un fatto storico e segno da interpretare nel piano di Dio. Ma vi si dice ancora: "In virtù della sua missione divina la Chiesa è la sola nella quale si trova tutta la pienezza dei mezzi di salvezza; chiesa ed ebraismo non possono essere presentati dunque come due vie parallele di salvezza". Viene ancora reiterata l'affermazione che: "La Chiesa è il nuovo popolo di Dio", mentre per quanto riguarda lo Stato d'Israele appare ancora solo una sottile frase.
Nello stesso anno è in pieno sviluppo la questione del Carmelo ad Auschwitz.
Un anno dopo, nel 1986, il pontefice si reca alla sinagoga di Roma. Qualcuno pensa che la pace, il superamento delle inimicizie, la riconciliazione sia finalmente arrivate. Le parole del pontefice infatti volevano essere significative, specialmente per quanto si riferisce al vincolo particolare che lega la Chiesa cattolica al popolo ebraico: "La religione ebraica è in un certo qual modo intrinseca alla religione cristiana. Abbiamo quindi verso di essa dei rapporti che non abbiamo con nessun'altra religione"; alle quali si aggiunge la conclusione che gli ebrei non sono "reprobi e maledetti" anzi "rimangono carissimi a Dio: Egli li ha eletti con una vocazione irrevocabile".
Ma subito dopo, quasi a riaffermare una completa indipendenza, ecco la beatificazione di Edith Stein, la visita del presidente dell'Austria Waldheim in Vaticano e il discorso un po' ambiguo fatto dallo stesso pontefice a Miami alla comunità ebraica.
Infine però, superato l'ostacolo del Convento Carmelitano ad Auschwitz, a dicembre del 1993 si arriva al riconoscimento dello Stato d'Israele.
Intanto nel 1989 per opera della Cei (Conferrenza episcopale italiana) viene stabilita una giornata annuale dell'ebraismo il 17 gennaio, vigilia della settimana ecumenica.
Nel 1992 viene pubblicato il Nuovo catechismo in cui ancora troppe cose continuano ad essere segnate da 2000 anni di conflitto, come è stato osservato in conferenze ed articoli.
Con l'avvicinarsi dei 50 anni dalla Shoà si diffondono ripensamenti e pentimenti. Nel 1994 i vescovi ungheresi chiedono perdono al cospetto di Dio per "coloro che per opportunismo o viltà non hanno protestato".
Sullo stesso tono è nel 1995 la Dichiarazione dei vescovi tedeschi. Vi si dice tra l'altro: "L'atteggiamento antiebraico esistente anche negli ambiti della Chiesa ha contribuito al fatto che, durante gli anni del Terzo Reich, i cristiani non hanno opposto all'antisemitismo razzista la resistenza necessaria"; per concludere: "La Chiesa che noi confessiamo come santa e veneriamo come un mistero è anche una Chiesa peccatrice che ha bisogno di conversione". Viene da osservare che una tale dichiarazione non si trova nemmeno nel Documento vaticano del '98 Noi ricordiamo: una riflessione sulla Shoà.
Nel 1997 è la Chiesa cattolica di Francia che pronuncia un chiaro "mea culpa". A capo chino alcuni vescovi davanti ai rappresentanti della comunità ebraica, hanno riconosciuto che il "silenzio" o meglio "l'accecamento della Chiesa di fronte alle persecuzioni antisemite fu un errore". E hanno spiegato: "La pianta velenosa dell'odio nei confronti dell'ebreo è cresciuta sul terreno dei luoghi antisemiti colpevolmente intrattenuti nel popolo cristiano".

I laboratori del dialogo
Al margine delle chiese e in forma completamente libera nascono vari gruppi secolari. Subito dopo la fine della guerra nel 1948 Jules Isaac ad Aix en Provence e Edmund Fleg a Parigi fondano la prima "Amicizia ebraico cristiana". Nel 1950, per opera di Giorgio La Pira, nasce la stessa associazione a Firenze. Negli anni seguenti queste associazioni si diffondono in varie parti del mondo, ne esistono oggi in 28 paesi.
In Italia con il Concilio Vaticano II si forma il Segretariato per le attività ecumeniche (Sae) molto attivo ancora oggi. In Israele nasce il centro Interfaiths. Nel 1980 iniziano nel Monastero benedettino di Camaldoli i Colloqui annuali ebraico-cristiani (arrivati alla XXI edizione).
Per iniziativa di Padre Rijck, primo direttore dell'Ufficio del Vaticano per le relazioni ebraico-cristiane, si costituisce il Centro di documentazione ebraico-cristiano (Sidic), gestito dalle suore di Sion, ancora oggi all'avanguardia proprio per quanto si riferisce a tali relazioni.
Nello stesso tempo varie università cattoliche considerano l'opportunità di organizzare corsi di ebraismo invitando professori ebrei. Si apre così un corso di Ebraismo postbiblico nella Pontificia università lateranense; lo seguono l'Università Gregoriana, l'Angelicum, l'Urbaniana.
Per quanto si riferisce alle chiese protestanti ricordo solo alcuni avvenimenti. Già nel Sinodo di Weisensee (1950) si ha la prima dichiarazione ufficiale della Chiesa evangelica di Germania che parla di corresponsabilità nella Shoà. Dal 1961 con un gruppo di lavoro di cristiani ed ebrei si sviluppa una forma di dialogo all'interno del Kirchentag. Nel 1980 il Sinodo evangelico della Germania approva una risoluzione - Rinnovamento del rapporto tra cristiani ed ebrei - in cui si riconosce la corresponsabilità e colpa della cristianità tedesca nella Shoà, e si riconosce Israele popolo di Dio.
Infine da parte ebraica: oltre la partecipazione alle varie iniziative e associazioni, in alcune università ebraiche sono state istituite cattedre per gli studi ebraico-cristiani e in alcuni seminari vengono insegnati il Nuovo testamento e la letteratura cristiana antica. L'Università di Gerusalemme ha un accordo di scambio di studenti e professori con l'Istituto pontificio biblico e l'Università gregoriana.
Sorge ora una domanda: cosa è successo e cosa sta succedendo nel cristianesimo e nell'ebraismo per indurci a prendere la decisione di tentare di capovolgere quello che è stato un sistema di relazioni sbagliate durante 2000 anni?
La prima triste parola che sorge, come risposta, nella coscienza e nel dolore delle due parti e che viene fatto di pronunciare è una sola: Shoà-Sterminio, origine pertanto di questo cosiddetto dialogo.
È la coscienza di errori perpetrati da una civiltà da 2000 anni cristiana ciò che ha risvegliato da parte cristiana ed ebraica un vasto movimento che in alcuni è diventato quasi affannoso, non solo alla ricerca di saperne di più, ma di capire e di scoprirsi all'improvviso, anche se indirettamente, responsabili di tante sofferenze troppo spesso procurate in nome di un Dio.
E torniamo ai percorsi. Nel luglio del 1997 a Graz nella seconda Assemblea ecumenica europea si è parlato a lungo e in forma convincente anche dell'avvicinamento ebraico-cristiano. A settembre dello stesso anno molte personalità ebree e cristiane hanno affrontato il tema Bene e Male dopo Auschwitz in un simposio che si è svolto all'Università gregoriana a Roma.
E passo al documento vaticano del 16 marzo 1998, Noi ricordiamo: una riflessione sulla Shoà, che non ha suscitato entusiasmo né tra gli ebrei né in alcuni ambienti cristiani, i quali hanno finito per dire: "riconosciamo che è un inizio di un cammino che deve ancora essere percorso".
Lascio da parte la questione di Pio XII, di cui proprio in questi giorni si riparla per le conclusioni a cui sarebbe giunta la commissione mista di storici cattolici ed ebrei con ben 47 interrogativi, ed inoltre la frase, sempre del documento, in cui si responsabilizzano i singoli e non la Chiesa "che non può essere accusata di peccato".
In conclusione, questo documento dimostra ancora una volta che il cammino è terribilmente lungo, e che la vera conversione, teshuvà, per dirla con parola ebraica, può ancora restare se lettera morta un atto politico interessato in un momento di crisi.

L'insegnamento del disprezzo. Ancora oggi
Mi sembra opportuno ancora ricordare che purtroppo, malgrado questo lungo movimento di 50 anni, malgrado i progressi e molta comprensione reciproca, gli stessi documenti continuano ad essere poco diffusi e quello che Jules Isaac ha chiamato "insegnamento del disprezzo" continua a circolare in scuole e parrocchie e nell'insegnamento catechistico.
Ometto per brevità le parole pronunciate dal pontefice il giorno della canonizzazione di Edith Stein (11 ott. '98) che ci sono sembrate se non un ritorno alle conversioni forzate, quanto meno una spinta, una ingiunzione alla conversione al cattolicesimo "unico cammino per diventare veramente liberi".
Ed eccoci a questo anno 2000, veramente cruciale proprio per i percorsi di questo eventuale dialogo, con tutto il bene e tutto il male. A marzo il documento di "mea culpa" presentato con grande accuratezza, ma così limitato da essere respinto se non ci fosse stata la visita del pontefice in Israele e Palestina con le sue emozionate parole a Yad Washem e il suo spettacolare gesto al Muro occidentale.
E poi ecco la dichiarazione Dominus Iesus (Di) in cui la gerarchia cattolica sembra ritornata al sec. XVI, all'epoca della Controriforma e del Concilio di Trento, in cui sembra proprio che l'ecumenismo cristiano sia sostanzialmente archiviato, questo nonostante quanto affermi Giovanni Paolo II nel suo discorso per la beatificazione di Pio IX e Giovanni XXIII (3/9/2000); e in cui noi ebrei non esistiamo se non per farci convertire. Ma di fronte a questo severo e duro giudizio è giusto ricordare che lo stesso cardinale Cassidy, presidente del Pontificio Consiglio per l'unità dei cristiani, nella riunione di Lisbona organizzata dalla Comunità di Sant'Egidio, si è in un certo senso defilato dalle conclusioni troppo drastiche della DI; e che dopo di lui altri prelati hanno espresso i loro dubbi.
Abbiamo accennato alla beatificazione di Pio IX. Molti di noi hanno considerato un affronto fatto a Giovanni XXIII nell'abbinare lui, il papa dell'ecumenismo e del dialogo ebraico, con colui che è stato definito "papa dell'oscurantismo" e che parlava degli ebrei come "cani".
Concludo sottolineando ancora una volta che, perché si originasse in questi 50 anni un avvicinamento ebraico-cristiano c'è voluta la Shoà; e che i percorsi di questo avvicinamento sono ancora così fragili, indecisi, ambigui che richiedono tutti gli sforzi da chi, come noi, da 50 anni sta lottando perché questi percorsi sfocino in un intendimento reciproco, in una vera riconciliazione che ci porti a dialogare senza ferirci costantemente.

Lea Sestieri