Per rafforzare un'iniziativa voluta dall'Onu, il Consiglio ecumenico delle chiese per gli anni 2001-2010 lancia una campagna di sensibilizzazione dei cristiani sulla pace. Ma altri due temi sono all'ordine del giorno del Cec: il difficile rapporto con l'Ortodossia e la preparazione di un inedito "Forum" cristiano.
Sarà molto impegnativo, l'anno che si apre, per il Consiglio ecumenico delle chiese (Cec). Nel 2001, infatti, la maggior rete ecumenica mondiale oggi esistente apre il "Decennio per vincere la violenza" e poi affronterà due temi nodali - l'auspicato Forum delle chiese e organizzazioni cristiane ed un nuovo rapporto con l'Ortodossia - dal cui esito dipenderà se, all'alba del terzo millennio, il cammino della riconciliazione tra i cristiani divisi prenderà nuovo slancio o, al contrario, s'impantanerà.
Con l'Onu per salvare i bambini
La 53ª Assemblea generale delle Nazioni Unite, con la risoluzione 53/25 del 19 novembre '98, aveva proclamato per gli anni 2001-2010 il Decennio per una cultura della pace e della non violenza per i bambini del mondo. Per sostenere quest'iniziativa, l'VIII Assemblea generale del Cec, svoltasi il mese successivo ad Harare, Zimbabwe (vedi Confronti 2/99) aveva deciso di sollecitare tutte le chiese-membro in un'opera di sensibilizzazione su un tema così decisivo, e dunque di impegnare il proprio patrimonio etico e la propria specifica sensibilità per questo Decennio.
La scelta di Harare è stata rilanciata nell'ultima riunione del Comitato centrale (Cc) del Cec - il "parlamentino", composto da circa 150 delegati delle chiese, che rappresenta la massima autorità del Cec tra un'Assemblea generale e l'altra; evento, questo, che si tiene ogni 7-8 anni - svoltasi a Ginevra tra agosto e settembre. In quest'occasione il segretario generale del Cec, Konrad Raiser, aveva detto: "L'impegno delle chiese per vincere la violenza e costruire una cultura di pace può essere una testimonianza profetica che le chiese debbono rendere in un tempo in cui le lotte per il potere e per le risorse, per l'identità o per la semplice sopravvivenza provocano conflitti tra vari gruppi, comunità di fede comprese
La violenza nelle case e nelle strade, tra gruppi etnici e religiosi, in e tra nazioni e società, è la più potente forza distruttiva della vita della comunità umana".
Raiser aveva poi notato che l'idea della "non-violenza" non era nuova nel Cec: infatti proprio su questo argomento Martin Luther King nel luglio '68 avrebbe dovuto tenere una relazione alla IVAssemblea generale del Cec (Uppsala, Svezia) se tre mesi prima non fosse stato assassinato. "Non-violenza" che non significa passività, ma grande impegno per una pace nella giustizia, ha aggiunto Raiser, concludendo: "Speriamo che come comunità ecumenica noi saremo capaci, in questo Decennio, di rendere una fedele testimonianza a Colui che è la nostra pace e che ha abbattuto il muro dell'ostilità che ci divideva".
A Ginevra aveva rivolto un appello al Cc anche Olara A. Otunnu, rappresentante speciale del segretario dell'Onu per i bambini ed i conflitti armati. I bambini, ha detto, dovrebbero rappresentare "una zona di pace". Infine, il Cc aveva sottolineato che "il Decennio ecumenico per vincere la violenza invita le chiese a riflettere su questo tema da una prospettiva cristiana e a collaborare simultanemente con l'iniziativa dell'Onu per proteggere i bambini".
Decennio che, ricapitolando le precedenti decisioni del Cec, Raiser ha posto al centro del suo messaggio alle chiese per il Natale 2000: "Dalla Sierra Leone all'Indonesia, da Israele e dalla Palestina allo Sri Lanka, dalla Colombia alla Cecenia, il nostro mondo sembra preso nell'ingranaggio fatale della guerra, della violenza e della distruzione
Celebrando il Natale, dobbiamo sforzarci di riflettere sul contributo che noi potremmo portare per vincere la violenza e creare una cultura della pace. In un tempo in cui la violenza è divenuta onnipresente, coloro che hanno udito ed accettato l'Evangelo della pace di Cristo hanno il compito di proclamare il messaggio della riconciliazione".
Alla ricerca di un "Forum"
Tenendo conto di vari fattori - tra essi, il persistente rifiuto della Chiesa cattolica romana di entrare nel Cec come membro a pieno titolo (anche se a pieno titolo fa parte di "Fede e costituzione", la Commissione teologica del Consiglio), e le crescenti difficoltà dell'Ortodossia nei confronti dell'attuale organismo di Ginevra - la stessa Assemblea di Harare aveva prospettato l'eventualità di pensare ad un "Forum delle chiese ed organizzazioni cristiane", cioè ad un modo fin qui inedito per raccogliere insieme tutte le chiese cristiane, allo scopo di collaborare per obiettivi comuni, sempre rispettandosi nella reciproca identità e autocoscienza ecclesiologica. Questo ipotetico "Forum" non sarebbe dunque stato sponsorizzato dal solo Cec, ma da esso con altre organizzazioni confessionali e chiese.
La prima tappa - discreta - per la realizzazione di questo progetto è stata dal 9 all'11 settembre scorso a Pasadena, in California. Qui, afferma il comunicato finale del meeting, si sono incontrati "trenta rappresentanti per esaminare l'idea di un Forum cristiano mondiale che comprenderebbe un largo ventaglio di chiese e di organizzazioni. I/le convenuti/e rappresentavano le chiese ortodosse, cattolica romana, anglicane, protestanti riformate, pentecostali ed evangeliche, come pure reti cristiane ed organizzazioni collegate alle chiese. Benché l'idea di un tale Forum sia nata da discussioni sorte in seno al Cec, l'elaborazione della proposta è ora sotto la responsabilità di un comitato di collegamento indipendente. Durante la riunione, i membri hanno esaminato come andare al di là delle strutture ecumeniche attuali, affinché le chiese sorte da un più largo ventaglio di tradizioni possano disporre di uno spazio in cui abbordare delle questioni di interesse comune".
"Sulla storia delle relazioni tra chiese - diceva ancora il comunicato - sono stati presentati documenti dal punto di vista evangelico, ortodosso, pentecostale, anglicano, protestante e cattolico romano. Rappresentanti dell'Africa, dell'Asia, dei Caraibi, dell'Europa, del Medio Oriente e dell'America del Nord hanno illustrato le sfide esistenti nelle loro rispettive regioni. Le speranze e le attese delle chiese che dispongono di strutture mondiali come pure di quelle delle chiese di stato tradizionali e delle chiese indipendenti o libere sono state oggetto di una discussione franca ed aperta. I rappresentanti si sono messi d'accordo sul profilo che potrebbe avere il futuro Forum, precisando soprattutto questi obiettivi:
1) favorire la nostra comprensione delle espressioni contemporanee della missione cristiana;
2) ricercare dei princìpi e delle pratiche che ci aiutino ad affrontare le nostre differenze e le nostre particolarità cristiane in una maniera creativa e pacifica;
3) impegnare la riflessione teologica in campi d'interesse comune;
4) rafforzare la pienezza della Chiesa incoraggiando la comunicazione e la cooperazione;
5) favorire le relazioni che possono sbocciare in una testimonianza comune".
"La riunione si è svolta in un clima di fiducia e di ricerca di un consenso, e in uno spirito di comunione profonda e cordiale. Nei prossimi mesi il Comitato di collegamento continuerà i suoi lavori sul progetto", concludeva il comunicato, firmato da: p. Hilarion Alfeyev, patriarcato di Mosca; canonico David Hamid, Comunione anglicana; metropolita Yohana Ibrahim, patriarcato ortodosso siro d'Antiochia; canonico David Perry, Chiesa episcopale (Usa); mons. John Radano, Pontificio Consiglio per la promozione dell'unità dei cristiani; Cecil M. Robeck, Jr, Fuller Theological Seminary (Pasadena); George Vandervelde, Institute for Christian Studies; Hubert van Beek, segretario.
Pur avendo valore solo informale, di fatto questo Comitato rappresenta le maggiori chiese e le loro variegate "sensibilità", e sembra essere partito con il piede giusto. Naturalmente, l'impresa avviata è ardua, e difficile il passaggio verso un programma condiviso dai vertici delle rispettive chiese e organizzazioni, che infine sfoci nella celebrazione del desiderato Forum. Il cammino verso di esso si incrocia comunque con il problema del rapporto Cec-Ortodossia, ed il suo esito potrebbe condizionare l'altro.
Una "casa" anche per gli ortodossi
Uno dei temi più sofferti di Harare era stato il rapporto Cec-Ortodossia. Infatti, sia le chiese propriamente ortodosse (quelle che accettano il Concilio di Calcedonia del 451), sia le antiche chiese orientali (armene, sire, copte, che rifiutano Calcedonia) - che, in questo contesto, raggrupperemo tutte, malgrado le loro differenze, sotto il cappello "Ortodossia" - avevano espresso un più o meno grande "disagio" rispetto alle attuali strutture e all'"ethos" (le grandi scelte sociali ed ecclesiologiche) del Cec, considerato "filoprotestante" e sordo alle loro esigenze. L'Ortodossia, poi, aveva contestato il modo di votare nel Cec dove, allo stato delle cose, essendo il numero delle chiese "occidentali" soverchiante, l'insieme dell'Ortodossia sarà sempre minoranza. Oggi, su 337 chiese membro del Cec, le ortodosse sono infatti solo una trentina!
Così, per marcare il loro dissenso, la Chiesa ortodossa bulgara e quella georgiana avevano formalmente abbandonato il Cec. E da questo aveva minacciato di uscire la Chiesa russa (con i suoi cento milioni di fedeli, la più numerosa dell'Ortodossia e tra le chiese del Cec) se esso non avesse varato "radicali cambiamenti". Su questa scia si erano attestate poi anche le altre chiese ortodosse. In questo contesto, l'VIII Assemblea aveva deciso che il Cc nominasse una commissione speciale (mista) che, entro tre-quattro anni, presentasse proposte globali per ripensare profondamente "ethos", organigramma e strutture del Cec, così che in esso anche gli ortodossi potessero "sentirsi a casa".
Istituita dal Cc nel settembre '99, questa commissione - di sessanta membri, trenta rappresentanti il Cec (in sostanza, gli "occidentali"), e trenta l'Ortodossia, calcedonesi e non - tre mesi dopo aveva tenuto la sua prima riunione a Morges, Svizzera, dove aveva affidato a quattro sottocomitati il compito di studiare altrettanti temi: 1°, l'organizzazione del Cec; 2°, lo stile e la maniera di vivere nel Cec; 3°, le convergenze e le divergenze teologiche tra gli ortodossi e le altre tradizioni rappresentate nel Cec; 4°, il quadro strutturale del Cec: modelli esistenti e nuove proposte che permettano di assicurare una partecipazione significativa delle chiese ortodosse alla sua vita. Nel 2000 i sottocomitati, in varie date, si sono poi riuniti separatamente (1° e 4° a Damasco; 2° a Vilémovu Litovle, in Cechia; 3° a Creta). Poi, copresieduta dal vescovo evangelico tedesco Rolf Koppe e, in assenza del metropolita Chrysostomos di Efeso, dal metropolita Gennadios di Sasima (patriarcato ecumenico di Costantinopoli), la commissione ha tenuto la sua seconda sessione plenaria il 23-25 ottobre al Cairo, nel convento di San Marco, accolta dal papa Shenouda III, capo della Chiesa ortodossa copta egiziana. La commissione ha anche reso visita a Petros VII, patriarca greco-ortodosso di Alessandria.
"La commissione (presenti osservatori georgiani) ha ricevuto, per consenso, i rapporti approfonditi e le raccomandazioni di ciascuno dei quattro sotto-comitati, constatando tra essi - dice un comunicato - una notevole convergenza. Questi elementi di convergenza hanno permesso alla commissione di concentrare i suoi lavori su cinque questioni: la qualità di membro del Cec; esame dei meccanismi di presa delle decisioni; culto e preghiera comune; metodi ecumenici per affrontare i problemi sociali ed etici; problemi ecclesiologici. Una domanda fondamentale era sottesa a tutte le discussioni: sapere di quale Consiglio il movimento ecumenico ha bisogno per preparare l'avvenire".
"La commissione - concludeva il comunicato - ha stilato un rapporto sullo stato di avanzamento dei suoi lavori che essa sottoporrà al Cc che si terrà a Potsdam (Berlino) dal 29 gennaio al 6 febbraio 2001. Essa ha anche approvato un piano di azione che presuppone dei lavori approfonditi prima della sua prossima riunione plenaria in novembre 2001 in Ungheria, su invito della Chiesa riformata ungherese. Il rapporto finale deve essere sottoposto al Cc nella sua sessione di settembre 2002".
Problemi e speranze per il futuro
I risultati del Cairo, e la tabella di marcia che già prevede la meta finale, il settembre 2002, fanno ipotizzare che la commissione abbia imboccato la strada desiderata: una "riformulazione" della vita ed attività del Cec tale che l'organismo creato nel 1948 possa fare, ad oltre mezzo secolo dalla nascita, un balzo di qualità e trovare un fecondo equilibrio tra la sua "ala" protestante e quella ortodossa. Ma i nodi che rimangono da dipanare sono ancora molti e complessi. Si è appreso, ad esempio, che nella riunione del Cairo la commissione ha proposto che per prendere decisioni il "nuovo" Cec abbandoni "la logica politica dello stile parlamentare anglosassone" per orientarsi invece verso uno stile basato sul "consenso". La proposta si fonda su validi motivi ecclesiologici ma, nella pratica, come l'esperienza ha dimostrato, su alcune questioni l'auspicabile ricerca del "consenso" può bloccarsi su dei "no" culturalmente invalicabili, con il rischio della paralisi istituzionale.
Anche per questa ragione è importante l'imminente riunione del Cc. E dalla sua valutazione dei risultati fin qui ottenuti dalla commissione mista, sarà più agevole capire se la meta del 2002 debba considerarsi realistica, o solo intermedia verso "tempi supplementari". Analoga l'importanza della valutazione che si farà delle proposte elaborate a Pasadena. Anzi, ove da timida e minimale quella del "Forum" diventasse un'iniziativa robusta e trascinante, essa potrebbe rappresentare quasi un passo verso la celebrazione di quel Concilio autenticamente universale che, con Raiser, molti sognano come momento decisivo per attingere quella "diversità riconciliata" che permetta alle chiese di varcare risolutamente lo "status quo" e condividere coralmente la mensa del Signore. Al momento, comunque - è bene notarlo - si è molto lontani da questa prospettiva.
Pure la risposta che avrà il caldo invito di affiancare l'Onu sostenendo il Decennio ecumenico per vincere la violenza sarà un termometro per rendersi conto se nelle chiese riunite nel Consiglio sempre primario rimane, insieme ai problemi ecclesiologici, l'impegno per spendersi per la pace nel mondo e per una "non-violenza" che sia un modo di pensare e di agire alto per sconfiggere la realtà e la mentalità della guerra.
David Gabrielli
La globalizzazione crea esplosivi contrasti sociali, economici e politici, provoca nuove forme di sfruttamento ed un maggior impoverimento di un crescente numero di persone. Questo il giudizio conclusivo di un incontro - sulla globalizzazione appunto - di responsabili del Consiglio ecumenico delle chiese (Cec) e gruppi ecumenici regionali dell'Asia e del Pacifico, convenuti dall'11 al 16 novembre a Shanghai ed a Nanchino per il loro abituale meeting triennale. Tema a parte, l'incontro è stato interessante soprattutto per il paese ove si è tenuto, la Cina, e per gli sponsor. Infatti, oltre al Cec e a organizzazioni ecumeniche dell'Asia e del Pacifico in generale, insieme a quelle di singoli paesi (India, Papua-Nuova Guinea, Tonga, Samoa), a preparare il piccolo evento è stata soprattutto la Fondazione Amicizia, della Repubblica popolare cinese (con la signora Li En-Ling). "Invitati speciali" all'incontro, e di fatto anche corresponsabili dell'iniziativa, sono poi stati Han Wen Zhao, segretario generale del Consiglio cristiano della Cina e il vescovo Kuang-hsun Ting, più noto come K. H. Ting.
Il Consiglio cristiano della Cina, voluto dal coverno, nato nel 1954 (e dal 1980 fino al '97 presieduto dal vescovo Ting) è qualcosa di unico nel suo genere, perché è una via di mezzo tra un Consiglio delle chiese ed una Chiesa protestante, ed è quasi l'analogo, per i cristiani non cattolici, della "Associazione cattolica patriottica" (vedi questo numero, pagina 18).
I partecipanti al meeting - informa un comunicato - hanno potuto constatare "gli effetti di una drammatica globalizzazione e del processo di industrializzazione" che tocca anche la zona di Shanghai e di Nanchino. Compito delle chiese in Asia e nel Pacifico, prosegue il comunicato, è quello di "adempiere al loro ruolo profetico di denunciare politiche disastrose e di sostenere campagne di educazione, iniziative per favorire la pace, il dialogo interreligioso e l'azione comune".
Del Gruppo ecumenico regionale del Pacifico fanno parte anche esponenti cattolici. E pure un sacerdote cattolico, p. Line Folaumoeloa, della diocesi dell'arcipelago di Tonga, nel Pacifico, era presente al meeting in Cina.
(David Gabrielli)