Dopo gli eccessi retorici del 2000, ci ritroviamo con gli stessi problemi del 1999, semmai aggravati: il debito dei paesi poveri, gli atteggiamenti di esclusione nei confronti di chi arriva a bussare alle nostre porte, vecchi e nuovi conflitti. Forse andrà meglio nel 2001; se non altro nessuno si aspetta che l'enfasi millenaristica risolva i problemi che abbiamo di fronte.
Ed è passato anche questo 2000, con i suoi troppi zeri, la sua retorica del millennio, le sue promesse di un nuovo inizio segnato dal benessere individuale e collettivo, di una palingenesi del sistema globale all'insegna della pace, della giustizia, della buona volontà a costruire un mondo migliore.
Come era sin troppo evidente anche alla fine del 1999, il secolo passa, il millennio passa, il Giubileo passa ma i problemi restano sostanzialmente gli stessi: non lo diciamo per cinismo ma soltanto per una certa insofferenza nei confronti degli eccessi celebrativi dell'anno che ci lasciamo alle spalle. Finite le giornate degli eventi speciali, degli spettacoli sounds and lights, torniamo coi piedi per terra che è bene mantenere negli anni normali, e lo spettacolo non è rassicurante.
Iniziamo dalla grande questione degli squilibri tra Nord e Sud del mondo, quella agitata - a modo suo - dal cosiddetto popolo di Seattle che abbiamo visto in campo anche in occasione del vertice europeo di Nizza. Forse è "la" questione delle questioni e, nel 2000, non ha fatto che aggravarsi. Dati ufficiali ed autorevoli ci dicono che nel corso del 2000 non vi è stata alcuna inversione di tendenza e, semmai, il debito dei paesi dipendenti si è fatto ancora più pesante. Se si parte da questi dati, l'intera querelle sull'immigrazione che tanto appassiona alcuni politici italiani ed europei si pone in termini chiari ed espliciti: chi ha sete cerca un pozzo, chi ha fame cerca cibo, chi è al buio cerca la luce. Sarà anche semplicistico ma le cose vanno così da sempre: e da noi, in Italia, sembra esserci abbondanza di acqua, di cibo e di luce. Magari distribuiti male, forse con qualche isola di penuria ma nel quadro di un sostanziale e proclamato benessere. La prova? Il rapporto Censis che ogni anno ci fotografa - sia pure con qualche interessata enfasi e forse qualche voluta deformazione - addebita a noi italiani una gran voglia di vivere "alla grande" e una solida fiducia nelle nostre risorse creative ed economiche. Ed infatti viaggiamo in tutto il mondo, compriamo computer e cd, parliamo per ore al cellulare, siamo grandi esperti di Nasdaq e Dow Jones. Non dobbiamo stupirci se questo paese - vera o falsa che sia l'immagine che esso propone di sé - diventi l'"America" di un kosovaro che, se va bene, deve campare la famiglia con cinquecentomila lire al mese o del senegalese che, in media, a casa sua non dispone più di 500 dollari all'anno. E comunque, questi italiani così esperti di mercati finanziari e globalizzazione, dovranno pur prendere atto che altri paesi europei sopportano quote di immigrazione assai più consistenti. Dovrebbero prenderne atto anche i politici - tutti, anche le anime buone del centrosinistra - piuttosto che giocare a chi fa il più duro contro gli irregolari. L'irregolarità e la criminalità immigrata sono un gravissimo problema ma non è di questo che stiamo parlando: stiamo parlando di flussi di milioni di persone vittime di un sistema globale che le rende sempre più dipendenti e le priva di ogni realistica possibilità di dignitosa sopravvivenza nel loro paese di origine.
Il debito, quindi, e con esso l'immigrazione e perciò le politiche di accoglienza. Ma la retorica del 2000 ci aveva imposto anche alate parole sulla pace e la convivenza tra i popoli. Nella redazione del nostro giornale ci ostiniamo a tenere appesa la prima pagina del Corriere del 14 settembre del 1993 che titolava "Stretta di mano Rabin-Arafat. È pace": carta straccia. Se continuiamo ad esporre quel giornale che dice una cosa ormai non più vera è perché speriamo che accada qualcosa che però, ad oggi, non vediamo e non riusciamo neanche ad immaginare. Proprio il 2000 - beffarda replica della storia - ha segnato la fine degli accordi di Washington e di Oslo ed ha rianimato il fantasma di un conflitto che ha una particolarissima valenza: in esso si intrecciano politica e religione, identità culturali ed interessi materiali, questioni locali e scenari geopolitici assai più generali. Su Confronti ne abbiamo parlato spesso perché, proprio per la particolare natura della nostra rivista, quel conflitto ci lacera: lacera ciascuno di noi, ben al di là dell'interpretazione politica che ne dà e dell'iniziativa politica cui aderisce o che contrasta. Il conflitto in Medio Oriente ci lacera dentro, perché sappiamo che la vittoria dell'uno non può e non deve significare la sconfitta dell'altro; che l'amicizia per uno dei due popoli in conflitto non deve condurre a ignorare o peggio disprezzare le ragioni dell'altro.
Il conflitto in Medio Oriente, ma anche le tensioni permanenti nei Balcani, a Cipro, nell'ex Urss, le guerre più o meno religiose in Sudan e in alcune regioni dell'Indonesia, gli scontri etnici in Africa La retorica di pace del terzo millennio nulla ha potuto contro l'elenco delle aree di conflitto. E per giunta, conclusosi, il conteggio di voti più lungo e confuso della storia della democrazia rappresentativa, dovremo pur iniziare a ragionare sul fatto che George W. Bush è un "neoisolazionista", convinto cioè che gli Stati Uniti debbano pensare ai fatti propri ed intervenire solo là dove vengano minacciati i propri interessi vitali; la politica di "intervento umanitario" di William J. Clinton è davvero tramontata, con le sue luci e le sue ombre, con il suo interventismo militarista ma anche con la coscienza della responsabilità connessa al primato americano.
Insomma, alla fine di questo 2000, "marca male". Andrà meglio nel 2001, se non altro perché promette di meno. E comunque, questo è il nostro augurio.
Paolo Naso