Gli immigrati verso il radicamento nel tessuto produttivo del paese. Entrano in fabbrica, acquisiscono diritti e responsabilità. Anche nella rappresentanza sindacale e negli organismi di tutela contro gli infortuni. Siamo andati nel Nord est per incontrare Abdou Faye. Sindacalista.
Spesso le informazioni trasmesse dai media più diffusi e soprattutto dalla televisione, con i particolari effetti emotivi che le immagini suscitano, ci presentano la tragedia di coloro che tentano di migrare, e che possono trovare nelle acque del Mediterraneo il loro cimitero. E se il viaggio è incertezza e talvolta tragedia, altrettanto incerta e tragica può essere l'esperienza del lavoro (il grande obiettivo delle migrazioni), desiderato come via d'uscita da una vita insostenibile, ma esso stesso insostenibile soprattutto quando si svolge nell'abbandono della clandestinità, ma non solo.
Per chi voglia capire le condizioni della vita dei lavoratori migranti non è opportuno lasciarsi andare alla generalizzazione. La conoscenza che voglia tradursi in una operatività idonea a costituire un atteggiamento di rispetto di diritti riconosciuti dev'essere concretamente legata ai tempi e ai luoghi.
Per questo la situazione confinaria del Friuli-Venezia Giulia, a nord est dell'Italia, può offrire un osservatorio interessante: vi convergono infatti migranti dai paesi dell'Africa e dell'Asia, ma è significativa la presenza di persone che vengono dall'Europa orientale (a questo proposito bisogna precisare che il confine della regione è attraversato anche dai "transfrontalieri", lavoratori pendolari dalla Slovenia e dalla Croazia, il cui ingresso dipende da accordi internazionali e che non rientrano nelle quote annualmente definite).
La scarsa conoscenza della lingua italiana e delle norme di prevenzione espongono questi soggetti ad alti rischi, condivisi anche dai "migranti di ritorno", persone un tempo emigrate dalla stessa regione o loro discendenti, che rientrano dall'estero e non solo dai paesi dell'America Latina ma anche dall'Europa occidentale (Francia, Belgio, Svizzera e Germania).
Pur se aride, le cifre possono dare un'immagine dell'entità dei rischi derivanti dall'attività lavorativa. Secondo il rapporto 2002 dell'Istituto nazionale per l'assicurazione contro gli infortuni sul lavoro (Inail), il Friuli-Venezia Giulia è fra le regioni con i tassi di infortunistica più elevati. Purtroppo il dato è in costante aumento e riguarda soprattutto i migranti: nel maggio del 2004 sempre l'Inail ha segnalato che il tasso di incidenza infortunistica per i lavoratori extracomunitari in regione è di 55,6 per 1000 occupati, contro il 43,2 nazionale. Dietro ogni numero però ci sono persone, uomini, donne, i loro figli anche bambini, vittime delle situazioni di povertà e violenza che caratterizzano molte parti del pianeta.
Per questo abbiamo voluto ascoltare la loro voce e abbiamo avvicinato un cittadino senegalese, Abdou Faye, responsabile dell'Ufficio diritti della Cgil a Udine e oggi coordinatore del settore anche a livello regionale. La voce di Abdou è significativa perché la sua è una storia di "normale" migrazione con un approdo fortunato (lui stesso sottolinea la situazione di sicurezza che oggi lo distingue da tanti altri migranti; oggi, appunto, ma non ieri).
Arrivò in Italia nel 1989 avendo alle spalle un'esperienza di studio e lavoro in Senegal. La laurea breve in economia aziendale gli aveva infatti consentito una interessante occupazione al Ministero della Sanità del Senegal e poi il distacco presso una scuola internazionale. L'intervento del Fondo monetario internazionale, a sostegno del suo paese, impose però la riduzione dei posti di lavoro nel pubblico impiego e uno degli "esuberi" fu appunto Abdou. In Senegal lasciava la famiglia e, quali che fossero le sue competenze, il primo periodo fu duro, caratterizzato da lavori umili e saltuari, fino al suo primo contratto come operaio nel settore del legno. L'esperienza di lavoro già vissuta lo aiutò a capire l'importanza della scuola come momento fondante un processo di integrazione e partecipò perciò alle prime attività (eravamo nel 1992) di mediazione culturale nelle scuole.
Se il lavoro assicurava la sopravvivenza, l'impegno che si aggiungeva gli consentiva di viverlo con consapevolezza, di comunicarlo, di costruire una situazione-ponte fra la terra d'origine e quella d'approdo. Nella terra in cui gli immigranti approdano il problema fondante, su cui si misura la civiltà dell'accoglienza e la loro capacità di reale inserimento, è il lavoro, oggi tema centrale dell'attività di Abdou Faye, anche se il rapporto presto attuato con il sindacato non ha spento la sua partecipazione alla vita associativa che lo vede vicepresidente dell'Alef (Associazione dei lavoratori emigrati Friuli-Venezia Giulia).
Chi unifica tante esperienze è il migrante cui l'Ufficio diritti (Abdou lo definisce "struttura trasversale") offre un punto di riferimento per l'orientamento in servizi che possono riuscire illeggibili, per assistenza di tipo amministrativo-burocratico e non solo. Esemplare è il caso di un immigrato dalla Mauritania che, a seguito di un infortunio sul lavoro, perse l'uso della mano sinistra. L'immediata solidarietà dimostrata dai compagni, pronti a testimoniare le cause reali dell'evento (nel giro di un tempo brevissimo e prima di ogni controllo le macchine non idonee erano state poste a norma), si spense rapidamente, non reggendo alla durezza di un confronto in cui non è possibile mettere in gioco quel salario che significa sopravvivenza. L'intervento sindacale consentì di tenere aperto il caso che oggi è arrivato alla definizione delle conseguenze sul piano civile del danno subito. Così emerge un dato importante: la solidarietà non può essere affidata ai buoni sentimenti; deve trovare, per essere efficace, la certezza di un riferimento istituzionale.
L'osservazione del difficile rapporto fra il migrante e una realtà che spesso gli riesce indecifrabile ha determinato un interesse forte per l'intervento preventivo che riguarda l'emersione del lavoro nero, l'organizzazione del lavoro e l'informazione delle singole persone.
A tale proposito Faye presenta alcuni interessanti libretti: sono scritti in italiano e poi in una seconda lingua. Finora le lingue praticate sono otto e rispettano le tipologie della migrazione in regione: inglese, francese, spagnolo, serbo-croato, sloveno, albanese, bengali, arabo; i volumi in rumeno e cinese sono in preparazione. Il titolo programmatico - che si riporta solo in italiano - è "Lavorare sicuri": vi si ritrovano non solo le norme in vigore ma soprattutto spiegazioni - per cui si è opportunamente scelto il linguaggio del fumetto - sulle misure di sicurezza che il lavoratore deve conoscere e l'illustrazione della segnaletica che l'operaio può incontrare nel corso della sua attività: segnali di divieto, di prescrizione, di avvertimento, di soccorso-salvataggio, cartelli per le attrezzature antincendio e segnaletica relativa alle sostanze pericolose.
Ma non esiste solo l'attività del lavoro operaio: a questo punto si introduce, quasi naturalmente, il problema delle "badanti" o meglio - precisa Abdou - "assistenti geriatriche domiciliari" o "collaboratrici familiari" che vivono la totalità del loro tempo a stretto contatto con gli assistiti e le loro famiglie in ambienti dove la vita e il lavoro si intrecciano inestricabilmente. Parla di giornate di lavoro che arrivano alle venti ore ma anche di datori che riconoscono l'eccezionalità dell'aiuto che queste donne offrono; "sono - precisa - una fetta dello stato sociale", ma possono venir schiacciate dall'arroganza e dal pregiudizio. Cita un fatto che lascia allibiti: una famiglia aveva collocato una telecamera per controllare la badante anche in camera da letto e non era possibile una denuncia perché la donna non poteva permettersi di provocare un'irruzione della polizia a tutela della sua intimità violata.
"Tutto ciò che facciamo non basta - dice Abdou - se non sai ascoltare" e l'ascolto non può essere sostituito dall'attività d'interpretariato. "Io traduco in extracomunitariese", ride; ma non è uno scherzo.
"Il mio ruolo è quello di avere la pazienza di ascoltare le persone, di capire cosa vogliono per non dare un'informazione sbagliata, soprattutto a chi dispone di un livello culturale basso, non parla la lingua, appare in difficoltà per quanto riguarda l'informazione. Anche se parlano a me e ad altri in italiano, io riesco a cogliere quello che vogliono".
Infatti non si tratta solo di proporre parole dal significato trasparente e non equivoco, ma di entrare all'interno di concetti che segnalano differenze culturali, modi di vivere e di porsi in relazione che, per essere lui - extracomunitario - operatore in strutture sindacali e associative, diventano, o meglio possono diventare, modi di relazioni efficaci e forse esemplari.
Abdou, infatti, non ci parla solo di migranti, ci sta segnalando un aspetto essenziale di ogni rapporto fra la pubblica amministrazione e il cittadino, soprattutto se debole, per cui "è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli d'ordine economico e sociale" che ne impediscono sviluppo e partecipazione.
Augusta De Piero