Un documento del 1946 sull'atteggiamento di Pio XII riguardo al battesimo dei bambini ebrei ha scatenato un acceso dibattito. Per alcuni papa Pacelli si mostra insensibile alla Shoah; per altri agiva con le categorie teologiche del suo tempo. Ma quei battesimi ci furono. E oggi complicano le relazioni ebraico cristiane.
A più di un mese dalla pubblicazione sul Corriere della sera (28 dicembre 2004) di un articolo di Alberto Melloni che accompagnava l'anticipazione di una direttiva del 20 ottobre 1946 diretta dal Sant'Uffizio alla nunziatura parigina (guidata all'epoca da Angelo Roncalli) e con la quale si dettavano le linee guida del trattenimento dei bambini ebrei (battezzati o ancora da battezzare) salvati nei conventi d'oltralpe dalla furia nazista, non sembrano placarsi le polemiche. Da una testata all'altra - Corriere, Repubblica, Avvenire, Unità, Giornale, Liberazione e, con una lapidaria colonna di Filippo Gentiloni del 2 gennaio, il manifesto - da un sito internet di giornale all'altro - il dossier "Papa Pacelli: il caso francese" su quello dell'Avvenire e lo speciale "Pio XII. La Chiesa. La Shoah" su quello del Corriere -, le prime pagine e le pagine di cultura battono e ribattono gli spunti della querelle, ben presto, in fin dei conti, uscita dal suo tema specifico (ad eccezione degli interventi di Gentiloni e di Anna Foa), i battesimi dei minori invitis parentibus, in favore dell'annosa questione della santità o della mancata santità di Pio XII, del suo agire e non agire, della novità o non novità dell'antisemitismo novecentesco.
Adriano Sofri, su Repubblica dell'8 gennaio, ha proposto un'ottima sintesi dell'intero dibattito cui, con toni e posizioni diverse, sono intervenuti storici e opinionisti (Melloni, Miccoli, Moro, Fattorini, Foa, Scaraffia, Goldhagen, Messori, Menozzi, Blet, Galli della Loggia, Vian, Pirani, Israel, Romano, Battista, Bertelli, Pertici, Padoa Schioppa) e che, soprattutto dopo l'articolo di Ernesto Galli della Loggia (Corriere, 7 gennaio, "Non giudichiamo il passato con il metro del presente"), si è incagliato in argomentazioni sulla supposta ignoranza della realtà dello sterminio (di cui si sarebbe appresa la verità solo negli anni Sessanta), capace, in forza di tale comoda incompetenza, di giustificare l'ordine ecclesiastico di custodire - a guerra finita e ad Auschwitz aperto - i corpi e le anime dei bambini in questione. A riprova di tale e tanta incoscienza si citano quale fonte inconfutabile i manuali di storia in voga nelle scuole superiori negli anni Sessanta (Belardelli, 12 gennaio sul Corriere), dimentichi, di certo, che nelle scuole italiane solo una direttiva del ministro Berlinguer del 1998 ha garantito che si studiassero i fatti del Novecento e che prima, in molte classi in preparazione degli esami di maturità, a malapena si arrivava agli anni Venti di quel secolo. D'altronde, un rapido controllo nella manualistica in uso oggi giorno, permette di appurare come - con rarissime eccezioni e in palese contrasto con quanto dimostrato da tempo dai ricercatori - la legislazione razziale italiana fu emanata esclusivamente per cementare l'alleanza con Hitler e che, comunque, come tradizione per le leggi del Belpaese, risultò nei fatti disattesa; per non parlare poi, sempre a dar fede ai testi scolastici, dell'oblio che nelle due striminzite e isolate paginette dedicate alla materia, copre inevitabilmente zingari, slavi, omosessuali, disabili e testimoni di Geova e che dunque, secondo certe logiche, ci autorizzerebbe ad ignorarne la sorte.
Ma, lo ripetiamo, in fin dei conti l'inedito pubblicato da Alberto Melloni non di questo tratta, non di relativismo etico ragiona, ma di battesimi; e qualunque discussione su Pio XII, su antisemitismo e antigiudaismo, dovrebbe tener conto del fatto che appunto di battesimi si va ragionando e da questi prendere le mosse.
La questione è antica ed è, in qualche modo, iscritta nella natura stessa della Chiesa cattolica e della sua missione evangelizzatrice, il cui sigillo altro non è che il battesimo degli infedeli. In qual modo gli "infedeli" pervengano, o non pervengano, alla libera e consapevole scelta di accedere al fonte battesimale, è uno dei punti; gli altri naturalmente sono l'accordarsi su una definizione certa delle condizioni in cui una scelta è libera e consapevole e quale sia l'età giusta per poter compiere scelte in libertà e consapevolezza. Di battesimi di ebrei in punta di spada, o con l'acqua alla gola, le cronache d'Europa conservano ampia traccia, così come, d'altronde, le formulazioni dei canonisti. Non è certamente questa la sede per ripercorrere nel dettaglio l'evoluzione della normativa e della teologia in merito ai battesimi degli ebrei; alcune indicazioni, però, si rivelano indispensabili riferimenti per la riflessione e la comprensione della vicenda assurta all'onore delle nostre cronache.
L'oggetto del dibattito, ovviamente, non è la libera accettazione del battesimo, chiaramente manifestata da un adulto perfettamente in grado di intendere e di volere, ma la legittimità dei battesimi imposti a coloro sulla cui sovrana volontà, perché costretti da avverse condizioni o perché troppo piccoli per resistere ad un plagio, si nutrono dei dubbi. La casistica in proposito è ampia e lunga nel tempo, e comprende, naturalmente, l'imposizione del battesimo ad ebrei niente affatto desiderosi di riceverlo; in generale, comunque, per quanto la Chiesa sia andata deprecando le modalità di tali imposizioni coatte e non abbia approvato affatto - soprattutto nel caso degli ebrei - le aspersioni di acqua santa accompagnate da spade minacciose, ha spesso finito per considerare validi questi battesimi, ottenuti con mezzi a dir poco impropri. La persuasione, la predica, restrizioni economiche e sociali, ma non le armi vere e proprie andavano usate per convincere i ciechi ebrei a riconoscere la verità di Cristo. E a questo scopo, nel corso della prima età moderna, vennero fondate le Case dei Catecumeni e chiusi i Ghetti. Un bel libro di Marina Caffiero appena uscito per Viella, Battesimi forzati, frutto di lunghe ricerche nell'archivio del Sant'Uffizio, esamina a fondo e con passione la materia, dimostrando come la svolta avvenne nel Settecento ed in particolare sotto il pontificato di Benedetto XIV. Se, infatti, le strutture dell'impianto conversionistico si erano venute sviluppando nel corso dei secoli, è in quegli anni che queste vengono profondamente rivisitate e che progressivamente scompaiono le tradizionali garanzie che fino ad allora avevano regolato per queste fattispecie i rapporti tra ebrei ed autorità ecclesiastiche. In particolare si fa sempre più ampio e meglio determinato il concetto di favor fidei, in base al quale, in nome appunto del bene superiore della fede, la Chiesa battezza reclama bambini, anche non ancora nati, contro il diritto naturale e contro le tradizionali definizioni dei confini della patria potestà genitoriale, ora, secondo i casi e le convenienze, estesa sino a comprendere nonni e zii, anche lontani.
Proprio la strenua difesa dell'ideale del favor fidei sembra animare il documento della Chiesa di Pio XII al centro di questa polemica; e non vi è ragione di tentare di accreditare quell'atteggiamento alla schiera degli antichi pregiudizi antigiudaici o a quella dei più moderni dettami antisemiti. La disamina dei profondi significati, delle differenze o delle similitudini tra le due parole, non può e non deve nascondere, per semplice onestà intellettuale, che è sulle lunghe radici dell'antigiudaismo ecclesiastico (se così vogliamo chiamarlo) che poggia fermamente l'antisemitismo novecentesco, così da attecchire non a caso e con estrema facilità proprio in quei paesi - come l'Italia - in cui più forte e consueto era stato il primo. Certamente, per sfruttare dizioni forse meno ambigue, l'antisemitismo biologico - razziale fascista e nazista divergeva dal suo predecessore culturale, economico e politico per diversi aspetti, in primis per la negazione della conversione salvifica, ma, con altrettanta evidenza, a quello si richiamava quando espelleva gli studenti dalle scuole e ordinava la più netta separazione tra ariani e non. Se poi, per proporre un esempio sin troppo ovvio, il caso Dreyfuss vada considerato antigiudaico o antisemita, questa è riflessione che lasciamo volentieri agli abili polemisti di questi giorni; così come, d'altronde, quella sulla "modernità" delle teorie elaborate in Spagna, e vecchie ormai di mezzo millennio, su una faccenda niente affatto razziale come la limpieza de sangre.
Su Pio XII, sui suoi silenzi, sui suoi presunti meriti e presunte colpe, molto si è detto e molto ancora si dirà. Inserirlo o meno nel canone dei beati e dei santi è decisione che, naturalmente, spetta esclusivamente a chi in quei santi e in quei beati crede. Agli altri, al più, pertiene il prendere atto dell'esito di tale scelta. Che Pio XII abbia trovato le parole per condannare il comunismo, ma gli siano venute meno quelle per deplorare il fascismo e il nazismo, è cosa nota; così come lo sono il gradimento espresso dalle gerarchie ecclesiastiche per le leggi razziali, ed in particolare per il divieto di contrarre matrimoni misti, le ansie dei nazisti per le possibili reazioni pontificie in seguito alla razzia degli ebrei di Roma (da sempre, in fondo, gli ebrei del papa) e l'asilo offerto nei conventi ai perseguitati durante la guerra e ai persecutori a guerra finita. Che poi, nel 1946 e negli anni successivi - mentre le foto e le testimonianze di Auschwitz e dei suoi fumi già giravano il mondo, l'Europa contava i diciotto milioni di vittime civili uccise a sangue freddo, gli ebrei accoglievano con assoluto stupore i rari reduci della fabbrica della morte, e per affrontare l'orrore si andavano elaborando i concetti di crimine di genocidio e di crimine contro l'umanità - la Chiesa non abbia saputo e voluto superare vecchie prassi, racconta più di mille pagine di saggi e memorie cosa questa sia stata prima di Giovanni XXIII e del Vaticano II.
Sui battesimi forzati, come in generale sulle matrici e corresponsabilità cattoliche a proposito di antisemitismo, è noto, Giovanni Paolo II, ha chiesto perdono. Che questo non sia sufficiente a placare alcune delle più accese ansie polemiche di questo periodo, e a rimetterle sul sentiero di un confronto sereno tra cattolici - che è poi il loro naturale -, semplicemente, la dice lunga su quanto ancora resti da fare in tema di antisemitismo (o antigiudaismo che dir si voglia).
L'analisi del fenomeno dei battesimi forzati a Roma tra XVI e XIX secolo proposta da Marina Caffiero (Battesimi forzati. Storie di ebrei, cristiani e convertiti nella Roma dei papi. Viella, 2004, 352 pagine, 22 euro) è condotta sulla base di attente ricerche nell'Archivio Storico del Sant'Uffizio, da pochi anni accessibile agli studiosi. Le storie di Debora e Ricca Funari, bambine "rubate", di Mazaldò, fidanzata per forza, di Giuditta e delle altre donne ostinate, di Sara Marini e di suo cognato Sabbato di Segni, di Angeluccio e Saruccia Terracina, orfani contesi, di Belladonna e del suo zio cristiano, dei figli e dei nipoti di Sabbatino de Servis, delle offerte post mortem di David Citone, di Chiara del Borgo, ci accompagnano, attraverso scrittura scorrevole e di piacevole lettura, nella scoperta di una realtà finora in gran parte poco conosciuta. La ricostruzione di diverse vicende individuali, succedutesi nell'arco di tre secoli, e l'accostamento di queste e del loro iter giudiziario - suppliche, memoriali di parte e sentenze - alla pubblicistica e alla giurisprudenza contemporanea - dal Catalogo de' Neofiti illustri di Paolo Sebastiano Medici al Theatrum veritatis di Giovan Battista De Luca fino all'Armatura de'forti di Rovira Bonet e alla sistemazione normativa condotta da Benedetto XIV - dimostra con chiarezza come, di fatto, anche quella dei battesimi forzati sia stata una vicenda in costante evoluzione, il cui momento di svolta si realizza nel Settecento e in particolare durante il regno di papa Lambertini (Benedetto XIV).
Alla base della sistemazione normativa proposta dal pontefice, vi è un progressivo dilatarsi del concetto di favor fidei, applicato ai più diversi casi di "offerta" dei minori. Coloro che autonomamente intraprendono il cammino della conversione vengono infatti invitati ad offrire alla Chiesa i propri congiunti, con particolare riguardo alle donne e ai bambini; una volta pronunciata l'offerta, la persona coinvolta viene portata nella Casa dei Catecumeni ove - per un totale di giorni stabiliti al termine del quale, secondo l'esito, si preparerà a ricevere il battesimo o tornerà in Ghetto - verrà incitata e aiutata a intraprendere il cammino della conversione. Nel corso del Diciottesimo secolo cambiano sia i gradi di parentela in base ai quali la Casa accetta le offerte, che le regole della permanenza all'interno delle sue mura: mano a mano, infatti (e contro tradizioni secolari), si configurano come legittime quelle sia maschili che femminili del coniuge, dei figli, ma anche dei nipoti e dei fidanzati (addirittura dei fidanzati respinti) e si va sempre più prolungando la durata della quarantena. Anche la soglia di età in cui scatta la maggiorità si dimostra flessibile e secondo le occorrenze anticipa, anche a tre anni, o ritarda, fino a dopo il matrimonio e la nascita dei figli sulla base di presunte emancipazioni non concesse. Naturalmente è solo con l'uscita dalla minorità che il pronunciamento sull'accettazione della conversione è valido in quanto espresso nel pieno possesso delle proprie facoltà intellettuali; fino al compimento di tale maggiore età la persona viene considerata sotto tutela della Casa stessa, che dunque ne diventa responsabile, e non più dei suoi congiunti.
Ed è appunto in forza del principio del favor fidei che si vanno erodendo i tradizionali diritti di patria potestà riconosciuti ai genitori dalla legge e dalla natura.
Marco Rossi