Pio XII, la Shoah, i bambini ebrei battezzati

Un documento trovato in Francia e pubblicato dallo storico Alberto Melloni sul "Corriere della Sera" afferma che nel 1946, tramite il Sant'Uffizio, Pio XII ordinò ai vescovi francesi e al nunzio Roncalli di non far restituire alle famiglie d'origine bambini ebrei affidati, durante l'occupazione nazista della Francia, a istituzioni cattoliche e poi battezzati. Melloni è stato contestato dagli ambienti vaticani. Perché, per accertare i fatti, la Santa Sede non pubblica il documento originale?

All'indomani della Shoah, Pio XII ripropose in linea di principio la tesi che un bambino ebreo, comunque battezzato, dovesse essere educato dalla Chiesa cattolica romana e quindi, di fatto, sottratto alla famiglia. Questo - nella sostanza - il punto cruciale sollevato, sul Corriere della Sera del 28 dicembre, dallo storico Alberto Melloni, in un articolo sulle asserite direttive vaticane di non restituire alle famiglie i bambini ebrei che avevano trovato rifugio presso istituzioni cattoliche francesi durante l'occupazione nazista della Francia, e che fossero stati battezzati.

Infatti, il testo trovato a Parigi e ora pubblicato, raccomandava di non rispondere per iscritto alle comunità israelitiche che chiedessero la restituzione dei minori e che, comunque, si esaminasse caso per caso; e diceva che i bambini ebrei battezzati "non potranno essere affidati a istituzioni che non ne sappiano assicurare l'educazione cristiana". Affermazioni - definite "agghiaccianti" da Melloni - che hanno aperto un vespaio (vedi questo numero, pag. 13). Lo storico è stato accusato di "superficialità" per aver dato peso eccessivo ad una paginetta indirizzata non si sa bene a chi: ai vescovi francesi, o all'allora nunzio apostolico a Parigi, mons. Angelo Giuseppe Roncalli, il futuro Giovanni XXIII? E poi - hanno insistito i critici - perché Melloni non ha sospeso il giudizio in attesa di poter verificare la fonte del documento, e cioè una direttiva del Sant'Uffizio, del 20 ottobre 1946, approvata da Pio XII?

Per rispondere a tali interrogativi vi è, ci pare, una via regale: l'immediata pubblicazione del testo originale del Sant'Uffizio. Perché - per consentire un'indagine storica obiettiva su una questione così delicata - il Vaticano non lo fa, derogando, come del resto già avvenuto altre volte, al limite temporale imposto all'apertura degli Archivi? Infatti, per valutare ponderatamente tutti gli aspetti della questione (e, quindi, se Roncalli obbedì alle "direttive" superiori, o le aggirò) dovremmo conoscere esattamente le disposizioni romane. Il che oggi non è. Allo stato dei fatti alcuni indizi portano però a dire che Roma, pur quando ormai era ben noto a tutti l'orrore della Shoah, rimanesse ferma al principio che aveva ispirato Pio IX per la vicenda di Edgardo Mortara. Questi, bambino ebreo, era stato battezzato, furtivamente e violando le leggi canoniche, da una cameriera; perciò (siamo nella Bologna papalina del 1858) l'inquisitore ordinò che fosse rapito e portato a Roma. I diritti del Padre Celeste - dirà allora il papa - vengono prima di quelli del padre terreno, e un ebreo comunque battezzato deve essere educato dalla Chiesa (per tutta la vicenda, vedi Confronti 3/2000).

Ha detto il gesuita p. Peter Gumpel, postulatore della causa di beatificazione di Eugenio Pacelli: "Ammesso che il documento pubblicato dal Corriere sia autentico, non inficia affatto la santità di Pio XII… Secondo la dottrina prevalente del tempo [del pontefice], se un bambino riceveva il battesimo aveva il diritto ad avere un'educazione cattolica ed era considerato ormai membro effettivo della Chiesa. Ciò lo poneva sotto la giurisdizione dell'autorità ecclesiastica: una vecchia legislazione che non derivava da Pio XII. Lui applicò solo le norme in vigore". Ma - domanda - quale che sia l'idea teologica che si ha del battesimo, perché mai essa dovrebbe comportare una conseguenza giuridica tremenda, il rapimento di un bambino ai suoi genitori acristiani?

Certo, non si può giudicare il passato con il senno di poi. E, tuttavia, qualche interrogativo si potrà pur porre sul fatto che Pio XII, durante la guerra, solo due volte, e velatamente, denunciò in pubblico la tragedia incombente sugli ebrei. Silenzio per risparmiare loro una sorte peggiore? Cenni che, da soli, bastarono a far pensare ad Hitler di deportare il papa? Lasciando qui impregiudicate tali questioni, guardiamo al dopo 1945. Infatti, proprio nell'immediato dopoguerra, vi furono dei cristiani che, a differenza del Sant'Uffizio, intuirono che la Shoah metteva in discussione teologie e prassi ecclesiastiche consolidate. Lo fecero, in Germania, la Chiesa evangelica e quella cattolica - ammettendo che, salvo nobili eccezioni, come corpo avevano sostenuto o tollerato il nazismo. Ma tali e altri esempi non smossero Pio XII che, in ben tredici anni, dal '45 al '58 (anno della sua morte), non affrontò mai, con la riflessione che la tragedia indicibile meritava, il tema della Shoah, in sé e in rapporto alle Chiese. E il 23 dicembre '49, alla vigilia dell'apertura dell'Anno santo del '50, papa Pacelli affermava: "Per tutti gli adoratori di Cristo - non esclusi coloro che in una sincera ma vana attesa l'adorano promesso nelle predizioni dei profeti e non venuto - Noi apriamo la Porta Santa…". A quattro anni dalla Shoah quell'inciso è tutto quello che il pontefice sa dire degli e agli ebrei!

Nel '46 don Karol Wojtyla (oggi famoso e papa; allora non era nessuno), rifiutò seccamente la proposta di battezzare un bambino ebreo orfano - i genitori erano scomparsi ad Auschwitz - da anni affidato a una famiglia cattolica (vedi questo numero, pag. 10). Così facendo, disobbedì forse Wojtyla alla lettera, o allo spirito, delle norme cattoliche in voga, o non fece invece, come riteniamo, una scelta giusta e coraggiosa? Dunque, cade la tesi che negli anni Quaranta/Cinquanta non si potesse uscire dallo schema teologico antiebraico assunto da Pio XII. Naturalmente, ciò non cancella la grandiosa opera umanitaria che, durante la seconda Guerra mondiale, l'insieme delle strutture vaticane, e variegate realtà cattoliche, fecero per salvare ebrei dai nazisti.

Ombre e luci, dunque, in Pio XII: perciò, ci domandiamo, perché il Vaticano insiste nel volerlo beatificare? Perché non rispettarlo invece nella sua contraddittorietà e complessità, lasciando il giudizio sulla sua attività pubblica alla storia? Né ci si dica che la Chiesa romana pone sugli altari una persona per le sue private virtù, prescindendo dalle sue scelte "politiche". Ammesso e non concesso che questo sia mai stato possibile, non lo è certo a quarant'anni dal Vaticano II e quindi, nel caso, dalla svolta - aperta da papa Giovanni - nel ripensamento teologico del rapporto Chiesa-Ebraismo. Perciò ci parve incredibile che proprio Wojtyla, il 3 settembre 2000, proclamasse beato, insieme a Roncalli, anche il papa che aveva benedetto il rapimento di Edgardo Mortara (un Pio IX "ripescato" e "abbinato" al posto del discusso Pio XII).

Il 18 gennaio Giovanni Paolo II - in una del tutto inedita udienza - ha ricevuto 160 rabbini dell'associazione ebraica Pave the Way Foundation, ribadendo la sua volontà di dialogo e amicizia con gli ebrei. Allo stato dei fatti, tale impegno ci pare incomponibile con l'eventuale beatificazione di Pio XII. Che poi, a chi gioverebbe?

David Gabrielli