L'accoglienza all'Accordo informale israelo-palestinese firmato a Ginevra il primo dicembre; le previsioni demografiche che vedono nel futuro ebrei in minoranza; l'ipotesi di uno Stato binazionale in Israele, Gaza e Cisgiordania: tre questioni che complicano il quadro della pace possibile, ma che potrebbero anche favorirla.
A parte le tragiche violenze e controviolenze, l'aggrovigliatissimo puzzle israelo-palestinese si è arricchito, nelle ultime settimane, di tre questioni - non nuovissime, in verità, ma ora ripropostesi con accenti incalzanti: il dopo-Ginevra, la sfida demografica, lo Stato binazionale.
Preparato in gran segreto in due anni di lavoro, con i buoni uffici del diplomatico svizzero Alexis Keller, il 12 ottobre 2003 siglato dalle Parti, firmato e presentato al mondo il primo dicembre a Ginevra, l'Accordo è il frutto della buona volontà di una "cordata" israeliana guidata dall'ex ministro laburista Yossi Beilin, e di una palestinese guidata dall'ex ministro Yasser Abed Rabbo - i due erano stati tra gli architetti dell'accordo Israele-Olp preparato ad Oslo e firmato a Washington il 13 settembre 1993. Il testo (vedi Confronti 1/2004) non ha valore ufficiale, essendo una iniziativa privata dei proponenti; tuttavia, per l'autorevolezza loro, e degli altri politici, militari, intellettuali che lo sostengono, esso è assai rilevante. È un "fatto" che impone a tutti di prendere posizione, e che scuote l'attuale, nefasto e sanguinoso "status quo" del conflitto.
Caratteristica del patto ginevrino è che esso affronta tutti i problemi sul tappeto (confini, insediamenti, profughi ), e dà ad essi una soluzione concreta, definitiva, senza rinviare - come facevano il testo di Oslo e, anche, la "Road map" pensata nel 2002 e avviata nel 2003 da Stati Uniti, Russia, Onu, Unione europea - a successivi e fumosi altri accordi. L'Accordo garantisce Israele (nei confini precedenti la guerra dei sei giorni, del 1967, con rettifiche territoriali a suo favore compensate con eguali km2 di territorio israeliano dato ai palestinesi), e fonda un vero Stato di Palestina, con Gerusalemme città condivisa, capitale di entrambi gli Stati.
Il premier israeliano Ariel Sharon ha bocciato con asprezza l'Accordo; il presidente palestinese Yasser Arafat ne ha dato un appoggio indiretto. Stando ai sondaggi, al momento il patto riscuote simpatie in una parte importante, ma minoritaria, dell'opinione pubblica israeliana e palestinese. Entro un paio di mesi milioni di cittadini israeliani e, sperabilmente, palestinesi, riceveranno per posta il testo dell'Accordo. La fondazione svizzera Henri Dunant ha stanziato sette milioni di dollari per favorire questa campagna di informazione e per la pubblicità sui mass-media. Perché il futuro dell'Accordo dipende, soprattutto, dall'appoggio della gente: non solo in Israele-Palestina, ma anche nel mondo (perciò sono previste iniziative a livello internazionale per far conoscere un patto che - con un compromesso ragionevole, seppure non perfetto - potrebbe davvero portare la pace a Gerusalemme). A seconda del sostegno che otterrà dalla gente, entro il 2004 il patto ginevrino fiorirà, oppure fallirà.
In gennaio - ed è il secondo elemento che si va imponendo nella riflessione sulle strategie di pace - Sergio della Pergola, professore di demografia all'università ebraica di Gerusalemme, ha diffuso le sue previsioni: dati i tassi di natalità (4,6 figli per nucleo familiare arabo, 2,6 per quello ebraico), nel 2020 nell'area che oggi comprende Israele e i Territori vivranno 6,4 milioni di ebrei e 8,2 milioni di palestinesi (arabi israeliani + abitanti di Gaza e Cisgiordania). A Gerusalemme gli arabi, oggi il 29%, nel 2020 saranno il 38% della popolazione, e poi cresceranno ancora. Oggi in Israele gli ebrei sono 5,4 milioni, gli arabi 1,3 milioni; ma questi ultimi nel 2020 saranno 2,3 milioni, e nel 2050 la popolazione ebraica ed araba praticamente si equivarrà. La "bomba demografica" araba, dunque, incombe su un Israele pensato come "Stato ebraico".
Stante l'attuale impasse del processo di pace - ed ecco il terzo elemento di dibattito - e la proposta fatta balenare da Sharon come "pace unilaterale" (una Palestina formata da Gaza e da solamente la metà della Cisgiordania, e senza Gerusalemme: proposta inammissibile sia per l'Olp che per l'Onu), in campo palestinese qualcuno ha detto: rinunciamo all'idea di uno Stato palestinese, e sosteniamo uno Stato binazionale, ebraico e arabo, che comprenda Israele, Cisgiordania, Gaza, e con un parlamento eletto democraticamente (il che, secondo le previsioni demografiche, significherebbe un governo a maggioranza araba). Uno scenario che sconvolge molti in Israele. Ma, allora, torna la domanda: come salvare un Israele ebraico, se non si vuole pagare l'onesto prezzo di vedersi accanto un "vero" e indipendente Stato di Palestina?
Pur distinti, i tre problemi - accennati per "flash" - sono in parte interconnessi. Essi pesano, e peseranno sempre più, nello scacchiere mediorientale. Sullo sfondo, la pace possibile, purché la si voglia davvero. E, a Gerusalemme, in Italia, in Europa, negli Usa, la si sostenga.
Sostegno che significa, ribadiamo, una chiara volontà politica ed etica a favore degli Accordi di Ginevra. I quali non contraddicono la "Road map" - basata sul principio dei due Stati - ma esplicitano che cosa dovrebbe significare "Stato" anche per la Palestina: un vero Stato, per quanto "demilitarizzato", e non un "bantustan", o un aborto di Paese espropriato della metà degli attuali Territori. Insomma, Israele e Palestina, due Stati degni di questo nome che, chiudendo un secolo di violenze tra israeliani e palestinesi, si accettano reciprocamente. Perciò volere "pace a Gerusalemme", oggi, significa dire "sì agli Accordi di Ginevra".
David Gabrielli