La parola alle donne, tra ostilità e speranza

Il conflitto e la pace visti con gli occhi di alcune donne israeliane e palestinesi. È sbagliato pensare che, solo perché e in quanto donne, siano tutte schierate sul fronte della pace. Eppure le donne insieme ai bambini, da una parte e dall'altra, sono le prime vittime del conflitto. Prosegue il resoconto di un viaggio di "Confronti".

Senso di impotenza, incertezza, angoscia, rassegnazione, profondo silenzio e, paradossalmente, voglia di fare. Queste le sensazioni con cui molti e molte di noi sono ritornati dalla delegazione di pace in Israele e Territori palestinesi che si è svolta lo scorso dicembre (vedi Confronti 1/2004). Stati d'animo che ci hanno interrogato e che ci hanno fatto discutere, anche animatamente, tra di noi e con le persone che abbiamo incontrato. Israeliani e palestinesi vivono in questo momento una sorta di immobilità, troppo spesso accecati da posizioni di ostilità, se non odio, verso l'altra parte. Ci restano tante domande: perché è così difficile credere che solo riconoscendo le paure, le angosce, i desideri e le speranze di una parte e dell'altra del conflitto sarà possibile scorgere un fievole barlume di speranza? Cosa è ancora possibile dire?

Forse è questo il nodo, non tocca a noi parlare. A noi spetta "fare": sostenere e accogliere quanti operano fattivamente per la pace nella giustizia.
Per questo scegliamo di raccontare, tra i molti incontri che abbiamo avuto con israeliani e palestinesi, quelli con alcune donne dell'una e dell'altra parte. È questa una storia antica: le donne sono depositarie della cultura materiale, a loro è "destinata" l'educazione, l'accoglienza, la cura; forse il loro "fare" è una chiave che può rendere possibile pensare il futuro per due popoli che amiamo.

L'incontro con le donne ebree
Della prima donna incontrata in Israele non conosco il nome. È una signora a capo coperto, in abiti modesti se non miseri, avanza un po' curva, le camminano attorno tre bambini, non si capisce se maschi o femmine, hanno cappottini e berretti, sembrano uccelli di nido. Il paesaggio attorno a loro è desolato, una strada di terra battuta e, dietro le figure che avanzano, filo spinato; è la strada che ad Auschwitz II-Birkenau, costeggiando i "magazzini Canada", portava direttamente dai binari alle camere a gas. Si tratta di una foto vista tante volte sui libri e nei musei: è riprodotta anche allo Yad Vashem, il museo della Shoà, a Gerusalemme. Lì incontro di nuovo la signora curva nella sua giacca a quadretti, i suoi bambini (tre del milione e mezzo "passati per il camino"). Anche lei, anche loro sono Israele.

Giorni dopo, nell'insediamento di Ofra, incontriamo Tamar, una giovane donna mora e minuta; è nata in Israele, in un kibbutz, poi, alla metà degli anni Ottanta, il padre decise che quella stagione di militanza aveva fatto il suo tempo, la partita per Israele andava giocata su altri terreni: quelli appunto degli insediamenti, e trasferì in uno di essi la famiglia. Tamar vi è cresciuta, poi ha frequentato l'università, è venuta in Italia per una specializzazione, si occupa di architettura come il fratello di suo padre, autorevole membro del partito Likud. All'incontro è presente anche lui che ha molto da dire e Tamar tace per tutto il tempo. La guardo e penso che il giorno prima a Betlemme ho assistito alla stessa rappresentazione, però dall'altra parte. Eravamo ospiti di una famiglia e avremmo dovuto parlare con una delle figlie, insegnante di scuola elementare, una donna deliziosa, come la sua famiglia del resto, ma c'era lì un ospite maschio militante "scafato" che le ha di fatto rubato non la scena, che quella non era in alcun modo sottraibile, ma la parola sì. Niente di nuovo sotto il sole.

Torniamo ad Ofra, finito l'incontro a tavolino c'è la visita dell'insediamento. Ci accompagna Tamar, con scarse parole italiane (suo padre scelse di non insegnarglielo) ed altre in inglese ci parla e si capisce quanto ami la sua famiglia e il suo paese, ma ci guida con poca convinzione per le ordinatissime strade dell'insediamento: "Qui è l'ufficio postale, là dei negozi… in quello si vendono abiti da sposa… laggiù è la scuola… Ecco questa è la casa della mia famiglia..." e solo ora mi sembra che nei suoi occhi passi un guizzo di vera appartenenza. "Ma tu Tamar vuoi vivere qui?". Secca e decisa la risposta: "No, non si può vivere qui". Ma molti ad Ofra, la pensano diversamente.

Altra l'appartenenza di Ruth, che ci accoglie con sguardo limpidissimo e un sorriso disarmante al kibbutz Baram: "Ho scelto di vivere in Israele per il progetto di vita che nel kibbutz è possibile praticare, se questo venisse meno non vivrei più qui". Ruth è un'educatrice: segue il gruppo dei preadolescenti nel kibbutz, ha due figli. Il più grande - Iarden, 4 anni - un giorno le ha chiesto: "Chi conosci a Dovev (si tratta di un moshav, un villaggio semi-collettivo abitato da ebrei religiosi)?". A lei non veniva in mente nessuno, e il bambino: "Ma loro sono i nostri nemici?". Nessuno si scandalizzi. Se il confine del tuo Stato passa di fianco ai giardini del tuo villaggio e non si vive in pace, allora è importante anche parlare di nemici, pena la vita. Ma è altrettanto significativo il fatto che un bambino non percepisca come nemici gli abitanti dei vicini villaggi arabi che incontra in occasione di feste o ricorrenze più di quanto non capiti con gli ebrei israeliani di Dovev.

Lo stesso clima si deve essere respirato al kibbutz Sasa, per lo meno negli anni (1993-2000) intercorsi fra gli accordi di Oslo e l'inizio della seconda intifada: "Ora è diverso, qualcosa si è rotto, non mi fido più". Chi parla è Anna, col marito Luciano, milanese come lei, vivono in Israele dalla fine degli anni Settanta, i loro figli sono nati qui. Hanno creduto dal profondo alla possibilità della pace, ora sono disillusi e frustrati e, Anna in particolare, angosciati per i figli ("non è una vacanza, magari noiosa e inutile, il servizio militare in questo paese"); non vanno più a Tel Aviv per partecipare alle manifestazioni per la pace. Anna ha ancora un'amica, la incontra ogni giorno, la responsabile delle pulizie del kibbutz, palestinese: "Parliamo di tutto, ma non del conflitto...".

È il nostro ultimo giorno in Israele. Tel Aviv: incontriamo la responsabile di parte israeliana di "Windows", una rivista bilingue - in arabo e in ebraico - realizzata da ragazzi israeliani e palestinesi. Ruti, una donna solare, ci racconta la necessità del dialogo, della condivisione. Ma chi davvero mi colpisce è un'altra donna: è anziana, segaligna, per tutto il tempo della nostra permanenza nella sede di "Windows" non ha detto una parola, ha continuato a preparare pacchi, smistando abiti, scarpe, biberon, pannoloni, giochi... si chiama Shosha Horovitz, è nata in Ungheria, e sopravvissuta alla Shoà: sa quanto sono importanti i pacchi con gli aiuti. Quelli che prepara lei vanno nei Territori palestinesi, ai campi profughi.
È proprio vero, ora è il tempo di fare. Che cosa? Cose concrete, pacchi per esempio.

L'incontro con le donne palestinesi
Anna vive a Betlemme, territorio palestinese, ma è italiana. Ha sposato Samir, palestinese, hanno due bambini e hanno scelto di vivere a Betlemme. Da circa dieci anni ha fatto richiesta di residenza a Betlemme ma ancora, per ragioni diverse e burocratiche, non riesce ad ottenerla dal governo di Israele. È in possesso di un visto turistico che ogni tre mesi deve rinnovare e ogni tre mesi rischia di essere rimandata in Italia, se viene in Italia per trovare i genitori rischia di non poter più rientrare in Israele. Durante il coprifuoco, durato quaranta giorni nel 2002, i soldati israeliani sono entrati nella sua casa durante la notte traumatizzando più di tutti i suoi figli, oggi invoca aiuto: "Quello che l'opinione pubblica internazionale può fare, prima di tutto, è capire che sostenere i diritti dei palestinesi non vuol dire essere antisemiti e la legalità deve essere assolutamente difesa". Nonostante tutto, Anna cerca di trasmettere ai suoi figli il rispetto per l'altro e Khaled di 8 anni interviene e mi dice: "Vedi, gli israeliani sono quelli che occupano la nostra terra; gli ebrei sono persone che hanno un'altra religione e non si devono toccare le sinagoghe dove loro vanno a pregare".

Jacqueline vive a Betlemme ma lavora a Beit Jalla, un sobborgo vicino Betlemme, se il muro di separazione continuerà ad essere costruito non potrà più andare a lavorare. Già suo padre, che faceva statue di legno di olivo, da tre anni non lavora più perché non ci sono pellegrini. Tuttavia Jacqueline è allegra, spiritosa e vitale, racconta di come una volta ha beffato un soldato per andare a comprare qualcosa durante il coprifuoco e dice: "La più grande paura non era per noi ma per mia sorella che ha quattro figli e avevano fame".

Sempre a Beit Jalla incontriamo Ruba. Lavora all'Inad Theatre, bombardato otto volte, un luogo dove rifioriscono progetti teatrali anche da portare all'estero, un luogo dove attraverso il teatro si parla ai bambini e agli adulti di pace, di sogni e di diritti. Ci racconta: "Oggi è molto difficile dialogare con gli israeliani, questa situazione ci ha separati, io ho studiato teatro a Tel Aviv e con i miei amici israeliani andavamo al cinema insieme, a cena insieme. Oggi nessuno mi telefona, nessuno mi cerca e questo mi rende triste perché abbiamo passato insieme dei giorni molto gioiosi: questo è il muro".

E poi ci sono Nuha, Fateh, Carol che lavorano all'International center di Betlemme, un centro della chiesa luterana in grande espansione che organizza corsi di mosaico, di guide turistiche, di ceramica e di italiano, nella speranza che le donne e gli uomini del mondo intero ritornino in questa terra. Nuha è una donna che ha viaggiato molto in Europa, tra le altre cose dirige un centro in cui si curano i bambini sordo-muti: qui ve ne sono molti a causa dei matrimoni tra parenti e a causa dei traumi legati al conflitto. Quando le chiedo se un dialogo con gli israeliani è possibile mi risponde: "Non è possibile avere un dialogo con chi controlla tutte le parti della tua vita, in questo momento non ho niente da dire agli israeliani. Forse, solo quando gli israeliani finiranno di occupare la nostra terra, allora un dialogo sarà possibile. Nel futuro tutto è possibile".

Voglio poi ricordare Ilham, silenziosa, discreta, ospitale ma con un grande desiderio di condivisione, che è morta molto giovane, poco prima di Natale.
L'ultima kamikaze che si è fatta esplodere a Eretz, check point di Gaza, aveva 22 anni e due figli, un atto di morte, odio e disperazione ha avuto la meglio su tutto. Ma negli stessi giorni una famiglia palestinese ha rivendicato con forza l'inutilità della morte del figlio che si è fatto esplodere vicino ad una jeep israeliana. Queste le contraddizioni laceranti di questa terra, chissà che qualcosa non si stia lentamente muovendo. Tra le donne, anche grazie alle donne.

Nicoletta Cocretoli
Lucia Cuocci