Fregosi è sociologo e ricercatore presso il Centro società, diritto e religione in Europa, del Cnrs (il Cnr francese): un istituto, con sede a Strasburgo, che analizza l'evoluzione delle religioni nel vecchio continente in modo laico e multidisciplinare.
Secondo il sociologo Franck Fregosi, del Centro nazionale della ricerca scientifica (Cnrs), dietro la questione del velo si nasconde un fenomeno "quasi psicanalitico": "l'islam è un pretesto per riportare oggi in primo piano tutto ciò che non è stato totalmente digerito nel rapporto con la laicità". Un principio, invece, ancora valido, anche se da interpretare con maggiore serenità di quando la Francia cattolica e la Francia giacobina si facevano la guerra. A Fregosi, esperto di islam, chiediamo di interpretare il dibattito d'Oltralpe sul velo nel paese europeo in cui per primo si è affermato il principio di laicità.
La situazione da allora è cambiata per diversi motivi. Innanzitutto la congiuntura internazionale: soprattutto dopo l'11 settembre sono aumentati la suscettibilità e il timore rispetto a tutto ciò che, da vicino o da lontano, ha un riferimento all'islam. Un fatto paradossale perché, al tempo stesso, in Francia l'islam è sempre più accettato e il governo si è lanciato in una politica di miglioramento della pratica del culto. In secondo luogo, dagli anni Novanta l'islam si mostra, non è più una religione clandestina, che si vive nella sfera privata; ora esce nella sfera pubblica, nella città. E paradossalmente al tempo stesso diminuiscono i casi di contenzioso con la società. Un terzo fattore è che il mondo dell'educazione è in crisi. Io interpreto il dibattito sul velo come un modo di trovare una compensazione simbolica: quello che gli insegnanti non hanno potuto ottenere in termini di pensione o di impiego forse cercano di ottenerlo nella dimensione simbolica della difesa della laicità, in quanto valore centrale dell'educazione francese. Infine, nella nostra società si vive un'incertezza permanente, si parla sempre più di insicurezza. A mio avviso tutti questi fattori si coniugano e spiegano l'estrema violenza del confronto, a volte da entrambi i lati. Ho l'impressione che si sia persa la misura.
Infatti: una legge è un principio generale valido per tutti, in tutte le circostanze. Invece possiamo constatare che non c'è un caso identico all'altro. Ciò che si nota non è la moltiplicazione all'infinito del velo a scuola, ma la pluralità del modo di portarlo. Non c'è un velo solo. Ogni volta è una situazione differente, come metterle insieme tutte? Invece bisogna restare fermi sulla questione dell'assiduità: tutti gli studenti hanno l'obbligo di seguire gli insegnamenti (mentre, adducendo motivi religiosi, in Francia negli scorsi mesi alcuni studenti hanno rifiutato di partecipare a corsi scolastici come ginnastica, per motivi di abbigliamento, e biologia, per il contenuto dell'insegnamento, ndr).
La laicità è già evoluta. Si è passati da una laicità anticlericale, virulenta verso le istituzioni cattoliche, radicale, una laicità dello scontro, al tentativo della Chiesa cattolica, già dopo la prima Guerra mondiale, di riconciliarsi con le istituzioni repubblicane; questo fenomeno si è accentuato col tempo e oggi si parla di una laicità "di conciliazione", percepita dai diversi attori sociali come un sistema di regolazione della pluralità religiosa, con la preoccupazione di mantenere la neutralità dello Stato.
C'è senz'altro all'interno di alcuni gruppi religiosi una volontà di tornare indietro, ma si tratta di fenomeni marginali, come una frazione di integralisti cattolici. Dall'altro lato ci sono coloro che non sono soddisfatti della laicità, che la considerano incompleta. È un fenomeno quasi psicanalitico: l'islam è un pretesto per riportare oggi in primo piano tutto ciò che non è stato totalmente digerito nel rapporto con la laicità. C'è da chiedersi se non si stia risvegliando la guerra delle due France, tra la Francia clericale e quella anticlericale. Alcuni vorrebbero approfittare della situazione per riaffermare una laicità più combattente, mentre dal 1905 (anno di approvazione della legge di separazione tra lo Stato e la Chiesa cattolica, ndr) le cose si sono molto riappacificate.
Di fronte a questo comportamento laico eccessivo, dall'altra parte a volte si rincara la dose. C'è un rischio di affermazione identitaria da entrambe le parti. A mio avviso bisogna applicare la legge del 1905, perché ciò che è discriminatorio non è la legge, ma il fatto che la legge non viene applicata; ad esempio certe città bloccano la costruzione di una moschea. Mentre lo spirito della legge è liberale, in alcuni casi, specie quando si parla di islam, si fa un'interpretazione riduttiva della legge, rendendole un pessimo servizio.
Ciò non impedisce di dire che è una legge che, pur mantenendo i principi di fondo, potrebbe aver bisogno di alcuni ritocchi. Qualcuno, infatti, considera che oggi essa non è più d'attualità. È stata utile a un certo momento della storia francese, ma oggi per certi versi è superata. Sono questioni che bisogna porsi; forse non oggi, perché c'è di mezzo l'islam, e il rischio è che si creda che l'islam cerchi di sfuggire alla legge generale. Ma bisogna porsele: la legge del 1905 suppone che l'attività religiosa sia un'attività a parte che non può essere oggetto di un sostegno pubblico. A porre la questione sono soprattutto i protestanti, che non sono certo accusabili di poca sensibilità laica: se il municipio sovvenziona un club di sport, perché non dovrebbe sovvenzionare l'associazione religiosa del quartiere? Oggi, dato il tipo di società, data la mancanza di rischio che trionfi il clericalismo, bisognerebbe considerare una comunità di fede un'associazione come un'altra, che può ottenere una sovvenzione non si tratta di rendere tale sovvenzione obbligatoria. Non si può da un lato dire che c'è una libertà religiosa, che è libertà di credere o non credere ma anche di manifestare la propria fede, e dall'altro lato dire "se volete organizzarvi, fate da soli", anche quando ci sono gruppi che non hanno gli stessi mezzi della Chiesa cattolica e di quelle protestanti. In altri paesi europei, perfettamente laici, si ritiene che l'autorità pubblica debba aiutare a rendere effettivo il principio di uguaglianza. Da questo punto di vista c'è ancora strada da fare in Francia.
(intervista a cura di Iacopo Scaramuzzi)