La Francia inciampa nel velo

Il presidente Chirac intende adottare una legge che, tra l'altro, vieta alle ragazze musulmane di portare il velo nelle scuole pubbliche. Un sussulto di "laicità repubblicana" che spacca il mondo politico e la società francese. Intanto, l'integralismo alza la testa e la comunità musulmana è in imbarazzo.

Lila e Alma Levy sono due liceali francesi di 18 e 16 anni. Figlie di un ebreo ateo e di una donna cattolica originaria della Kabilia (regione orientale dell'Algeria), attivisti di sinistra e separati, tre anni fa hanno smesso di mangiare carne di maiale e hanno cominciato a digiunare durante il mese di Ramadan. Poi si sono iscritte a un corso di arabo; ma i professori "erano matti, non avevamo il diritto di fare niente", raccontano per spiegare perché hanno rinunciato a continuare. A quel punto si sono messe a leggere il Corano per conto loro e ad ascoltare le cassette di teologi e predicatori musulmani. Ma, soprattutto, si sono comprate il tessuto per cucirsi un velo alla pakistana. Risultato: il 10 ottobre scorso sono state escluse dal liceo di Aubervilliers. Il loro abbigliamento è stato considerato proselitistico, e dunque contrario allo spirito di laicità che va difeso nella scuola pubblica. "Hanno bisogno di dare un senso alla loro vita. Ma nei miei incubi peggiori non avrei mai immaginato tutto questo", commenta esterrefatto il padre, che pure non perde occasione di rilasciare interviste ai giornali e farsi fotografare con le figlie "velate".

"Quando una ragazza porta il velo - spiega Philippe Darriulat, un insegnante del liceo di Aubervilliers - discutiamo con lei e le spieghiamo perché, in nome della laicità, ma anche dei diritti delle donne, ci opponiamo. A volte l'alunna si adatta ai nostri argomenti e accetta di levarsi il velo all'entrata del liceo. Altre volte, rifiuta il nostro ragionamento; in tal caso, proponiamo un compromesso permettendole di venire al liceo con i capelli coperti da un foulard legato dietro il collo". E continua: "È appunto questo compromesso, questo dialogo che non siamo mai riusciti a stabilire con Alma, Lila e la loro famiglia. Abbiamo sempre avuto l'impressione di essere di fronte a un muro, a persone che privilegiano sistematicamente il rapporto di forza politico e giuridico alla discussione e al compromesso". Tant'è: le due ragazzine in rivolta contro i genitori e la scuola, in nome dell'emancipazione ormai studiano chiuse a casa con gli appunti dei compagni. Mentre, fuori dalla loro camera, questa storia è diventata il simbolo di un dibattito sulla laicità che ha divampato oltralpe per mesi. Vietare il velo a scuola o no? Questa domanda ha chiamato in causa tutti, deputati e insegnanti, rappresentanti religiosi e opinionisti, esperti e semplici cittadini. Infine, il presidente della Repubblica.

I problemi nascosti dietro il velo
Jacques Chirac ha comunicato il suo verdetto il 17 dicembre, chiamando il paese a un "sussulto repubblicano": prima della riapertura delle scuole, a settembre prossimo, la Francia avrà una legge che vieta di portare a scuola "segni religiosi che possono essere ostentati". Il ministro dell'Educazione nazionale, Luc Ferry, si è messo subito all'opera, e ha tradotto i desiderata presidenziali in progetto di legge. Reso pubblico il 7 gennaio, il testo vieta "il velo islamico, quale che sia il nome che gli si dà, la kippà o una croce di dimensioni manifestamente eccessive" nelle scuole pubbliche; cioè, con linguaggio burocratico, "ogni segno o tenuta che, portato, conduce a farsi riconoscere immediatamente per la propria appartenenza religiosa". Al contrario, è permesso portare i "segni discreti di appartenenza religiosa - ad esempio una croce, una stella di Davide o una mano di Fatima". Quanto grande dovrà essere una grande croce per essere vietata? Il proselitismo si misura in centimetri? E perché interdire la kippà, segno esteriore di una religione non proselitistica come quella ebraica? E soprattutto - visto che è il velo islamico il vero tema in discussione - la bandana o un altro copricapo, spesso indossato come compromesso dalle ragazze musulmane che hanno accettato di togliere il velo entrando a scuola, sarà permesso o no? Questa la confusione che potrebbe ingenerare il progetto di legge che, ora in discussione al Parlamento francese, aveva per obiettivo di fare chiarezza in un ambito sempre più dominato dall'incertezza e dalla tensione.

L'arrivo di una massiccia immigrazione ma-ghrebina, negli scorsi decenni, ha infatti rimescolato le carte di un paese geloso della legge del 1905 sulla laicità. Tale normativa sancisce la separazione tra Stato e Chiesa e relega la manifestazione della propria fede alla sfera privata della vita dei cittadini. L'apparizione del velo a scuola, santuario della laicità repubblicana, ha da subito scosso le coscienze. Nel 1989, dopo l'esclusione di tre ragazze musulmane che portavano il velo da un collegio di Creil, la questione è stata affrontata da un avviso del Consiglio di Stato, che ha dato la stura a una nota del ministero dell'Educazione nazionale del 2003. Il velo che copre "l'integralità del viso e non lascia apparire altro che gli occhi" è stato vietato; al contrario, un foulard leggero o una bandana sono stati autorizzati. Non basta: per impedire il velo ci vuole anche un "comportamento reprensibile", ossia il proselitismo, il disturbo dell'ordine pubblico, o qualsiasi atteggiamento che permetta di sottrarsi allo svolgimento dell'insegnamento, ad esempio rifiutando di partecipare a certe lezioni. Oggi questa soluzione sembra non soddisfare più molte persone. "L'avviso [del Consiglio di Stato] è intelligente, sottile. Incita al discernimento", ha spiegato René Remond, storico cattolico, "ma i presidi si trovano oggi di fronte a delle situazioni ingestibili".

Cosciente della crescente complessità dell'argomento, il presidente Chirac ha creato, il 3 luglio scorso (vedi Confronti 7/8 2003), una commissione di esperti incaricata di studiare la situazione della laicità d'Oltralpe e di fornirgli un'indicazione sulle scelte politiche da fare. La Commissione, presieduta dal Mediatore della Repubblica Bernard Stasi, e composta di 20 membri - politici, accademici, amministratori locali, intellettuali, esponenti della pubblica amministrazione e del mondo delle associazioni - ha lavorato sodo. In sei mesi ha condotto un centinaio d'audizioni pubbliche e una quarantina a porte chiuse; ha ascoltato responsabili politici, religiosi, sindacali, sindaci, imprenditori, presidi, professori, direttori di ospedale e di carcere, infermieri e liceali. Ha ricevuto centinaia di contributi scritti. Si è spostata in Germania e in Olanda per studiare la situazione di altri paesi. Alla fine ha consegnato nelle mani di Chirac un corposo documento ricco di analisi e suggerimenti.

"La laicità - afferma il rapporto della Commissione Stasi - non deve stare sulla difensiva": dopo un secolo di cambiamenti sociali, essa non è divenuta obsoleta, ma deve essere "chiarita e vivificata in un contesto radicalmente diverso". Questo il punto di partenza di un documento che, anziché tentare analisi semplificatrici, si muove tra due esigenze "non incompatibili ma potenzialmente contraddittorie": la neutralità dello Stato laico e la libertà religiosa. Il rapporto, comunque, sottolinea il pericolo che corre il principio di laicità "in un numero di settori maggiore di quanto sembra". I comportamenti contrari allo spirito di neutralità dei servizi pubblici "sono spesso opera di gruppi organizzati che testano la resistenza della Repubblica", afferma la Commissione Stasi, evidenziando come all'espressione di "bisogni" si vada spesso sostituendo l'affermazione di "rivendicazioni". Il rischio da evitare, in questo contesto, è la "deriva del sentimento comunitario verso un comunitarismo rigido". La diagnosi, peraltro, è complessa. Il rapporto fa notare che "è sul terreno del mal-vivere che si sviluppano gli estremismi comunitaristi: la laicità non ha senso, né legittimità, se in ogni parte del territorio non è assicurata l'uguaglianza delle opportunità, e se le diverse storie che fondano la nostra comunità nazionale non sono riconosciute e le identità multiple non sono rispettate". La laicità, insomma, non può risolvere le tensioni sociali se i problemi economici e politici a monte non sono risolti. E, infatti, la Commissione Stasi elenca tutta una serie di segnali inquietanti - dall'emarginazione nelle periferie alla violenza verso le donne, dall'islamofobia all'antisemitismo - che sono l'altra faccia della medaglia di una laicità in crisi.

Il ventaglio di proposte che la Commissione Stasi ha sottoposto l'11 dicembre al presidente Chirac è ampio quanto i problemi analizzati: lotta contro la discriminazione urbana, insegnamento dell'arabo, del curdo e del berbero a scuola, creazione di cappelle musulmane nell'esercito e nelle carceri, sanzioni dei comportamenti razzisti, insegnamento del fatto religioso a scuola, creazione di una facoltà nazionale di studi islamici, adattamento delle pratiche funerarie alle varie esigenze religiose, istituzione come festività nazionali del Kippur ebraico e dell'Aid-el-Kebir musulmano. Infine, una legge che vieti i segni religiosi a scuola. I problemi presi in considerazione, insomma, non si limitano alla scuola pubblica: le tensioni, le discriminazioni e il comunitarismo all'ospedale, nell'esercito, in carcere, nel mondo del lavoro sono tutti capitoli del rapporto del mediatore Stasi. Né il problema, a scuola, è riducibile al velo di Alma e Lila. "A scuola - sottolinea il rapporto Stasi - portare un segno religioso, una grande croce, una kippà o un velo disturbano la tranquillità della vita scolastica. Ma le difficoltà incontrate vanno al di là di questa questione eccessivamente mediatizzata". Eppure, Chirac, di tutto il lavoro della Commissione Stasi, ha fatto proprio solo questo elemento: il velo islamico, nelle scuole francesi, da settembre sarà illegale.

Alla Sala delle feste dell'Eliseo, il 17 dicembre, gli applausi e i brindisi hanno coronato il discorso del presidente della Repubblica. Pochi giorni dopo, il 21 dicembre, più di 3000 donne musulmane sono scese in piazza, a Parigi e Strasburgo, col velo in testa. Hanno protestato contro la proposta di Chirac, ma nessuno ha potuto sapere chi fossero, chi avesse organizzato la manifestazione, e perché il corpo di guardia di giovani uomini musulmani che le attorniava non le abbia lasciate né parlare liberamente né avvicinare da alcun giornalista.

"Uscire dal black-out sull'islam"
L'iniziativa di Chirac ha avuto un'ampia risonanza, e ha prodotto reazioni appassionate e alleanze trasversali. Innanzitutto, tra i rappresentanti religiosi. Anche se a posteriori si sono dimostrati quasi tutti concilianti con le affermazioni del presidente sulla laicità, solo pochi giorni prima le rimostranze sono state nette. Il Consiglio francese del culto musulmano (Cfcm), istanza rappresentativa dell'islam francese fortemente voluto da Chirac e dal suo ministro dell'Interno Nicolas Sarkozy, si era espresso contro l'ipotesi di una legge che vietasse di portare il velo a scuola. "Una legge - aveva affermato il presidente del Cfcm Dalil Boubakeur - potrebbe essere sentita dalla mia comunità come un sospetto, un dubbio sulla sua capacità di risolvere un problema che si pone alla società". L'Unione delle organizzazioni islamiche di Francia, movimento radicale vicino ai Fratelli musulmani, da parte sua aveva avvertito: "Se c'è una legge contro il velo a scuola, bisognerà rispettarla, ma avrà come conseguenza l'apertura di scuole confessionali musulmane". I rappresentanti delle altre religioni non sono stati da meno. L'8 dicembre, una settimana prima del discorso presidenziale, le chiese cristiane hanno inviato a Chirac un appello comune. "Non è legiferando - hanno affermato i rappresentanti della Chiesa cattolica, protestante e ortodossa francesi - che si risolvono positivamente le difficoltà attuali. Stesso tono adottato dal gran rabbino di Francia, Joseph Sitruk, che aveva affermato, in un'audizione alla Commissione Stasi, che una legge sarebbe stato "un modo sbagliato di porre il problema" del velo a scuola.

Nel mondo politico, le reazioni hanno rimescolato la distinzione tra destra e sinistra. A favore della legge si sono dimostrati larghi settori della maggioranza di governo e del principale partito di opposizione, il partito socialista. "Il problema non è il velo, ma quello che c'è dietro", afferma il deputato "chiracchiano" Jacques Myard, "il fatto che si mette in discussione la scuola repubblicana e laica, il rifiuto di essere interrogati dall'altro sesso, la richiesta di pregare durante gli esami, il rifiuto di andare a lezione di ginnastica… insomma, la deriva comunitarista, per cui la legge religiosa permette di dare ordini alla legge repubblicana". Parole del tutto analoghe a quelle dell'ex ministro socialista dell'Educazione nazionale, Jack Lang; anni fa favorevole alla presenza del velo nella scuola pubblica, oggi esclama: "Ho cambiato idea perché la società si è trasformata! Gli islamisti hanno guadagnato terreno", e propone al suo partito di bandire "ogni segno di appartenenza religiosa, politica o filosofica dagli edifici scolastici". Contrari alla legge l'estrema sinistra, la destra nazionalista, i verdi, alcuni socialisti e rappresentanti del governo, tra cui il ministro dell'Interno Nicolas Sarkozy, che ha ricordato che attualmente in tutta la Francia sono 1256 i casi conosciuti di giovani ragazze col velo, 20 i casi difficili, 4 le esclusioni; cifre minime, e comunque diminuite rispetto a dieci anni fa. Anche i sindacati degli insegnanti sono divisi: alcuni plaudono a una legge che metterà i paletti ad una questione in cui sinora regnava l'incertezza; altri temono nuove esclusioni e maggiore confusione.

Una geografia complessa, quella delle reazioni alla decisione di Chirac, che mostra come il progetto di legge apra, anziché chiudere, il dibattito sul velo, e rischi di aumentare, anziché diminuire, le tensioni sociali. Tuttavia, in seno alla società francese si levano anche le voci di chi riesce a coniugare l'ateismo con la considerazione della religione e la fede con la laicità. E che, se ascoltate, potrebbero aiutare a dipanare la matassa. Djida Tazdait, ex europarlamentare, si definisce "credente semplice, come la maggioranza dei musulmani" e considera la tolleranza ostentata da certi politici per il velo come una forma di "disprezzo post-coloniale". Secondo Tokia Saifi, segretaria di Stato allo sviluppo durevole, di origine musulmana, non praticante e ostile al velo, "votare una legge specifica sul divieto è un modo per occultare il dibattito sull'integrazione, sui problemi del lavoro, sull'alloggio". E sulla scuola: Michel Pantebre, preside di un liceo di Melun, ateo, sostiene che "bisogna uscire dal tabù che impedisce di ammettere che la religione può essere un elemento determinante dell'identità di un adolescente, allo stesso titolo della passione per il calcio o il teatro". Aggiunge, Pantebre: "Tacere è un modo di impedire di trasmettere il senso critico e incoraggiare gli amalgami tra identità e comunità. Bisognerebbe aiutare i professori ad assumersi il rischio di parlare dell'islam, piuttosto che continuare il black-out attuale". Un atteggiamento che si sposa con le proposte di varie associazioni laiche musulmane, che considerano il dibattito sul velo eccessivamente mediatizzato e politicamente strumentale, e suggeriscono piuttosto un rinnovo dell'insegnamento della storia coloniale e post-coloniale e l'integrazione di una storia plurale del fatto religioso nel curricolo scolastico. Rafforzare l'integrazione invece che stigmatizzarne i fallimenti, sembra essere la ricetta che esse propongono alla scuola francese. Un'idea analoga a quanto ha scritto su Le Monde Daniel Cohn-Bendit, leader del Sessantotto parigino e oggi europarlamentare verde, ebreo "ateo convinto" e ostile all'obbligo che viene imposto a certe donne musulmane di portare il velo. Ha affermato Cohn-Bendit: "La scuola laica, tollerante, aperta, ciò che essa ancora oggi assolutamente non è - quel che si fa subire a Lila e Alma ne è la prova - deve accettare tutti i ragazzi con o senza velo, con o senza kippà, perché è la scuola che deve essere laica, e non i ragazzi".

Iacopo Scaramuzzi

Il dibattito su questo tema scottante prosegue nel prossimo numero di "Confronti" con un articolo del sociologo Stefano Allievi.