Più responsabilità per recuperare fiducia

Molto è già stato detto e scritto sul caso Parmalat da autorevoli esperti per cercare di spiegare cosa è successo, di chi sono le responsabilità, chi ci ha rimesso. Ma le questioni che forse meritano la più ampia attenzione sono il perchè tutto questo è successo e quali rimedi adottare per evitare che si ripetano casi simili in futuro. Matteo Passini è direttore della Banca popolare etica.

Nella vicenda del crack Parmalat, ha colpito molti il fatto che il presidente Calisto Tanzi fosse un insospettabile, un credente che andava tutti i giorni in chiesa; invece non solo ha organizzato tutto, ma sinora ha collaborato poco e le sue ricostruzioni sono state giudicate dalla magistratura vaghe e imprecise.

Difficile trovare il bandolo della matassa, l'operazione non ha coinvolto nelle responsabilità solo la proprietà, ma tutti i livelli: alcuni dipendenti e manager, il consiglio di amministrazione, il collegio sindacale, le società di revisione, le società di rating, le banche, gli organi di vigilanza, senza escludere il livello politico, dato che rapinare in questo modo per 15 anni non può non alimentare il dubbio che sia coinvolto tutto l'apparato di poteri.

Non sappiamo ancora con certezza perché tutto questo è successo, quali siano le motivazioni che hanno scatenato la frode, ma Parmalat più che produrre latte produceva falsi di tutti i tipi per nascondere perdite e occultare disponibilità di denaro. Che si sia trattato di incapacità di perdere o di insaziabilità, il caso Parmalat è emblematico della situazione dell'economia (e della società) odierna, nella quale l'obiettivo è di scalare posizioni aumentando la propria ricchezza, nascondendo eventuali perdite di posizione; gli azionisti (gli investitori istituzionali più che i piccoli risparmiatori) vogliono sempre di più, e allora si arriva ad un punto in cui il fine giustifica i mezzi, si fanno i bilanci falsi per sostenere il valore delle azioni e delle obbligazioni in Borsa e non si pensa nemmeno più alla reputazione, requisito fondamentale per ottenere la fiducia dei mercati.

L'ottica è quella del risultato da raggiungere a tutti i costi nel più breve tempo possibile, non quella di seminare bene e aver la pazienza di raccogliere solidi frutti nel medio lungo termine, ma tale concezione di impresa sempre più spesso si trasforma in una trappola.

La ricetta del profitto ad ogni costo e in ogni modo, che rischia di portare a risultati che sono in netto contrasto con i veri obiettivi dell'impresa, richiede per forza un uso spregiudicato dello strumento della finanza, dato che non è possibile ottenere gli elevati rendimenti richiesti dagli investitori istituzionali con la sola attività industriale.

La finanza è però pericolosa se usata per finalità che non sono quelle per cui è stata creata; strumenti sofisticati nati per coprire il rischio vengono sempre più usati per speculare e sono stati trasformati nella massima fonte di rischio.

Questo utilizzo della finanza è spinto dal fatto che nel moderno capitalismo globalizzato c'è un eccesso di liquidità che non è interessata a sostenere l'economia reale, quella che produce beni e servizi, ma solo alla finanza perché rende di più; per il mondo si aggira una massa enorme di capitali in cerca frenetica di alti rendimenti e ogni volta restano impigliati in queste reti centinaia di migliaia di piccoli risparmiatori.

Sempre di meno sappiamo che fine fanno i nostri soldi e bisognerebbe quindi trovare il modo di regolare la circolazione dei capitali, per far sì che diminuiscano i rischi e che l'attività produttiva riprenda il sopravvento su quella speculativa; ci vorrebbe più trasparenza sulla provenienza e la destinazione del denaro, una sorta di tracciabilità.

Ma per cercare di uscire dalla grave crisi di fiducia odierna, questo non è sufficiente, così come non basta inasprire le pene, creare strumenti per tutelare i risparmiatori, rivedere i ruoli degli organi di vigilanza, la normativa sul falso in bilancio, gli intrecci tra banche e imprese.

Per invertire la rotta e recuperare fiducia occorre mobilitare tutte le forze, riscoprire il valore dell'etica, o meglio della responsabilità, come valore di tutte le attività, occorre quindi avere sempre la massima attenzione anche alle conseguenze non economiche delle scelte economiche.

Quanto è successo ci deve indurre a riflettere sul ruolo sociale ed etico dell'impresa e sulla sua responsabilità verso il territorio, i dipendenti, i fornitori, per iniziare a fare seria formazione sui valori all'interno delle università e delle imprese, lavorare sul concetto di bene comune a livello di territorio, senza essere autoreferenziali; bisogna mettere in conto tempi lunghi e gradualità, ci vuole pazienza ma non ci sono alternative.

Bisogna tornare all'economia reale, legata al territorio e alla gente, in grado di rispondere ai veri bisogni dell'uomo che sono quelli della tutela del posto di lavoro, ma anche dell'orgoglio per ciò che si produce e del senso di appartenenza alla comunità.

Il modello dell'economia cooperativa, del commercio equo e della finanza etica hanno già tracciato una strada concreta in questa direzione e meriterebbero maggiori spazi e attenzione, ma è necessario che anche gli imprenditori e i banchieri più tradizionali garantiscano un'economia sempre più responsabile e trasparente, sulla quale poter investire per premiare la correttezza e al tempo stesso per rischiare meno.

Matteo Passini