La piazza e l'arena

Un diario del primo mese "dopo l'11 settembre" ci aiuta a ragionare sugli scenari determinati da quell'evento: lo ha scritto Stefano Allievi, un sociologo noto per i suoi studi sull'islam italiano ed europeo. Un ragionamento ad alta voce, onesto e problematico, contrario alle logiche di schieramenti pregiudiziali. La sfida per l'Italia e l'islam italiano.

"Dopo l'11 settembre": l'espressione è ormai consunta e retorica come tutte quelle convenzionali, peggio ancora quando viene utilizzata come intercalare nelle conversazioni da bar. Dire "dopo l'11 settembre" è quasi un dovere ideologico e linguistico che ci mostra pienamente consapevoli della gravità e della novità della situazione che stiamo vivendo, ovviamente su "scala globale".

Quella data rimanda così a un'intera interpretazione politica e ideologica del tempo che stiamo vivendo, stabilisce un "prima" e un "dopo" e sancisce che "nulla sarà più come prima".
In tempi recenti, qualcosa del genere era accaduto con i fatti dell'89, ma quelli furono assai più diluiti e, soprattutto, non poterono essere "fissati" con un'immagine istantanea e eccezionalmente simbolica come quella scattata a New York. Ma, forza mediatica a parte, i fatti dell'11 settembre preludono davvero a qualcosa di eccezionalmente nuovo nel sistema mondiale come accadde negli anni della crisi del sistema socialista al potere da decenni in metà dell'Europa? La tragedia di New York, Pittsburg, Washington può davvero essere considerata il preludio della fase "costituente" di un diverso ordine regionale o mondiale? La guerra internazionale contro il terrorismo sta davvero modificando sistemi di alleanze al punto da ridefinire alcune mappe geopolitiche? E sul piano più propriamente ideologico, il terrorismo di matrice islamica profetizzato ed interpretato da Bin Laden sta davvero modificando il rapporto tra l'Occidente e il mondo musulmano? Più direttamente e crudamente, l'Occidente - identificato con la sua tradizione giudeo-cristiana, ma anche i valori di democrazia e di laicità - è davvero in guerra contro una civiltà "altra" come quella dell'islam?

Questi sono stati gli interrogativi degli ultimi mesi e ad essi, anche sulle pagine di Confronti, abbiamo cercato di dare tutto lo spazio che meritavano.
Proprio alla fine dell'anno, un ulteriore contributo è giunto con un buon libro di Stefano Allievi, uno dei più attenti osservatori dell'islam italiano ed europeo: La tentazione della guerra, (edizioni Zelig, 190 pagine, 11,3 euro). Non è un saggio, piuttosto un diario nel quale l'autore cerca di sviluppare un ragionamento a partire dalle sue emozioni, dalle sue esperienze e dalle sue analisi. Ne viene fuori un libro segnato dalle emozioni e dalla rabbia, dallo scandalo morale e dagli interrogativi, rivolti a se stesso così come a tanti "compagni di strada". Per questo è un libro interessante, perché ragionando di terrorismo, islam, immigrazione, guerra, Allievi non ci consegna tesi scontate e prevedibili; non "si arruola", come egli stesso ama ripetere, negli eserciti ideologici che abbiamo visto prontamente reclutarsi dopo l'11 settembre. Anche su questo, proprio su queste pagine, eravamo già intervenuti quando avevamo annotato che "In Italia, o si va alle adunate di Ferrara a "fare gli americani" o si è insultati come filotalebani; o si marcia contro la globalizzazione e contro ogni forma di intervento militare o si è accusati di essere complici dei bombardamenti sui civili afghani. No, questa polarizzazione delle posizioni non aiuta a comprendere la sfida che ci sta di fronte" (vedi Confronti 12/2001).

Ma non arruolarsi non significa non schierarsi, non significa abbandonarsi all'equidistanza di chi ha voluto dichiarare "né con Bush, né con Bin Laden". "Devo proprio schierarmi? - si chiede l'autore - dichiararmi? E va bene, accetto. Sto con Bush. Provvisoriamente. Ma solo e nella misura in cui si tratterà di colpire i colpevoli… Perché credo, comunque, che si debba reagire all'ingiustizia" (p.43). È una posizione sofferta, condizionata, misurata politicamente e quindi non ideologica; distante dall'americanismo chiassoso e di piazza in cui tanti si sono voluti esibire nei mesi scorsi, improvvisandosi estimatori di una cultura e di una tradizione politica che spesso ignoravano del tutto e magari in gioventù hanno anche disprezzato; distante allo stesso modo da un pacifismo assoluto e aprioristico, meritevole "come posizione individuale, come una scelta profetica, testimoniale. Molto meno come la reazione - o la non reazione - di uno stato".

Ma proprio perché non ideologico ma politicamente determinato - e quindi limitato e contingente - Allievi rifiuta l'arruolamento in un esercito chiamato a combattere un'altra guerra, quel grande Scontro di Civiltà profetizzato e quasi invocato da chi ogni giorno ci mette in guardia dall'espansionismo dell'islam, dal suo carattere intrinsecamente fondamentalista, dalla sua natura strutturalmente premoderna e quindi antidemocratica.

Per molti - Huntington, Sartori, Baget Bozzo, Fallaci… - questa è stata infatti la vera "epifania" dell'11 settembre: il velo dell'ambiguità si è squarciato e ci avrebbe mostrato la triste ed inequivoca realtà dell'islam.
In questo passaggio, la mano dell'islamologo prevale su quella del polemista, e Allievi annota l'inconsistenza e la fragilità dell'assunto soprattutto sotto il profilo della convivenza interculturale, interetnica e interreligiosa: "Credo che sia - scrive - per le culture e persino per le religioni, come è per le biodiversità. È vero che i tonni sono buoni da mangiare, e gli squali attaccano l'uomo, ma se l'immagina un mare abitato solo da tonni"? (…) Non solo credo che la diversità sia utile, e bella persino - credo che questa diversità abbia un senso. E mi spaventano le certezze di quelli che appartengono a una cultura che dicono di noi tutti civilizzati occidentali…" (p. 92).

La sfida della multiculturalità, allora: certo, lo sappiamo, non è tema da liquidare con due battute. Questa sì è il vero "confine" tra vecchio e nuovo, tra esclusione ed accoglienza, tra particolarismo e globalizzazione. Ed anche, sul piano religioso, tra scontro e dialogo.
"Sto dicendoti che da noi non c'è posto per i muezzin, per i minareti, per i falsi anatemi, per il loro fottuto Medioevo, per il loro fottuto chador - aveva inveito Oriana Fallaci nel suo famoso articolo sul Corriere della Sera del 30 settembre. Significherebbe regalargli l'Italia. E io non gliela regalo". Non sono - questi insulti arroganti - una grande prova di vitalità e forza della cultura occidentale: eppure sono state queste frasi a scandire gran parte del dibattito seguito all'11 settembre. Oltre che volgari, costituiscono una trappola ingannevole. La società multiculturale non è un'opzione: è una realtà. Sta a noi darle un senso e farne un'agorà, o subirla, e trasformarla in un'arena. È una fatica che richiede grandi doti di intelligenza politica, di maturità organizzativa, di responsabilità civile e democratica. E certo non aiutano le battute di Berlusconi sulla superiorità della cultura occidentale, le iniziative di piazza della Lega contro varie moschee, il muro che la società politica sta alzando contro le Intese (articolo 8 della Costituzione) con la comunità islamica. Come non aiutano gli insulti blasfemi di sedicenti rappresentanti dell'islam o i proclami fondamentalisti di alcuni imam più interessati al loro protagonismo televisivo che al radicamento delle loro comunità nel contesto italiano. Allievi non nasconde anche questa faccia del problema e si arroga il diritto di una domanda che facciamo nostra: "i musulmani si chiedono, ogni tanto: chi fa del male all'islam? E vengono sempre da fuori i nemici"? (p. 137).

Da anni, su queste pagine, l'islam ha una voce piena, autorevole ed espressiva delle sue diverse tendenze; di più, questo giornale non esisterebbe se decine di leader, intellettuali, teologi musulmani non accettassero di contribuirvi: se oggi sottolineiamo la domanda di Allievi, allora, non è per retrocedere dall' impegno al dialogo a tutto campo che è alla base del progetto editoriale, culturale e interreligioso di Confronti: al contrario, è proprio per dargli spessore ed efficacia. L'islam italiano non esce rafforzato dalla crisi dell'11 settembre. Piuttosto, ci pare ne esca indebolito. Non è accaduto lo stesso altrove, ad esempio in Inghilterra o negli Stati Uniti, dove la leadership islamica ha saputo lanciare segnali univoci e chiari sia all'opinione pubblica che ai rispettivi governi. In un certo senso hanno colto l'occasione dell'11 settembre per consolidare leadership moderate, pienamente compatibili con sistemi giuridici democratici, laici e pluralistici; di più, ponendosi come alleati partecipi ed autorevoli nella battaglia contro il fondamentalismo e l'aberrazione del terrorismo giustificato "in nome della fede", hanno guadagnato in termini di riconoscimento e quindi di radicamento sociale.

E in Italia? "Alcuni (e per quanto pochi sempre troppi) - scrive Allievi - hanno difeso l'indifendibile; e molti di più, soprattutto, hanno semplicemente taciuto" (p.40). Altri - annota sempre Allievi - hanno assunto posizioni per così dire "giustificazioniste": "un buon musulmano non uccide innocenti, non si suicida. Il Corano non lo ammette. Dunque non sono stati dei musulmani" (p.175).

Un'occasione persa, ci viene da dire. L'11 settembre non ha rafforzato la comunità islamica italiana - in assoluta maggioranza moderata e, come testimoniano inchieste e sondaggi, largamente interessata a radicarsi nel nostro paese condividendone leggi e valori fondamentali. Al contrario sono emerse ambiguità, lacerazioni interne, difficoltà di comunicazione. Tutto questo costituisce un problema sia per il milione di musulmani che vive in Italia, sia per chi sostiene la causa di un compiuto pluralismo religioso anche in un paese di lunga e profonda tradizione cattolica come il nostro.

Sul piano interno, è questo, forse, il più grave problema che ritroviamo sulla nostra agenda "dopo l'11 settembre".
Su quello internazionale, è una "guerra contro il terrorismo" di cui non si distinguono i limiti e gli obiettivi. Ed eccola qui la "tentazione", il rischio di pensare che un misurato intervento militare teso a smantellare la rete terroristica di Bin Laden possa trasformarsi in uno scontro tra sistemi culturali e politici, tra incompatibili visioni del mondo. Non è così, e alcuni anche nella Sala ovale di Washington mostrano di averlo capito. Altri, a Washington come a Roma, continuano ad aprire uffici per l'arruolamento.

Paolo Naso