Dov'era Dio l'undici settembre?

Un intellettuale musulmano che vive negli Usa ci racconta il suo 11 settembre. Alcuni, musulmani come lui, avevano compiuto una strage nel nome dell'islam: ma non erano martiri, piuttosto "assassini" che falsificavano l'islam "per coprire l'orrore del loro comportamento satanico". Dov'era Dio in quei giorni?

New York era in lutto. La sofferenza oscurava gli orizzonti. Il dolore della separazione e della perdita di parenti stretti, vicini di casa, cittadini, esseri umani, era tangibile in ogni angolo del paese. Quello fu per me il giorno di un mio personale "jihad" (lotta) - un jihad con il mio orgoglio e la mia identità di musulmano. È questo il vero significato di jihad: "lotta contro il proprio ego e il proprio falso orgoglio". Non mi ricordo di aver mai pregato Dio così accoratamente, per supplicarLo di impedire che quella follia che si era scatenata su New York e su Washington venisse attribuita ai musulmani. Ne sentivo il dolore, e forse per la prima volta in tutta la mia vita, provavo un senso di vergogna al pensiero che potevano benissimo essere stati dei miei compagni di fede a commettere questo atto mostruoso di terrorismo. Come potevano questi terroristi invocare la misericordia e la compassione di Dio quando, con il loro atto malvagio, avevano gettato il discredito su tutta la storia di questa grande religione e la sua cultura di tolleranza? Non era dunque riuscito l'islam ad insegnare a costoro la sacralità della vita umana? Non aveva concesso a loro, questo Dio che chiamano il Misericordioso, Allah il Compassionevole, il dono della Rivelazione che considera l'uccisione di una sola persona "come se venisse uccisa l'umanità intera" (Corano, 5:33)? Non gli aveva insegnato Maometto, il fondatore dell'islam, che il suicidio, in qualunque forma e per qualunque motivo, era assolutamente proibito?

Mentre lottavo per capire il significato del versetto "Mostreremo loro i Nostri segni sugli orizzonti e in loro stessi, di modo che ne sia chiara la verità. Non basta che Dio sia testimone su tutto?" (Corano, 41:53), mi resi conto che Dio era dappertutto fra le rovine, a mostrare i Suoi segni e ricordare agli esseri umani le forze sataniche "dentro di sé" a cui possono soccombere, cadendo in preda all'illusione auto-indotta di compiere la volontà del Dio misericordioso. Nei giorni seguenti, si ebbero sempre più informazioni sui terroristi, compresa la lettera di cinque pagine lasciata in una valigia dentro una macchina parcheggiata presso l'aeroporto Logan di Boston. Più che altro, ciò che divenne evidente fu la mentalità fanatica degli estremisti musulmani, quando leggevo: "Se Dio concede a uno qualsiasi di voi una occasione per uccidere, dovrete affrontarla facendone offerta a favore dei vostri genitori, perché siete in debito verso di loro... Se uccidete, dovete derubare coloro che uccidete, perché questa è un sunna (tradizione) confermata del Profeta". Questo non è soltanto un attentato contro delle persone innocenti, pensai; è anche un attentato contro l'islam e il Profeta Maometto!

È vero che le religioni abramiche insegnano che Dio è Giusto, e che l'attuazione della giustizia è compresa fra le finalità divine per le società umane. I musulmani in generale credono che la sacra legge di Dio, la Sharia, fornisce la bilancia della giustizia per la collettività musulmana. Ma chi è questa gente che si arroga il diritto di definire i parametri della giustizia divina, e scatena la distruzione sulla società umana in nome della Sharia? Mi domando, come può la religione di Dio diventare una fonte di terrore e di distruzione insensata? Dio ha mandato gli esseri umani sulla terra per distruggersi a vicenda in nome Suo? O invece li ha mandati per vivere insieme in pace e in armonia?

Continuai a cercare quali potevano essere le fonti religiose del terrorismo - se ce ne fossero - a disposizione degli estremisti nelle scritture o nella tradizione attribuita al Profeta. Mentre cercavo, mi resi conto che il termine "jihad", che viene solitamente usato dai terroristi per legittimare i loro delitti, non appare da nessuna parte con il significato di "guerra santa contro gli infedeli". Infatti il terrorismo, in qualunque forma, non è mai considerato altro che un atto vigliacco e una manifestazione di rifiuto verso il dono divino della vita. Certamente il termine "jihad", nel lessico di questi assassini, non appare che in un senso volutamente falsificato per coprire l'orrore del loro comportamento satanico.

Ma l'uso di questo tono di falsa religiosità e l'appropriazione indebita di insegnamenti religiosi non si limitavano a questi assassini. Ne fui profondamente turbato mentre navigavo nel cyberspazio, nel leggere alcuni dei commenti moralmente fallimentari messi in circolazione sulla tragedia da parte di predicatori e insegnanti musulmani autocompiaciuti, e la loro mancanza di indignazione nel condannare il terrorismo in termini incerti. Quasi un esponente o predicatore musulmano su due cercava di rispondere alla domanda: "Perché i musulmani odiano l'America?". La domanda stessa tradiva un modo distorto di pensare l'etica islamica dei rapporti interpersonali. Non si risparmiavano gli sforzi di razionalizzare l'atto mostruoso, giustificandolo sia in termini politici come crisi legata alla politica estera americana nel Medio Oriente, sia in termini religiosi come punizione divina per l'arroganza degli americani.

Ma non erano arroganti quelle persone stesse, quando attribuivano l'avvenimento a qualche improbabile cospirazione? Questo riflesso difensivo del loro pensiero era dovuto alla scarsa percezione che avevano della loro responsabilità etica di fronte al terrorismo in nome dell'islam. Fui stupito dall'arroganza di questi musulmani, che gli consentiva di usare il nome e il ricordo di Dio come uno strumento per la distruzione di vite e beni umani. In che tipo di Dio crede questa gente? mi chiedevo, e continuavo a chiedermi.

Non dubitai, neanche per un attimo, che Dio fosse "testimone su ogni cosa". Ero e rimango profondamente addolorato, mentre scrivo la mia risposta alla domanda "Dov'era Dio l'undici settembre?". In un certo punto, il Corano mi ricorda: "Nessuna afflizione avviene senza il permesso di Dio. Chiunque crede in Dio, sarà Dio a guidare il suo cuore. E Dio ha conoscenza di ogni cosa" (Corano, 64:11). Come potevo farmi una ragione di questa tragedia inflitta dalla malvagità umana? Era stato Dio a permetterla? Come poteva il mio cuore farsi guidare a compiere l'opera di Dio in questa tragedia? Mi guardai intorno mentre mi alzai in piedi per parlare alle migliaia di studenti dell'Università della Virginia che si erano riuniti per la veglia a lume di candela la sera dell'11 settembre. Per la prima volta nei venticinque anni trascorsi presso quell'università, vedevo negli studenti seduti insieme sul prato come una "famiglia". Cominciai a percepire il "legame" che univa la comunità in quei giorni. Ricevetti decine e decine di telefonate, e-mail e biglietti di solidarietà da amici cristiani ed ebrei, da colleghi, da studenti, e dalla comunità in generale. Era come se fossi in lutto, ed erano questi i messaggi di condoglianza. E davvero ero in lutto, per la distruzione di vite umane e per l'attacco subito dall'islam ad opera dei sedicenti "soldati di Dio".

Vedevo Dio nei nuovi rapporti che si stavano sviluppando fra le persone. Era la prima volta che sentivo che eravamo diventati una comunità nell'università, nella città, e nell'intero paese. Mi domandavo: "Eravamo diventati così trascurati l'uno verso l'altro che Dio ha dovuto ricordarci per mezzo di questa tragedia che la vita ha senso soltanto quando ami gli altri o hai premura per loro?". Cercai in tutta la ricchezza spirituale dell'islam qualcosa che poteva parlare alla mia angoscia e alla realizzazione del mio amore e della mia premura per gli altri. Fu in una delle poesie di Jalaluddin Rumi che scoprii i versi che parlavano al mio dolore:
"È il dolore che ti prepara alla gioia. Con rudezza svuota e spazza la tua casa, per far sì che la nuova gioia possa entrarvi. Scuote via le foglie gialle dai rami del tuo cuore, per far sì che nuove foglie verdeggianti possano crescere al loro posto. Strappa dalla terra le radici marcite, per far sì che le nuove radici nascoste più in fondo abbiano spazio per crescere. Qualunque cosa abbia scosso via dal tuo cuore il dolore, verranno cose molto migliori a prenderne il posto".

Perciò Dio è dappertutto, fra le rovine e nei cuori spezzati, a ricordarci la nostra fragilità e la brevità del nostro soggiorno su questa terra. Una persona religiosa, di qualunque fede, vive alla ricerca della presenza divina. Esiste sempre un pericolo, cioè che io potrei avanzare la pretesa che il Divino si trova soltanto in ciò che io credo o faccio, e perciò sprezzare e tenere in poco conto gli altri esseri umani, come hanno fatto i terroristi l'11 settembre. Nessun musulmano coscienzioso può permettersi di avanzare questa pretesa di verità esclusiva, con il rischio di fomentare l'odio e la demonizzazione di altri esseri umani, in un mondo in cui le fedi sono diverse, ma la sofferenza è comune a tutti.

Abdulaziz Sachedina