Convocata dal papa, il 24 gennaio si è svolta ad Assisi una "giornata di preghiera per la pace nel mondo" alla quale hanno preso parte 250 delegati, invitati ed ospiti delle dodici maggiori religioni del pianeta. La preghiera è stata però "simultanea", e non "corale". Gli "impegni" assunti insieme dai partecipanti.
Una forte e pubblica assunzione di responsabilità, di fare tutto il possibile affinché le rispettive religioni non usino mai più il nome di Dio per benedire la violenza, il terrorismo e la guerra. A questo si sono impegnati i leader, o autorevoli esponenti, delle dodici maggiori religioni del pianeta, su invito di Giovanni Paolo II convenuti ad Assisi il 24 gennaio per una "Giornata di preghiera per la pace nel mondo". Adesso l'impegno preso attende di essere adeguatamente attuato, affinché l'icona di Assisi, carica di simbolismo, non rimanga un masso erratico o un fatto di vertice, ma spinga ciascuna religione alla purificazione teologica e culturale necessaria per essere, davvero, fattore di pace.
Presenze ed assenze del mondo cristiano
Il primo "vertice" inter-religioso nella città di san Francesco era stato convocato da papa Wojtyla il 27 ottobre 1986. A sollecitarlo, allora, era la situazione di un mondo diviso in due blocchi contrapposti - l'uno guidato dagli Stati Uniti d'America, l'altro dall'Urss - anche se a Mosca Mikhail Gorbaciov stava avviando la "perestrojka". Un nuovo "vertice" era stato convocato dal papa il 9-10 gennaio '93, come incontro di preghiera per la pace in Europa e specialmente nei Balcani. Ad Assisi erano convenuti esponenti musulmani, ebraici e cristiani (ma con vistose assenze, tra questi ultimi!) europei.
A spingere il papa a convocare nel 2002 quella che in realtà è la seconda "giornata mondiale" di leader religiosi per la pace, è stata la tragedia dell'11 settembre e la successiva guerra contro l'Afghanistan dei taleban che proteggevano il miliardario saudita Osama Bin Laden, ritenuto il "regista" del terribile evento. Con tutto quello che ne è seguito.
Ad Assisi vi erano delegati ufficiali delle varie religioni, invitati ed ospiti. In complesso 250 persone, tutte raccolte in una grande tenda elevata nel piazzale della basilica inferiore. Il papa e i delegati ufficiali - una settantina - sedevano su di un piccolo palchetto; invitati ed ospiti, insieme ad un po' di popolo, nella platea. Il rigidissimo servizio d'ordine ha praticamente impedito ogni contatto tra i rappresentanti delle religioni e la gente, e perfino tra i leader religiosi ed i giornalisti. Vi è stato così un isolamento oggettivo dei "leader", che stonava davvero con il senso profondo che doveva animare la "giornata". Come stonava il fatto che, salvo pechissime eccezioni, tutti i leader fossero maschi.
Giudizi contrastanti hanno anche provocato le presenze, nella tenda assisana, del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi (che ha anche voluto farsi invitare al frugale pranzo dei convenuti nel "sacro convento") e del capo dello Stato, Carlo Azeglio Ciampi. Per alcuni, queste presenze erano un doveroso omaggio alle personalità convenute, e anche una riaffermazione dell'impegno dell'Italia per la pace; altri, invece, hanno trovato stonatissimo che ad ascoltare gli impegni contro l'uso della violenza (il terrorismo, ma anche la guerra) sedesse in prima fila Berlusconi, capocordata degli applausi occidentali alla guerra anglo-americana in Afghanistan.
I delegati ufficiali erano giunti ad Assisi in treno, partito dalla piccola stazione ferroviaria della Città del Vaticano. Nelle semplici carrozze, sedevano il papa, una trentina di cardinali che lo accompagnavano, e poi i leader delle varie Chiese e religioni. Una comitiva davvero singolare! Il 4 ottobre 1962 ad usare il treno, per andare ad Assisi (e Loreto), al fine di invocare le benedizioni divine sulla imminente apertura del Concilio Vaticano II, era stato Giovanni XXIII.
Molti i leader cristiani convenuti ad Assisi, questa volta. Ampia la rappresentanza delle Chiese ortodosse: il patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo I, e quello greco di Antiochia e di tutto l'Oriente, Ignace IV Hazim. Metropoliti o altri dignitari rappresentavano poi i patriarcati di Alessandria, di Gerusalemme, di Mosca, di Serbia, di Romania, di Bulgaria, e le Chiese di Cipro, Polonia e Albania. Presenti inoltre esponenti delle antiche Chiese orientali, l'armena, la sira, la copta.
Queste presenze erano "scontate", ma non lo era quella della Chiesa russa, rappresentata ad Assisi da Pitirim, metropolita di Volokolamsk e Juriev, vicario patriarcale di Mosca. Infatti, i rapporti tra il patriarcato guidato da Aleksij II e la Chiesa di Roma sono quanto mai tesi, soprattutto a causa di quello che gli ortodossi russi chiamano "proselitismo cattolico" e per la questione degli "uniati" (cattolici di rito orientale). L'ultimo clamoroso esempio di questo dissidio si era visto in giugno 2001, quando il metropolita di Kiev, Vladimir, legato a Mosca, si era polemicamente assentato dalla città quando il papa aveva visitato l'Ucraina.
Per questo, non era affatto certo che il patriarcato di Mosca inviasse un suo alto rappresentante ad Assisi (accompagnato da altri due vescovi). Come interpretare questo fatto: cambiamento di 180 gradi, da parte di Mosca, e dunque "ouverture" del viaggio in Russia (o almeno di un incontro con Aleksij, magari in territorio "neutro") che Wojtyla sogna da sempre come coronamento della sua missione? Oppure semplice gesto di cortesia senza conseguenze significative a livello del prossimo futuro? Ambedue le ipotesi sono possibili; la prudenza è d'obbligo.
Del resto, ad Assisi erano assenti le Chiese ortodosse di Georgia, di Grecia e di Ucraina. Wojtyla nel '99 aveva incontrato a Tbilisi il catholicos-patriarca Ilia II; nel maggio scorso in Grecia l'arcivescovo di Atene, Christodoulos; e in giugno, a Kiev, i capi della Chiesa ortodossa autocefala ucraina e del "patriarcato" di Kiev. Se l'assenza di rappresentanti georgiani era scontata, non così quella della Chiesa greca. Ma così è stato, segno che il ghiaccio ecclesiologico e psicologico che - a detta di alcuni - il viaggio papale in Grecia aveva rotto, è invece ancora molto spesso. Per quanto riguarda invece l'assenza delle due Chiese ucraine che Mosca considera "scismatiche", è proprio forse la loro assenza che ha permesso ad Aleksij di inviare Pitirim (che, però, non è il numero due del patriarcato).
Compatta, invece, ad Assisi, la presenza delle Chiese, comunità ecclesiali, federazioni, alleanze e organizzazioni cristiane d'Occidente: Comunione anglicana, Federazione luterana mondiale, Alleanza mondiale delle Chiese riformate, Alleanza battista mondiale, e diverse altre Chiese. Presente inoltre il segretario generale del Consiglio ecumenico delle Chiese (Cec), Konrad Raiser. Per le Chiese italiane erano presenti Hans Michail Uhl, vicepresidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia; Maria Bonafede, vicemoderatore della Tavola valdese; Valdo Benecchi, presidente dell'Opera delle chiese metodiste; Anna Maffei, vicepresidente dell'Unione delle chiese battiste; Italo Benedetti, in rappresentanza delle chiese battiste d'Europa; Ermanno Genre, decano della Facoltà valdese di teologia.
Tredici i rabbini e le personalità del mondo ebraico, provenienti sia da Israele (ma i rabbini-capo d'Israele, il sefardita e l'ashkenaziata, non c'erano rappresentati) che dalla diaspora. Tra essi, Amos Luzzatto, presidente dell'Unione delle comunità ebraiche italiane.
Una trentina erano le personalità islamiche, provenienti da vari paesi del Medio Oriente, dalle Filippine, dagli Stati Uniti d'America, dall'Europa. Due i gran mufti presenti: quello di Bulgaria e quello di Bosnia. Il Centro culturale islamico d'Italia (la Grande Moschea di Roma) era rappresentato dal suo imam, l'egiziano Mahmoud Hammad Ibrahim Sheweitah.
Quest'ultimo, intervistato dai giornalisti sul treno aveva tra l'altro dichiarato: "Non sappiamo se Osama Bin Laden sia un buon musulmano, lo conosciamo solo dalla televisione, ma debbo dire che certamente i terroristi non sono buoni musulmani, perché Dio non vuole la violenza".
Vari delegati provenivano da Buddhismo, Tenrikyo (religione giapponese), Shintoismo, Confucianesimo, Giainismo, Sikhismo, Induismo, Zoroastranesimo, Religioni tradizionali africane (assenti, però, le religioni amerindie). Naturalmente - e questo vale per tutte le religioni presenti - alcuni dei convenuti rappresentavano istituzionalmente le rispettive religioni, altre (che non hanno una "gerarchia", e tanto meno l'analogo di un "papa") di per sé rappresentavano solo se stessi.
Separati nella preghiera, uniti per la pace
L'incontro di Assisi aveva tre distinti momenti: le testimonianze dei delegati ufficiali ed il discorso del papa, la preghiera separata, gli impegni in comune. Tra le testimonianze citiamo quella di Israel Singer, presidente del comitato esecutivo del World Jewish Congress (Usa), e di Mohammed Tantawi, sceicco di al-Azhar (Il Cairo, la più importante università musulmana del mondo) - Tantawi però ad Assisi non è venuto e la sua testimonianza è stata letta da un suo rappresentante, Ali Elsamman.
Ha detto Singer: "Diverse volte durante il nostro tragico e sanguinoso passato, [noi ebrei] ci siamo difesi e abbiamo combattuto contro i nemici quando si presentava la necessità. E quando abbiamo combattuto, abbiamo scrutato le nostre Scritture non per cercare una giustificazione per la guerra, ma quale base religiosa delle nostre azioni. La Bibbia è colma delle ingiunzioni di Dio agli ebrei di combattere contro i nemici quando è necessario E tuttavia - continuava il testo scritto di Singer - il combattimento militare non è il cuore del Giudaismo Anche quando siamo invitati a far guerra contro i nostri nemici, Dio ci ingiunge di offrire in primo luogo l'opportunità di arrendersi pacificamente, e soltanto quando l'offerta viene rifiutata ci è permesso di usare le armi contro di loro".
Singer non ha però letto quest'ultima parte del suo intervento, e l'ha sostituita con questa semplice frase: "La Terra e i luoghi sono più importanti delle persone? Finché non impariamo a porci questa domanda, non vi sarà pace". Parole che sono sembrate un riferimento all'attuale e drammatico conflitto tra israeliani e palestinesi proprio per il possesso della stessa "Terra santa".
Nel suo messaggio, da parte sua, Tantawi affermava: "Tutte le religioni monoteiste rivelate da Dio ai profeti concordano su due punti essenziali: la devozione al Solo ed Unico ed il rispetto dei valori: Allah ha rivelato la religione monoteista per la felicità dell'umanità Tutte le religioni monoteiste raccomandano che l'essere umano promuova il diritto e la giustizia, restaurando i legittimi proprietari nei loro diritti. In questa occasione al-Azhar ha il piacere di rendere omaggio allo Stato del Vaticano per il suo lodevole sostegno nei confronti del popolo palestinese".
Terminate le testimonianze, i vari gruppi religiosi si sono recati in distinti locali del "sacro convento" per pregare - separatamente - per la pace. Vi è stata dunque una preghiera "simultanea", ma visibilmente (e teologicamente) "differenziata", ciascuno per conto suo. E questo - come ha ricordato il papa - per evitare del tutto ogni sospetto di "relativismo" o di "sincretismo".
Dopo l'agape fraterna, tutti si sono di nuovo riuniti sotto la tenda, per formulare i vari "impegni" che, pur letti da distinte persone, riguardavano tutti. Ha detto Bartolomeo: "Pur appartenendo a tradizioni religiose diverse, affermiamo che per costruire la pace è necessario amare il prossimo rispettando la regola d'oro: "Fa' agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te"". Quindi è seguito il primo esplicito impegno, letto da Konrad Raiser: "Noi ci impegniamo a proclamare la nostra ferma convinzione che la violenza e il terrorismo contrastano con l'autentico spirito religioso e, nel condannare ogni ricorso alla violenza e alla guerra in nome di Dio o della religione, ci impegniamo a fare quanto è possibile per sradicare le cause del terrorismo". E Pitirim: "Noi ci impegniamo a promuovere la cultura del dialogo, perché crescano la comprensione e la fiducia reciproca tra gli individui ed i popoli, essendo queste le premesse dell'autentica pace".
"Noi ci impegniamo - ha detto lo sceicco Abdel Salam Abushukhaidem, di Gerusalemme - a dialogare, con sincerità e pazienza, non considerando quanto ci differenzia come un muro invalicabile ma, al contrario, riconoscendo che il confronto con l'altrui diversità può diventare occasione di migliore comprensione reciproca". E il gran rabbino francese Samuel-René Sirat: "Noi ci impegniamo a chiedere ai responsabili delle nazioni di fare ogni sforzo perché, a livello nazionale e internazionale, si edifichi e si consolidi, sul fondamento della giustizia, un mondo di solidarietà e di pace". E il mennonita Mesach Krisetya: "Noi, persone di tradizioni religiose diverse, non ci stancheremo di proclamare che pace e giustizia sono inseparabili e che la pace nella giustizia è l'unica strada su cui camminare verso un futuro di speranza". Ha concluso il papa: "Mai più violenza! Mai più guerra! Mai più terrorismo! In nome di Dio ogni religione porti sulla terra giustizia e pace, perdono e vita, amore!".
Assisi è apparso dunque un simbolo forte di possibile convivenza tra varie fedi. Là leader religiosi hanno assunto, di fronte al mondo, impegni solenni. Adesso viene l'ora, cruciale, di una loro attuazione, che non sarà indolore.
David Gabrielli