Medio oriente: aprire un'altra strada

Il conflitto esplode in tutta la sua violenza. Da una parte e dall'altra sembra prevalere la logica della guerra. Ma un'altra strada è ancora possibile: la grande politica internazionale e le tante piccole iniziative dal basso devono aiutare israeliani e palestinesi ad aprirla al più presto.

Di fronte a quanto sta accadendo tra Israele ed i Territori palestinesi, proviamo un senso di disperazione e di impotenza: una spirale inarrestabile di violenza sarà forse - ci chiediamo - l'unica cifra che dominerà la situazione, l'unica cornice possibile di un conflitto al limite di una spaventosa esplosione finale?

Eppure questo esito funesto, pur incombente, non è "obbligato" né stabilito dal fato. È ancora possibile un'altra strada. Ma per imboccare questo diverso cammino i protagonisti implicati debbono fare delle scelte precise.
Ai palestinesi non sarà mai detto abbastanza che gli attentati terroristici kamikaze contro la popolazione civile israeliana - come l'irrompere in una festa familiare per provocare una strage - non possono in alcun modo essere tollerati, da nessun punto di vista (etico, religioso, politico). Questi attentati provocano solo morti, piaghe inguaribili negli animi e, politicamente, hanno un esito diametralmente opposto a quello (l' indipendenza della Palestina) che i loro autori dicono di perseguire. All'attuale governo d'Israele va però ricordato che la umiliazione cui è sottoposto un intero popolo può generare reazioni disperate. Per tentare di risanare la situazione occorre dunque sradicare le radici della violenza. E quelle radici sono nutrite ed alimentate anche dall'occupazione israeliana dei Territori, aggravata da punizioni collettive (come, in caso di attentati kamikaze, la distruzione di decine di case di gente innocente) che non possono che provocare reazioni a catena e odio inestinguibile.

D'altronde, se Yasser Arafat deve fare di tutto per impedire, in modo inflessibile, l'attività dei kamikaze e dei loro mandanti, non si vede come il capo dell'Olp possa agire al meglio se esso viene tenuto, da Sharon, di fatto prigioniero ed impossibilitato a muoversi. Questa prigionia sembra voluta apposta per distruggere, anche simbolicamente, Arafat, così come la distruzione delle antenne di Radio Palestina vuole far ammutolire un intero popolo. Occorre tornare a dove il discorso si era interrotto e cioè alle risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell'Onu e ai princìpi degli accordi di Oslo. Gli impegni internazionali per risolvere il conflitto israelo-palestinese debbono valere per tutti, anche per Israele. Alla luce di tali risoluzioni e principi per giungere alla pace occorre intrecciare questo mosaico: riconoscimento dello Stato d'Israele nei confini del 1967, e della sua sicurezza; creazione di uno Stato (Stato in senso proprio) di Palestina nei Territori; soluzione equa del problema dei profughi; smantellamento degli insediamenti ebraici nei Territori; Gerusalemme città condivisa, capitale dei due Stati.

Questo per la "grande" politica. Per la "piccola" politica, noi continueremo, per quel che possiamo, a favorire i "semi di pace" che spuntano tra israeliani e palestinesi, nello Stato d'Israele e nei Territori. Perché, noi crediamo, è in questo intreccio di una parte "con" l'altra, degli uni "con" gli altri, e non degli uni "senza" gli altri che su Gerusalemme sorgerà la stella della pace.