Fa discutere, ed a ragione, l'assenza nella Costituzione europea di un esplicito riferimento alle chiese e alle diverse comunità di fede attive nell'Unione. Ma è sbagliato rivendicare le radici cristiane dell'Europa: le radici sono molte e non solo cristiane o religiose. Nell'Europa che si sta costruendo le religioni devono comportarsi come l'apostolo Paolo nell'areopago di Atene: dire la loro con determinazione e coraggio, ma senza cercare privilegi o garanzie.
Nel suo discorso al corpo diplomatico, Giovanni Paolo II, dopo essersi rallegrato del rapido procedere dell'unificazione europea, ha lamentato il fatto che le comunità religiose non siano state esplicitamente citate "fra i partner che dovranno contribuire alla riflessione sulla "Convenzione" istituita nel corso del summit di Laeken". Questa è, a parer suo, insieme "un'ingiustizia e un errore di prospettiva".
Che si tratti di una "ingiustizia" è possibile: esiste infatti, in Europa come in America, un certo laicismo che tende a rinchiudere il fatto religioso in una sfera strettamente privata, come la frequenza al cinema o la raccolta dei francobolli. Ma la religione porta inevitabilmente con sé una dimensione pubblica (nel bene e nel male), e nessuna convivenza democratica può permettersi il lusso di ignorare o negare questa dimensione.
Sulla "prospettiva" vorrei invece discutere: nel discorso del papa è evidente il richiamo alle radici cristiane (o giudeo-cristiane) della civiltà europea. L'Europa che andiamo a costruire nasce invece da una pluralità di radici: le stesse radici cristiane hanno un carattere plurale, e spesso contraddittorio: c'è il cesaro-papismo ortodosso (ancora un po' presente in Grecia), c'è la tradizionale prevaricazione cattolica sullo stato laico, c'è il "patto non scritto" tra molte chiese evangeliche e la moderna società borghese. Ma ci sono anche stati gli anabattisti, e oggi i battisti e i quaccheri che si sono sempre battuti per una chiara separazione fra Stato e chiese.
Accanto, e talvolta contro queste tradizioni cristiane, ci sono poi stati e ci sono altri movimenti che hanno modellato l'Europa: l'Illuminismo, che ha avuto i suoi torti, ma ha almeno avuto il merito di mettere un punto finale alla (nostra) caccia alle streghe. Ci sono anche state tre grandi rivoluzioni, di cui una sola (quella inglese) ha avuto un carattere religioso, mentre la rivoluzione francese e il movimento socialista hanno avuto un carattere laico (talvolta duramente antireligioso).
Di fronte a questi movimenti noi non dovremmo assumere quell'atteggiamento tra difensivo e aggressivo che dal II secolo caratterizza molta apologetica cristiana. Dovremmo piuttosto prendere esempio dal comportamento dell'apostolo Paolo ad Atene (Atti, cap. 17): Paolo non si appella a nessuna tradizione (neanche a quella ebraica), fa riferimento alla cultura dei suoi interlocutori, e poi annunzia l'evangelo di Cristo risorto con la massima franchezza. E questo egli fa sulla celebre collina dell'Areopago.
Nell'Europa di domani noi non dovremo richiamarci alle tradizioni, alla "cultura cristiana" del passato (di cui fanno parte tante brutte cose come le crociate, l'antigiudaismo ecc.). Dovremo solo chiedere che la nuova Europa sia un Areopago aperto a tutti: un luogo in cui tutti abbiano diritto di parola, di proposta, d'azione. Tra questi tutti ci saranno i milioni di atei che oggi vivono in Europa, ma anche quei musulmani che vi sono in qualche modo "ritornati", dopo esser stati tanta parte della miglior cultura dell'Europa meridionale.
Naturalmente, nell'Areopago, ci saremo anche noi, chiese cristiane delle varie tradizioni. Siamo forti, e non intendiamo nasconderlo: abbiamo una parola da dire (anzi, una Parola da annunziare), abbiamo milioni di credenti pronti a dedicare tempo e denaro ai poveri, ai drogati, alla pace, al terzo mondo. Ma proprio perché siamo forti (d'una forza che non viene da noi, ma è pura grazia di Dio), noi commetteremmo un grave errore se cercassimo di appoggiare questa forza su qualche privilegio, che ci ponga su una specie di piedistallo rispetto alle tradizioni e culture non religiose. Ciò farebbe del male alla nostra anima, e farebbe del male anche all'Europa: una nuova società, infatti, può nascere solo da un dialogo pienamente paritario tra le diverse componenti di questa Europa multiforme, che non potrà mai (lo speriamo fermamente) essere ridotta a un unico modello.
Giorgio Bouchard