Ma il dialogo non è morto

Ogni giorno ci confrontiamo con le scene di violenza e di terrore che ci giungono dal Medio Oriente. Ma questa è solo una parte della verità: nonostante la gravissima situazione politica, sia nella società israeliana che in quella palestinese resistono iniziative di dialogo che iniziamo a raccontare. E continueremo.

I mass media pongono sempre un forte accento su sparatorie, manifestazioni violente, attentati, uccisioni quando si occupano del Medio Oriente; notizie vere, naturalmente, che però registrano solo un aspetto di una situazione ben più complessa. Le indagini, che vedono capovolgersi continuamente la percentuale dei favorevoli o contrari ai negoziati con i palestinesi, non tengono mai conto di un nucleo compatto di israeliani, impegnati da anni a mantenere accesa la fiammella della pace. Di tutto questo si parla troppo poco, lasciando spesso solo a testate come Confronti e a pocchissime altre l'impegno di raccontare quello che altri tacciono, ignorano o sottovalutano; e non mi riferisco solo alla grande stampa nazionale, ma anche alle riviste specializzate e di settore, a cui spetterebbe il compito di informare con puntualità i loro lettori.

Tra le molte iniziative su questo fronte, vale la pena di riferire quella del Museo "Bar David", situato all'interno del kibbuz Bar Am a poche decine di metri dalla frontiera con il Libano; il Museo è noto per la sua collezione di oggettistica rituale ebraica e per le mostre d'arte contemporanea che ogni tre mesi coinvolgono artisti di varie discipline. La vocazione alla pace che caratterizza il kibbuz ha indotto la curatrice delle mostre temporanee Hedva Dahan a mettere in pratica un'idea dell'artista Hana Barak Angel, per lanciare un segnale positivo in un momento politico così difficile. Sostenuta dal direttore Eli Ben Gal e da tutto il personale del Museo, Dahan ha spedito molte lettere a noti artisti israeliani proponendo di comporre grandi tele sul tema della pace da esporre lungo la linea di frontiera; all'appello hanno risposto positivamente in 120, a ciascuno dei quali è stata messa a disposizione una tela di 3 metri per 1,5. Un sabato mattina di dicembre, una grande folla giunta in autobus e a piedi, in qualche caso anche in autostop, si è raccolta ai piedi di una collina libanese di fronte al filo spinato e ad una bandiera di Hezbollah per inaugurare, con musica e discorsi, una mostra molto speciale destinata ai vicini libanesi. La voluta condivisione di opere d'arte ispirate alla pace va sicuramente annoverata come un segnale di quella parte della società israeliana che ostinatamente cerca di costruire un futuro sereno nella regione; la scomparsa di alcune tele nel corso della mostra all'aria aperta è stata letta con soddisfazione dai promotori, come tacito gradimento all'iniziativa.

Sono più di cento i giovani di "Shalom Achshav", Pace Adesso, che l'ultimo venerdì di dicembre hanno invece fisicamente sottolineato la "Linea Verde" presso Jenin in Cisgiordania. Per sollecitare il sostegno dell'opinione pubblica ad accordi di pace basati sulle frontiere del 1967, gli attivisti di età compresa tra 14 e 18 anni hanno steso un nylon verde lungo circa 300 metri tra i villaggi di Salem e Zalafe in Palestina e il kibbuz Givat Oz in Israele, e sono rimasti a lungo sulla frontiera sventolando bandiere israeliane. L'iniziativa, la prima di una lunga serie, è stata illustrata da Ron, 18 anni: "In uno dei momenti più drammatici della storia di Israele, vediamo finalmente una reale possibilità di mettere fine al sanguinoso conflitto tra israeliani e palestinesi. Tutti noi, inclusi molti compagni che tra poco andranno sotto le armi, ci auguriamo di non dover prendere parte a questa lunga occupazione; ecco perché sosteniamo con forza la soluzione di due stati sulla base delle frontiere del 1967 fermo restando che non possiamo accettare, se non a livello simbolico, il ritorno dei rifugiati palestinesi perché ciò negherebbe il nostro diritto all'autodeterminazione in quanto israeliani". Lo stesso concetto è stato ripreso da A. B. Yehoshua, David Grossman, Amos Oz in una lettera aperta, sottoscritta da una trentina di intellettuali e pubblicata in prima pagina dal quotidiano Haaretz ai primi di gennaio: pieno sostegno al processo di pace, non negoziabile invece il ritorno dei profughi perché ciò "comporterebbe l'eliminazione dello stato ebraico e scatenerebbe un conflitto senza precedenti". A questo proposito vale la pena di ricordare che, secondo gli ultimi censimenti, le statistiche prevedono che tra 25/30 anni la popolazione araba potrebbe già costituire la maggioranza nel paese, dato che tra gli israeliani si nota un alto indice di natalità in ambito palestinese ed una bassa natalità in quello ebraico.

Non sono solo i membri di kibbuz a prendere l'iniziativa per favorire la coesistenza: molti esponenti di diverse confessioni religiose organizzano da tempo incontri per mettere in primo piano la comune spiritualità. Un auspicio di pace si è levato l'ultimo giovedì di dicembre sui tetti della Città Vecchia di Gerusalemme di fronte alla Cupola della Roccia, ai quartieri ebraici cristiani e musulmani e al Monte degli Ulivi, quando Rav Fruman e Sheikh Abu Salih hanno letto un messaggio concordato dai membri della "Israel Interfaith Association" e del "Drumming Circle". L'iniziativa ha coinvolto i passanti cristiani, ebrei e musulmani, che si sono uniti ai canti di pace ed hanno assistito insieme all'accensione della lampada di Chanuccà (la festa ebraica delle luci, a ricordo della difesa dell'ideale monoteista). Alcuni giorni prima la "Israel Interfaith Association" aveva raccolto un centinaio di persone di fede diversa a Nazareth per celebrare Natale e Ramadan, gustare la cena preparata da nove cuochi arabi e ricevere doni natalizi in una atmosfera di riconciliazione dopo mesi di tensioni sociali.

Un altro segnale importante - questa volta non solo rivolto ai problemi della coesistenza con i popoli vicini, ma anche alle tensioni interne tra le varie correnti dell'ebraismo - è venuto in occasione della consegna del prestigioso "Premio Liebhaber" per l'anno 2000/5761: la cerimonia ha avuto luogo nella residenza ufficiale del presidente dello stato Moshe Katzav, che ha voluto sottolineare l'importanza del pluralismo religioso in Israele e della tolleranza tesa a favorire l'unità del popolo ebraico che sta affrontando un momento storico molto difficile. Vincitore del premio è stato Roberto Arbib, giovane rabbino di origine italiana a capo dell'unica sinagoga "conservative"* (vedi nota p. 24) di Tel Aviv e fondatore dell' "Istituto Midreshet Iyun" per lo studio delle fonti ebraiche.
Roberto Arbib, che è nato a Roma nel 1959, ha una bella storia alle spalle che vale la pena di essere raccontata. Discende da un nonno materno, Aldo Sonnino, rabbino romano ortodosso e comunista, e da un nonno paterno nato in Libia fondatore a Roma della prima congregazione di ebrei libici; è in famiglia che Roberto assorbe i valori dell'ebraismo e della giustizia sociale, che rinsalda frequentando i movimenti giovanili "Hashomer Hatzair", permeato dagli ideali laici del kibbuz, e "Bene Akiva", di salda ispirazione religiosa. A 15 anni si trasferisce da solo in Israele, conclude gli studi liceali allo "Yemin Orde" e trascorre in Libano due dei tre anni di servizio militare; quindi si iscrive all'Università di Gerusalemme, facoltà di filosofia ebraica, e allo "Schechter Institute" dove ottiene il titolo rabbinico. Si sposa a 26 anni con una compagna di università, la milanese Marina Cavarocchi laureata anch'essa in filosofia, che oggi insegna all'Università di Tel Aviv.

È con vero spirito pionieristico che Roberto Arbib coglie l'offerta di fondare la prima sinagoga "conservative" a Tel Aviv superando gli ostacoli frapposti dal rabbinato - di matrice strettamente ortodossa e con forti appoggi parlamentari - allo sviluppo anche in Israele di comunità "conservative" e riformate; il suo obiettivo è quello di avvicinare alle fonti dell'ebraismo il più ampio spettro della società israeliana. I suoi corsi attirano l'interesse di donne e uomini, laici e religiosi, conservatori e progressisti, sabra (nati in Israele) e nuovi immigrati, artisti e studiosi, giovani e vecchi, ebrei e non ebrei attirati dal fascino dei testi ebraici. La sinagoga "Har Sinai" diviene non solo il centro di un importante istituto di studi ebraici, ma anche un luogo d'incontro per discutere di libri e scrittori contemporanei, per dare una lettura della Bibbia al femminile, per affrontare i conflitti tra singoli e tra gruppi. Sempre con Marina al suo fianco, Roberto Arbib organizza corsi gratuiti per preparare i figli e le figlie degli immigrati alla maggiorità religiosa, coinvolgendo anche adolescenti handicappati altrimenti esclusi da questa fondamentale tappa dell'ebraismo.

Il rabbino "conservative" di Tel Aviv dedica molto tempo al gruppo ecumenico "Figli di Abramo" che prevede momenti di incontro, di preghiera e di studio sulle reciproche differenze tra membri delle religioni monoteistiche; la sua attenzione è rivolta in modo particolare ai musulmani "sufi" dei quali è stato ospite un anno e mezzo fa a Gaza e con i quali approfondisce le fonti della spiritualità islamica. Le drammatiche vicende di questi ultimi mesi hanno influito anche sulla vita del gruppo di studio e di ricerca: due importanti esponenti di origine palestinese hanno dovuto riparare all'estero per le loro aperture al mondo ebraico, mentre vivaci proteste si sono levate dai settori più conservatori dell'ebraismo israeliano per il premio consegnato personalmente dal capo dello stato al rabbino "conservative", che a Roma ha acquisito le basi della sua vocazione al dialogo.

* L'ebraismo mondiale si divide in tre filoni: ortodosso (3%, basato sulla Halachà, la legge che regola ogni comportamento della vita quotidiana), conservative (5% che accetta la Halachà con alcune importanti modifiche come le donne rabbino), riformato o liberale (che non si basa sulla Halachà).

Pupa Garribba

LO SCENARIO
UNA SITUAZIONE SEMPRE PIÙ' DIFFICILE

Medio Oriente, al tempo di George W. Bush, il neopresidente degli Stati Uniti d'America insediatosi il 20 gennaio. Nello scacchiere di una delle zone più turbolente del mondo, ed in particolare per Israele e l'Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp), la nuova amministrazione repubblicana alla Casa Bianca, dopo otto anni di potere dei Democratici, avrà certo il suo gran peso - il prossimo futuro dirà in che direzione.

Quando uscirà questo numero, Israele avrà anche eletto, il 6 febbraio, il suo nuovo premier: ancora il laburista Ehud Barak, o il "falco" del Likud, Ariel Sharon? Anche l'esito dell'elezione popolare del premier avrà, e non solo per lo Stato ebraico, conseguenze importanti nell'Est del Mediterraneo.

Nel frattempo, continuano frenetiche trattative tra Israele ed Olp, per tentare di sbrogliare una situazione intricatissima e drammatica. Senza entrare qui, di nuovo, nel merito di questa crisi di cui abbiamo parlato tante volte, vogliamo ora portare due distinte testimonianze: una di parte israeliana, ed una di parte palestinese, che parlano di segni di morte e di segni di speranza.

Due annotazioni, però, non vogliamo tacere. La prima: il nostro "no" alla pena di morte, che pure è stata eseguita, e con pubblico spettacolo, nei Territori, contro due palestinesi accusati di essere spie per conto d'Israele e processati per direttissima. Anche se la pena viene giustificata sostenendo che "la Palestina è in guerra, e dunque vige il codice militare" (in auge, del resto, in moltissimi paesi d'Occidente!), noi pensiamo che il mantenimento della pena capitale non risolva alcun problema di fondo della nascente Palestina, e li aggravi tutti.

La seconda: un tribunale israeliano ha condannato semplicemente a sei mesi di lavoro (recupero) sociale un colono ebreo che ha ucciso di botte un bambino palestinese. Anche questa risibile "condanna" offende e disonora la giustizia, e contribuisce a rendere "impossibile" una pace già tanto difficile.