Terzo millennio, la Chiesa romana a concilio?

La lettera apostolica di Giovanni Paolo II, "Novo millennio ineunte", indica le sfide che stanno di fronte alla Chiesa romana: l'ecumenismo, il dialogo interreligioso, la comunione all'interno della Chiesa cattolica stessa. Sfide alte, che richiedono strumenti adeguati: tra questi il papa non indica, però, un Concilio in cui abbia voce tutto il popolo di Dio. Ipotesi audace, ma forse decisiva per superare irrisolte contraddizioni.

Nel nuovo secolo e millennio, quale cammino debbono intraprendere i cattolici? Facendo un bilancio del Giubileo 2000 appena concluso e guardando al futuro, Giovanni Paolo II, nella lettera apostolica Novo millennio ineunte (vedi questo numero, p.11), indica alcune mete: l'ecumenismo, il dialogo interreligioso, il "fare comunione" all'interno della Chiesa cattolica romana.

Su ciascuno di questi temi, guardando al Giubileo, si rintracciano - ci pare - elementi di speranza e motivi di dubbio.

Così sul versante ecumenico è stata bella l'intuizione di celebrare (al Colosseo, il 7 maggio) insieme alle altre chiese cristiane i martiri provocati dai regimi comunisti, fascisti e nazisti del secolo XX. Dunque, non solo i "nostri" testimoni della fede, ma quelli di tutte le chiese.

Per questo ancor più appare grave la dichiarazione vaticana Dominus Iesus che, con un'interpretazione forzosa del Concilio Vaticano II, e comunque ignorando quarant'anni di dialogo ecumenico, dichiara "in senso proprio non chiese" quelle nate dalla Riforma (vedi Confronti 12/2000).

In San Pietro il 12 marzo 2000, a Gerusalemme due settimane dopo, il papa chiede perdono per le sofferenze che i cristiani lungo i secoli hanno provocato al "popolo dell'Alleanza". E poi - strana contraddizione - in settembre lo stesso pontefice beatifica Pio IX, un papa che gli ebrei oggettivamente tanto ha fatto soffrire.

"Fare della Chiesa la casa e la scuola della comunione: ecco la grande sfida che ci sta davanti nel millennio che inizia". Questo il programma che la lettera di papa Wojtyla propone alla Chiesa cattolica, auspicando un potenziamento della collegialità episcopale e, anche, una maggiore collaborazione (escludendo, dice, "i criteri della democrazia parlamentare", e "senza alcun pregiudizio al ruolo autorevole dei Pastori") dell'intero popolo di Dio alla vita della Chiesa.

Attuare questi propositi implica, però, la rottura di prassi e strutture giuridiche consolidate; e dunque non potrà avvenire in modo indolore. Si tratta, infatti, di passare da un regime di cristianità ad un regime di minoranza, abbandonando sicurezze consolanti. Vi sono certo da sempre chiese locali cattoliche (come in Medio Oriente, o in Scandinavia, o in Asia) "di minoranza", e dunque abituate a vivere come granelli di senape di fronte alla foresta. Ma, nel suo centro romano, il cattolicesimo di fatto ancora viene strutturato "come se" fosse maggioranza. E ove i numeri impietosamente dicano che ciò non è vero, si ripiega trionfanti sull'idea di essere "l'anima" della nazione, e gli "unici difensori" delle sorti dell'umanità e della singola persona.

Di fronte ai problemi tanto urgenti e complessi che pendono sul mondo - rapporto Nord-Sud, debito estero, sfida delle biotecnologie - nessuna Chiesa può, da sola, dire parole risolutive. Eppure la Chiesa romana pensa non solo di avere una sua verità, ma "la" verità, una verità che essa non intende discutere con altre chiese cristiane. Questa pretesa è particolarmente evidente in Italia. Di fronte a problemi etici quali l'eutanasia, o il trattamento delle cellule staminali, la Chiesa cattolica romana, nelle istanze vaticane e in quelle della Conferenza episcopale italiana, si presenta come la voce de "la Chiesa". I "laici", d'accordo o in disaccordo con le tesi "della" Chiesa, non si sognano neppure di rilevare che, dalla fedeltà amorosa all'Evangelo, altre chiese traggono conclusioni diverse da quelle della Chiesa cattolica. E che comunque essa non è l'interprete autorizzata di tutti i problemi umani, perché su di essi hanno da offrire idee anche altre fedi e altre visioni del mondo. Ma i telegiornali nei momenti caldi danno la voce a un laico (diciamo Indro Montanelli) e poi a un cattolico (poniamo il card. Ersilio Tonini). Non esistono altri cristiani ed altre chiese, che avrebbero parole da dire. Né sono riportate opinioni di teologi cattolici che differiscano da quelle della gerarchia. Perciò "una" Chiesa diventa "la" Chiesa, e la gerarchia "la" Chiesa.

È arduo coniugare il diritto-dovere di rimanere ancorati alla propria identità e la necessità evangelica di perderla per salvare la propria vita, e per capire il punto di vista dell'altro. Questa è forse la sfida più alta che - come tutte le altre chiese - deve ora affrontare la Chiesa romana. Nessuno può saperne, in anticipo, l'esito. Guardando il "campione" del Giubileo vi sono segni contraddittori, di apertura e di chiusura: spunti di autocritica e squilli di trionfalismo. Del resto, cambiamenti strutturali che avrebbero potuto caratterizzare il fatidico anno 2000 sono stati rinviati al futuro, forse nella consapevolezza di non poter intraprenderli senza affrontare la sfida di un terremoto ecclesiale. L'impresa è enorme, e solo qualcosa che assomigli ad un Concilio (in cui abbia voce l'intero popolo di Dio) potrebbe dare una risposta adeguata.

David Gabrielli