La risposta è nelle sabbie dell'Iraq

Quali gli effetti dei bombardamenti all'uranio impoverito in Bosnia e Kosovo? Basta andare a guardare in Iraq. Lo afferma da oltre due anni padre Jean Marie Benjamin che ha raccolto un vastissimo materiale audiovisivo e un'ampia documentazione scientifica a sostegno della propria tesi. La storia di una strage, se non prevista, prevedibile.

Partiamo da una piccola storia personale: due anni fa presentavo a Parigi un mio libro "Iraq, l'apocalisse" dedicato alle conseguenze dell'embargo e della contaminazione radioattiva nel paese del Golfo. Nel corso dell'incontro un giornalista si alzò e mi disse: "Padre, se quello che lei dice fosse vero si saprebbe". E uscì. La scorsa settimana un giornalista del Figaro, presente in quell'occasione, si è ricordato di quell'episodio e lo ha riferito in un articolo. Tutto questo clamore per la scoperta degli effetti dei bombardamenti all'uranio impoverito, poteva insomma scoppiare già nella primavera del 1998. Allora tornavo dall'Iraq dove per due mesi avevo effettuato delle riprese per la realizzazione di un documentario destinato al pubblico televisivo. Con due cameramen e varie guide abbiamo percorso tutto il paese da nord a sud; quando fummo sui luoghi delle operazioni militari più massicce, una nostra guida irachena ci raccomandò di non toccare i pezzi di missili o di carri armati al suolo perché radioattivi. Era la prima volta che sentivo parlare di radioattività dovuta all'utilizzo di armi all'uranio impoverito: avviai così una ricerca in Europa e negli Usa e riuscii a ottenere il rapporto del Segretariato alla difesa americano con tutti i dettagli sulla quantità di ordigni utilizzati dalle forze americane durante la guerra del Golfo, con una nota specifica sulle armi all'uranio impoverito. La cifra globale era di 290 tonnellate. Complessivamente, con il rapporto del ministero alla Difesa britannico e altre fonti relative all'intervento militare delle forze della coalizione, la quantità globale di uranio impoverito sganciato sull'Iraq fu di 400 tonnellate.

Altre statistiche confermavano un aumento di patologie dovute alla contaminazione radioattiva della popolazione, soprattutto tra i bambini, tra il 250 ed il 400% a seconda delle zone geografiche. Precisi anche i dati sulle conseguenze: deficienze immunitarie gravi, perdita di memoria, dei capelli, infezioni cutanee, herpes, un forte aumento di cataratte persino tra i più giovani e una crescita anormale di neonati malformati. La percentuale era ancora più alta per quel che riguarda i casi di cancro e di leucemia: tutti dati riproposti nel mio libro sopra citato pubblicato nel 1988 e nel 1989 in Francia e in Italia (edizioni Andromeda, Bologna). Nel 1998 ero nuovamente a Bagdad per una nuova inchiesta quando rimasi bloccato dai nuovi bombardamenti sull'Iraq. Il 15 dicembre, io ed i miei operatori, fummo informati dalla rappresentanza diplomatica italiana e francese dell'opportunità di riparare ad Amman: decidemmo però di restare per riprendere i bombardamenti che avvenivano di notte e, di giorni, i loro effetti. Abbiamo raccolto ore di filmato per le strade, negli ospedali, nelle case.

Successivamente, come tutti sappiamo, ci sono stati i bombardamenti sui Balcani. E così nel maggio del '99 stampai un documento che fu distribuito a tutti i parlamentari italiani: un rapporto intitolato "Iraq Kosovo: effetti delle armi all'uranio impoverito sulla popolazione e sull'ambiente". Il primo luglio di quell'anno la Camera dei deputati mi ha convocato presso la III commissione Affari esteri: in quella sede depositai un'abbondante documentazione scientifica sulle conseguenze delle contaminazioni radioattive prodotte da queste armi, particolarmente in Iraq. Presentai anche una copia del video dell'esercito americano realizzato nel 1995 per l'addestramento dei militari Usa. Quel video conteneva precise raccomandazioni e direttive sull'utilizzo delle armi all'uranio impoverito e sull'alto rischio di contaminazione radioattiva.

A seguito dell'esame di questa documentazione, la commissione Affari esteri della Camera l'11 novembre 1999, all'unanimità, votò una risoluzione che chiedeva al governo italiano di costituire d'urgenza una commissione scientifica per studiare gli effetti delle armi all'uranio impoverito; di sollecitare il governo Usa a fornire la documentazione relativa a tale indagine; di invitare la Commissione europea a costituire un gruppo di esperti per studiare gli effetti sull'ambiente. Un anno dopo la delibera non si era fatto ancora nulla: la commissione è stata costituita solo qualche mese fa, dopo i primi decessi di militari che avevano operato in Bosnia.

Nel 2000 ho prodotto un secondo documentario sugli effetti dei bombardamenti all'uranio impoverito, "Iraq, viaggio nel regno proibito", che ho proposto alle tre reti Rai: sino ad oggi, nonostante tante promesse, il filmato non è ancora stato mandato in onda. È stato invece trasmesso in Francia ed in Inghilterra; il Parlamento inglese ha addirittura dedicato una seduta all'argomento proiettando il documentario.

Che cosa mi stupisce di più? La Nato ribadisce che non conosce gli effetti delle armi e che si devono attendere i risultati delle ricerche in Bosnia e Kosovo. Ma mentre lì si ricerca, in Iraq da dieci anni un popolo intero sopravvive a un embargo e a una contaminazione che ha colpito il 48% della popolazione. In dieci anni nessun governo dell'Unione europea ha inviato esperti a constatare la realtà di questa tragedia. Se non altro perché, conoscendo il caso iracheno, si potrebbe fare qualcosa per prevenire la contaminazione nei Balcani. La risposta attesa per capire quello che è successo ai nostri soldati in Bosnia o in Kosovo oggi è lì, nei deserti e nelle città dell'Iraq.

Jean Marie Benjamin