Per una "laicità intelligente"

Intervista a
Jean-Arnold de Clermont

Il pastore de Clermont è presidente della Federazione protestante di Francia ed è stato recentemente eletto membro del Comitato generale della Conferenza delle chiese europee (Kek).

Il pastore riformato Jean-Arnold de Clermont è stato tra gli ospiti all'Assemblea della Federazione delle chiese evangeliche in Italia a Torre Pellice (To), dal 30 ottobre al 2 novembre 2003, dove si è espresso sui temi della laicità, dell'immigrazione, del rapporto con l'islam e dell'allargamento dell'Unione europea.

Presidente de Clermont, recentemente è riemerso con forza in Italia il tema della laicità. Anche in Francia si è riacceso il dibattito sulla laicità, in particolare intorno all'uso del velo islamico nelle scuole da parte delle ragazze musulmane. Qual è il modello francese di laicità?

Non esiste un modello francese, questo è quanto va ricordato all'Europa in questo momento. Certo, ci sono diversi modi di intendere la relazione tra chiese e Stato, ma non si può negare che la totalità dei paesi occidentali europei siano ormai inequivocabilmente basati su un modello di laicità.
Voglio ricordare che la laicità in Francia fu in primo luogo una laicità contro la Chiesa cattolica. In questo senso il protestantesimo accolse con favore la legge sulla laicità del 1905, anche se subito mise in guardia dai rischi di una laicità antireligiosa. Il dibattito inizialmente acceso intorno al concetto di laicità in Francia con gli anni, e con la secolarizzazione, si è decisamente pacato. Il fatto che la stessa Chiesa cattolica abbia pienamente accettato questo concetto mostra bene che si sono calmate la acque.
Va detto purtroppo che oggi vige una forma di laicità ignorante. È un dato di fatto che da un secolo circa le donne e gli uomini cresciuti nelle nostre scuole ignorano tutto quanto attinge al religioso. E questa ignoranza porta con sé una grave arroganza. La posta in gioco ora per la Francia è quella di creare una laicità intelligente, vale a dire una laicità che si ricordi delle sue origini: bisogna ricordarsi che la laicità è un modo di vivere insieme, un luogo aperto, che implica una comprensione ben precisa dello spazio pubblico, dove l'ebreo può essere ebreo, il protestante protestante, il cattolico cattolico, l'agnostico agnostico.


Ci sembra che in Francia da un lato si stia cogliendo la sfida della "laicità intelligente", pensiamo per esempio al "rapporto Debray" sull'insegnamento del fatto religioso nella scuola. Dall'altro però si alzano i toni intorno all'uso del velo islamico nelle scuole. Come conciliare questa contraddizione?

Bisogna capire che attualmente - allorché l'islam non è ancora stato integrato del tutto nella comprensione che gli stessi francesi nutrono della società - esistono due tipi di provocazioni che si affrontano: ce n'è una di tipo, chiamiamola, islamista, che vuole testare la resistenza del contesto culturale francese. Dall'altro lato vi è la provocazione laicistica che non accetta e non accetterebbe nessun segno religioso nelle scuole. Sono quelli che dicono che la croce ugonotta è l'equivalente del velo islamico, il che è ridicolo sul piano dell'interpretazione dei segni. È indubbio che queste due provocazioni si scontrano: credo che per poter riprendere il dibattito più serenamente vanno prima di ogni cosa dosate le parole.
Per quanto riguarda la faccenda delle due ragazze musulmane espulse dalla scuola, va detto che quello che sarebbe grave sarebbe l'esclusione di tutte le ragazze che indossano il velo. La laicità non può essere una laicità di esclusione. Laicità significa che ognuno può entrare a far parte di una comunità scolastica. Il fatto è che deve essere data alle ragazze musulmane la possibilità di scegliere liberamente se indossare il velo oppure no. Cosa purtroppo ancora del tutto lontana dalla realtà dei fatti.
È vero, il rapporto Debray, documento che considera fondamentale l'insegnamento del fatto religioso nelle scuole, ha attualmente un'eco favorevole in Francia. Esso dovrebbe permettere di tornare ad una scuola che non sia grigia, né anonima, ma dove si può appartenere ad una comunità religiosa nel pieno rispetto delle realtà altrui.


A luglio di quest'anno il presidente Chirac ha istituito una Commissione di saggi composta da una ventina di intellettuali, giuristi, rappresentanti religiosi e non, e capeggiata dal cosiddetto "mediatore della Repubblica" Bernard Stasi, per stilare entro la fine dell'anno una "Charta" sulla laicità. Lei, in rappresentanza del 2% della popolazione francese, è stato già ascoltato a ottobre. Come valuta l'istituzione di una tale commissione?

La Commissione sulla laicità ha un grande pregio, che è quello di organizzare il dibattito pubblico. Non penso che il concetto di laicità sia in pericolo nel nostro paese, non credo quindi, al contrario di altri, che sia indispensabile legiferare sulla materia. Il dibattito pubblico creatosi in Francia è però il segno evidente di quanta importanza ha la laicità nella comprensione collettiva del vivere insieme. Come tutte le regole del vivere insieme, anche la laicità dovrà adattarsi alle nuove situazioni che via via le si presenteranno.
Al dibattito pubblico - svoltosi nel rispetto delle minoranze, e nell'equità - dovrà quindi seguire una volontà politica forte e costante, affinché lo stesso dibattito possa tornare ad essere la base della nostra democrazia.
Alla Commissione ho quindi formulato il nostro desiderio della creazione di un Comitato nazionale dei culti e della laicità, un comitato che abbia voce consultiva e che, come il Comitato nazionale sull'etica, sia permanente. A mio avviso il lavoro svolto dalla Commissione Stasi non va interrotto dopo la consegna del rapporto finale al governo. La società francese non ha nessun luogo di riflessione appropriata, di qui la nostra proposta di istituire proprio una sorta di osservatorio nazionale in merito.


Avrà senz'altro seguito il recente dibattito intorno alla presenza del crocifisso nelle aule scolastiche in Italia. Qual è il suo punto di vista di protestante francese?

Personalmente sono molto francese per quanto riguarda questa faccenda. Da noi il dibattito per togliere il crocifisso dalle aule scolastiche è durato 20 anni. Al giorno d'oggi tutti quanti i crocifissi sono stati rimossi. In Francia si pensa che sia gli insegnati sia i luoghi pubblici debbano essere dei luoghi dove regni una neutralità nei confronti delle religioni. Ma il fatto di concepire luogo e insegnante come neutri, non significa che ognuno degli individui debba essere neutro. Ed è su questo che in Francia dobbiamo lavorare, e forse il dibattito può essere lo stesso nel vostro paese.


Meglio allora un muro spoglio di simboli religiosi, che uno con il solo crocifisso?

Penso che l'unico modo per poter mantenere il crocifisso alla parete sia quello di circondarlo di una ventina di altri simboli religiosi o antireligiosi che siano. Ma siccome questo non è possibile, penso che nessun crocifisso sia meglio.


Qual è la posizione dei protestanti francesi circa la menzione delle radici cristiane nel preambolo della Costituzione dell'Unione europea?

Devo ammettere che come protestanti francesi avremmo preferito che nel preambolo figurasse la storia del cristianesimo in quanto fondatrice dei valori europei. Non si può parlare dei lumi, se non si evoca il cristianesimo, ma ormai non è più tempo di battaglie per questo preambolo, che tra l'altro è redatto anche male nel suo insieme; non ha poi tanta importanza. Quello che per noi invece è determinante, è che venga preservato contro ogni ingerenza laica, umanista o antireligiosa l'articolo 51 della Costituzione europea, nonché la Carta dei diritti fondamentali. Sono questi i due elementi che determinano molto chiaramente il posto delle chiese e delle comunità religiose nella vita dell'Europa. Il preambolo credo sia frutto di un compromesso che non va più toccato. L'art. 51, e in particolare il comma 3 che sancisce il dialogo "strutturato", cioè trasparente, aperto e costante, tra le istituzioni europee e le comunità religiose, va mantenuto in ogni caso.


Come crede si possa lavorare concretamente insieme per migliorare il dialogo interreligioso in Europa e le questioni intorno all'immigrazione?

Credo che bisogna prima di tutto rivalutare lo spazio mediterraneo come luogo di incontro tra il Nord e il Sud del Mondo, ma anche tra il mondo islamico e l'Europa. Penso ai rapporti che abbiamo già con il Marocco, l'Algeria, la Tunisia, l'Egitto, ma anche con il Libano, con Israele e la Palestina. Penso anche ai numerosi migranti che provengono da quelle zone mediterranee, ma anche dal Mali, dal Senegal, dal Niger, per approdare da noi. E noi dobbiamo essere capaci di accogliere: è fondamentale, questo concetto è costitutivo di quello che siamo. Dobbiamo accogliere, tanto più che le frontiere non sono mai chiuse, e l'Italia lo sa forse meglio di ogni altro paese.
Perché allora non approfittare di questo insieme di relazioni, per fare di questo nostro Mediterraneo uno spazio dove incentivare le conoscenze e il dialogo interreligoso? Ecco, per noi sono queste le due tematiche prioritarie: da una parte quella riferita alle migrazioni, dall'altra quella del rapporto con l'islam. Sono le questioni che riguarderanno per il prossimo futuro la Francia, l'Italia e l'Europa più in generale. Anzi, credo che i cristiani italiani e francesi insieme possono svolgere un ruolo importante nello spazio mediterraneo in quanto mediatori con il resto dell'Europa.





(intervista a cura di Gaëlle Courtens)