Il crocifisso ed il velo

Mentre in Italia infuriava la polemica sui crocifissi nelle aule scolastiche, in Francia si discuteva con la stessa passione del diritto per le ragazze musulmane di andare a scuola velate. Oggi le acque sono più calme ma le questioni non sono risolte. Anche perché c'è chi le sta utilizzando politicamente.

Le vie della fama sono davvero misteriose ed Ofena, la cittadina abruzzese dove abita il musulmano più popolare d'Italia, deve la sua notorietà a questa guerra del crocifisso che non conosce tregua. Anzi. Da scaramuccia locale è divenuta un conflitto nazionale ed i fragori di alcuni scontri hanno già passato le Alpi. Dopo la sentenza choc del giudice che imponeva la rimozione dei crocifissi nelle aule scolastiche, dopo il blocco della sentenza, dopo qualche dibattito televisivo di rito, si poteva utilmente chiudere la questione, abbassare i toni ed avviare - come si dice in questi casi - un serio e pacato dibattito sulla questione dell'esposizione dei simboli religiosi negli spazi pubblici di uno stato laico. Non sarebbe stato un dibattito inutile né scontato. Tirare via un simbolo religioso per decreto di un magistrato è un'azione impositiva che può urtare la coscienza di più di qualcuno; come abbiamo visto, ad esempio, ha urtato la coscienza delle "mamme di Ofena" che - robusti crocifissi alla mano - hanno presidiato per giorni e giorni la scuola materna ed elementare. Assai minore, però, è stata la comprensione nei confronti di chi in quel crocifisso non si riconosce o ritiene che non debba essere posto al centro di un'aula scolastica o di qualsivoglia edificio pubblico. Nei nervosi dibattiti televisivi di quei giorni, l'Italia sembrava divisa tra i "crociferi" da una parte e i "saladini" della parete bianca dall'altra. Come spesso accade sono mancate voci moderate. Ma c'erano, bastava cercarle. Piero Bellini, ad esempio, un giurista assai autorevole e noto per le sue posizioni laiche. Alla domanda secca se a suo avviso i crocifissi andassero rimossi dalle aule ha risposto con un altrettanto secco no. "Anche se arrivassimo alla conclusione concorde che le norme del '24 e del '28 che imponevano l'esposizione non sono più in vigore - ha dichiarato all'agenzia Adista - questo non vuol dire che bisogna levare tutti i crocifissi dalle scuole. Io direi piuttosto che mancano le ragioni per cui si mettano i crocifissi nelle scuole nuove. Insomma distinguerei. Il ministro dell'Istruzione vuole adesso rimettere i crocifissi nuovi nelle scuole nuove: questa è una logica che viene in urto con la logica dello Stato laico. Ma toglierli lì dove stanno "da sempre", significherebbe sostanzialmente ledere la coscienza, le abitudini di chi ha frequentato e frequenta quei luoghi. Se vi è una scuola in cui i ragazzi hanno sempre visto un crocifisso, potrebbero essere disturbati dal non trovarlo più. Per converso, ci può essere una scuola nella quale ci sono molti elementi che non apprezzano più la religione cristiana e dove il crocifisso può rappresentare un elemento di fastidio. Starà alla saggezza dei vari presidi, in base alle situazioni ambientali, regolarsi in un modo piuttosto che in quell'altro". Insomma un invito alla discussione ed a sdrammatizzare.

Come sempre accade, poi, i riflettori si spengono e si passa ad altro. Ma intanto il guanto della sfida è stato lanciato e, partiti da una sentenza che imponeva il ritiro dei crocifissi, siamo arrivati alle delibere che lo impongono non solo nelle aule scolastiche ma anche in altri uffici pubblici. Un boomerang.

A gestire politicamente la campagna dei crocifissi si sono candidate due forze politiche: la Lega nord e Alleanza nazionale.
A Venezia il partito di Fini ha chiesto al sindaco di garantire "che tutti coloro che intendano esporre la croce nei luoghi pubblici lo possano fare liberamente". "L'iniziativa - ha spiegato il capogruppo di An in consiglio comunale - ha un valore etico, culturale, filosofico, per noi collegato all'evoluzione di un momento storico che non può non vederci impiantati nel solco della nostra tradizione, che è classica e cristiana, e quindi cattolica". E a chi ha fatto notare l'inopportunità di tale iniziativa in nome del principio e del valore della laicità dello Stato, ha risposto Stefano Fornezza, capogruppo di Forza Italia in Comune: "È come se tra qualche anno qualcuno volesse buttare via il leone di san Marco perché i Turchi possono offendersi: il crocifisso va visto, amato e rispettato". A Verona, sempre An propone una campagna istituzionale nelle scuole cittadine "per far comprendere agli studenti l'importanza religiosa e civile del crocifisso".

Nulla fa pensare che si tratti di un caso isolato: dai siti web della Lega nord e dei cattolici padani (www.cattolicipadani.org), ad esempio, è possibile scaricare una delibera tipo: "Considerato che la sparizione del simbolo del crocifisso denota la precisa volontà di annullare le coscienze degli studenti padani nel nome di un falso ecumenismo mirato solo all'omologazione culturale e tendente ad imporre, anche nella scuola, il modello storicamente perdente della società globalizzata e multirazziale;… che le comunità islamiche presenti nei territori padani, forti delle protezioni garantite loro dal Governo centrale, stanno sempre più imponendo nelle scuole padane comportamenti inaccettabili per i nostri studenti quali la separazione delle classi tra maschi e femmine, il divieto nelle mense di usare alcuni alimenti tra cui il prosciutto, l'introduzione dello chador: comportamenti tendenti alla cancellazione progressiva dei più elementari diritti umani, in contrasto con la Costituzione italiana di cui tutti i partiti romani si dichiarano a parole validi difensori;… [il consiglio comunale] impegna il sindaco ad intervenire affinché vengano immediatamente rimessi al loro posto, nelle aule scolastiche ove siano stati rimossi, i simboli tendenti alla connotazione della nostra comunità; a richiedere che, all'interno delle aule scolastiche, vengano immediatamente inseriti ulteriori simboli identitari di appartenenza ad una comunità e ad un territorio quali la bandiera o il gonfalone del Comune.
Qualsiasi consigliere di circoscrizione, membro di un consiglio scolastico o del comitato di gestione di una piscina comunale ha un fac simile da brandire per la sua personale crociata.

Poco diverso il copione romano: anche qui An ha chiesto l'esposizione del Crocifisso nell'Aula Giulio Cesare e, sconfitta, ha dichiarato che i crocifissi verranno comunque esposti sui banchi della sua formazione politica.
La maggioranza di centrosinistra, ad ogni buon conto, ha cercato di moderare i toni ed ha comunque accettato di votare una delibera che riconosce il valore culturale del crocifisso. Pochi i voti contro; tra di essi quello di Franca Eckert Coen, la delegata del sindaco per le politiche della multietnicità e referente istituzionale della "Consulta delle religioni" costituitasi nella capitale un anno fa, il 16 dicembre 2002.

"Io credo che il crocifisso sia un simbolo d'amore per chi vi si riconosce. Ma non dobbiamo dimenticarci che il crocifisso, come insegna la storia d'Europa, è stato anche simbolo di guerre e dell'inquisizione.
Sostenere che il crocifisso sia un universale simbolo d'amore per me è equivoco e fuorviante. È evidente che la maggioranza degli italiani è cattolica ma ritengo che in qualsiasi paese, anche al 100% religiosamente omogeneo, debbano esistere necessariamente delle strutture laiche: ciascuno, che professi una fede o meno, che sia un credente o un agnostico ha diritto a spazi pubblici laici. È una questione di libertà. E mi stupisce che ancora si debba sottolineare che la nostra società è sempre più segnata dal pluralismo culturale e religioso: se si ignora questo fatto è ovvio che il dibattito sui temi della laicità e del pluralismo risulti assai povero. E lo stesso discorso vale per il famoso preambolo della Costituzione europea: in un'Unione unita e pluralista è meglio non nominare alcuna appartenenza religiosa".

Nel suo violento ritorno, il boomerang ha colpito con durezza la comunità islamica a cui televisioni e giornali hanno concesso uno spazio infinitamente minore di quello che hanno invece riconosciuto ad Adel Smith. Anche in questo caso le voci moderate e ragionevoli sono state sostanzialmente oscurate. " Come musulmani e cittadini italiani - ci dice Hamza Piccardo, segretario dell'Unione delle comunità e delle organizzazioni islamiche in Italia (Ucoii) - crediamo che questi temi non possano essere affrontati a colpi di decreti e sentenze; su di essi la comunità nazionale e il popolo italiano necessitano di un confronto serio e approfondito, alimentato da una informazione più corretta di quella abituale. Non sono questioni da affidare ai giudici ma al dibattito culturale, al dialogo tra credenti e non credenti.

Più di una volta, come comunità islamica, abbiamo ribadito il massimo rispetto per i simboli che esprimono il sentimento o il vissuto religioso di ogni individuo. La comunità islamica non ha mai chiesto la rimozione del crocifisso, e quando parlo della nostra comunità intendo senza esitare la grande maggioranza dei suoi membri".

Piccardo, non diventerà mica un oltranzista del crocifisso? "No. Rilevo ad esempio che se il crocifisso è un simbolo molto forte della tradizione cattolica, non è così, ad esempio, per i protestanti. Mi fa riflettere, inoltre, che spesso il simbolo del crocifisso venga difeso da persone che hanno poco o nulla a che spartire con la tradizione cristiana. Il fatto, ad esempio, che la Lega un giorno si dichiari pagana e adori il dio Po ed il giorno successivo difenda il crocifisso, a parer mio è una contraddizione forte… ma la politica ci ha abituati a questo tipo di atteggiamenti. Tuttavia sono convinto che una vera laicità deve potersi conciliare con la tradizione religiosa di maggioranza del nostro paese. Certo una laicità vera, non il laicismo, non l'integralismo laico alla francese. Tutti, anche noi musulmani, siamo ben consapevoli della realtà specifica e peculiare dell'Italia".

Il boomerang ha colpito duro anche i protestanti italiani che pure avrebbero avuto qualcosa da dire. Ma nessuno ha accettato di dare loro la parola. Capiredattori e conduttori televisivi erano infatti convinti che la loro voce coincidesse con quella espressa dal mondo cattolico ufficiale. Bastava poco per verificare che non è così. E non solo perché molte chiese della Riforma non si riconoscono nel crocifisso ma, semmai, in nuda croce che simboleggia oltre che la morte anche la resurrezione di Cristo: "Se qualcuno ci avesse dato spazio, avremmo detto che dovrebbero essere proprio i cristiani, per primi e per considerazioni propriamente teologiche, a chiedere che il crocifisso non venga affisso per decreto - afferma Daniele Garrone, decano della Facoltà valdese di Teologia. - Nei dibattiti dei giorni scorsi, spesso si è sentito dire che il crocifisso è il simbolo della identità culturale, della nostra civiltà. No, i cristiani dovrebbero dire che il crocifisso è molto di più: la croce è il centro della teologia cristiana, è il segno della piena rivelazione di Dio per la salvezza degli uomini. Se lo Stato italiano intende esibire il crocifisso come simbolo culturale e civile i cristiani dovrebbero sostenere con forza il fatto che il crocifisso esprime valori teologici e non dovrebbe essere usato come simbolo di civiltà. I cristiani dovrebbero poi letteralmente indignarsi quando vedono che la devozione o l'elogio del crocifisso esposto divengono strumentali alla conquista di un certo elettorato; o quando serve soltanto a polemizzare con l'islam. Insomma il luogo giusto per il crocifisso è quello dove la sua presenza si accompagna alla preghiera, al culto, alla fede. Il crocifisso non deve essere utilizzato come simbolo di cultura e di civiltà". In questa linea i protestanti italiani, nella recente Assemblea della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (vedi servizio a pag. 29), hanno votato un ordine del giorno che, proprio su questi temi, auspica un confronto ecumenico con la Conferenza episcopale italiana e la Sacra arcidiocesi ortodossa d'Italia.

Volete convincere il cardinale Ruini che una "parete bianca" è meglio di un crocifisso solo "civile"? "La parete bianca non è il simbolo dell'ateismo - risponde Garrone. - Dovrebbe essere vista, invece, come il simbolo di un silenzio carico di attenzione, di rispetto e di interesse per le varie voci che nascono nell'insegnamento, nelle testimonianze del passato e soprattutto nelle testimonianze degli studenti".

Ed il mondo cattolico come reagirà a questa offerta di dialogo? Per ora nessuno parla, tutti vogliono smorzare i toni, tutti dicono di aver già detto ed anche troppo. L'invito al dialogo, insomma, potrebbe non essere accolto. Del resto qualche imbarazzo inizia a serpeggiare anche in ambiti cattolici. All'indomani della famosa sentenza del Tribunale dell'Aquila, mons. Giuseppe Betori, segretario generale della Conferenza episcopale, aveva espresso la sua meraviglia: "Sembra che ciò che non ha fatto l'anticlericalismo dell'Ottocento - affermò di fronte alle telecamere della rubrica televisiva A sua immagine - viene invece ribadito ora come una conquista della tolleranza. In forza di una malintesa tolleranza, di fatto non si fa altro che dare ragione ai fondamentalismi religiosi più estremi. Non è una questione di Concordato né di Accordi tra Chiesa e Stato. Qui si tratta dell'applicazione di una legge dello Stato ancora vigente che nessun Parlamento ha mai cambiato". Detto questo, insieme ad altri autorevolissimi esponenti della Cei, mons. Betori ha quindi ribadito la tesi che il crocifisso, certo "simbolo della fede cristiana", è anche l'immagine che il popolo italiano riconosce come radice stessa della sua civiltà. Dunque una radice assolutamente irrinunciabile". Erano i giorni caldi della polemica. Oggi, di fronte a quella che appare sempre di più una strumentalizzazione politica in nome della croce, prevale un imbarazzato silenzio. Chi parla usa toni prudenti e concilianti: "Ritengo il crocifisso talmente importante e talmente sacro da non dover essere sbattuto in prima pagina come notizia del giorno - spiega a Confronti mons. Giovanni Cereti, teologo, docente di ecumenismo e attivamente impegnato nella Conferenza mondiale delle religioni per la pace (Wrcp).- Resto quindi convinto che il posto giusto del crocifisso sia nelle chiese, nei luoghi di culto oppure sopra il letto della propria stanza. Nei luoghi pubblici l'esposizione del crocifisso rischia di essere banalizzata. Certo, per rispetto al sentimento religioso della maggioranza della popolazione italiana, è giusto che questi segni possano essere presenti ma oggi esiste una pluralità di presenze religiose: è dunque necessario riconoscere anche i simboli di appartenenza di altre tradizioni religiose".

Laicità "per addizione", quindi; esattamente il contrario di quello che accade in Francia dove la scuola "della Repubblica" impone l'eliminazione degli elementi simbolici non solo dagli spazi ma addirittura negli spazi pubblici. In Europa la laicità parla lingue molto diverse tra loro.

Paolo Naso