Cristiani e musulmani. Il giorno del dialogo

La cronaca degli eventi delle ultime settimane ci presenta una situazione che non lascia spazio all'ottimismo:
una miscela esplosiva nella quale alla guerra si intrecciano un terrorismo internazionale sempre più scatenato, il proliferare dei fondamentalismi e, di conseguenza, dei pregiudizi razziali e religiosi: soprattutto islamofobia e antisemitismo.

Si può fare dialogo nella stagione del terrore globale e di una vulgata mediatica che chiama quotidianamente all'appello in vista di uno scontro di civiltà divenuto ormai senso comune? La risposta giunta dalla seconda Giornata ecumenica del dialogo cristiano islamico (21 novembre 2003 - ultimo venerdì di Ramadan 1424) non avrebbe potuto essere più netta: non solo si può, ma anzi si deve. Anche se, giorno dopo giorno, ci appare tutto più difficile e faticoso, un percorso drammaticamente in salita; mentre l'arte dell'aprirsi alle possibili ragioni dell'altro risulta davvero controcorrente. C'è chi ne prova un trasparente fastidio, attaccandoci con un'accusa che sta diventando un classico: quella di "irenismo". Saremmo dunque troppo buoni, ingenui, utili idioti al servizio, perlomeno oggettivo, di qualche filiale terroristica. Non di irenismo, però, qui si è trattato, bensì di una prova di lucido realismo, poiché al dialogo - ecumenico, interreligioso, interculturale - davvero non esiste alternativa. Il segnale è chiaro, e va persino al di là delle decine e decine di iniziative pur celebratesi in tutta Italia, delle "moschee aperte", delle conferenze e dei dibattiti, delle preghiere e dei digiuni: un'iniziativa come questa, nata dal basso e condotta senza leader mediatizzati, senza risorse e priva di particolari benedizioni ufficiali (salvo eccezioni, benvenute e benemerite, tra cui la Fcei e Pax Christi) sta dimostrando che si dà, nel nostro paese, un diffuso bisogno di dialogo che non è ancora interpretato. Un dialogo che sta muovendo i propri iniziali vagiti a partire non dai soliti salamelecchi o da inviti dall'alto, come era in passato, ma da esperienze concrete, sociali, di frequentazione comune di luoghi pubblici e di amicizie. È questa, mi pare, la novità più fragorosa del 21 novembre, che forse coglie impreparati gli specialisti del dialogo e ci dice che, in un futuro ormai prossimo ma forse già oggi, le parole d'ordine dell'incontro tra le fedi (massime tra cristianesimi e islam) saranno, bonhoefferianamente, parole ben poco teologiche e assai laiche. Il che, peraltro, presuppone che da parte delle chiese - tutte - s'investa finalmente più e meglio in tale direzione, facendo formazione, purificando i linguaggi, portando lo studio dell'islam, e non solo dell'islam, nel cuore dei curricula teologici e non ai margini, così com'è attualmente. Nel prossimo numero di Confronti sarà stilato un bilancio più compiuto della cosa: per ora, bastino il rimando al sito www.ildialogo.org, continuamente aggiornato, e queste prime considerazioni che, nell'ora della prova che attraversiamo, rappresentano in ogni caso una consistente iniezione di speranza.

Mi sia concessa, però, un'ultima annotazione che non risulterà di secondaria importanza. Anche qui salvo gradite eccezioni, la notizia della Giornata ecumenica ha scarsamente "bucato" il mondo dell'informazione (penso alla grande stampa e alle televisioni). Eppure, in un momento simile, occuparsi di una simile iniziativa avrebbe significato seguire alla lettera una delle regole d'oro del giornalismo, l'agognato racconto dell'uomo che per una volta morde il cane: l'evento insperato che esistono ancora musulmani disponibili a dialogare (e non ci sono solo gli eroi di casa a Porta a Porta, Adel Smith, gli pseudoimam di Carmagnola e il duo Bin Laden-Saddam Hussein) e cristiani insensibili ai richiami della foresta della chiusura identitaria e della paura diffusa di nuove invasioni barbare. Peccato. Non sarebbe stata una notizia da poco. Ma forse non è solo un caso, e a troppi fa comodo proseguire col già detto e col già sentito delle profezie che si autoavverano: chi non ha mai odiato e temuto il Feroce Saladino di turno? Anche se poi, ad una disamina più attenta, il cosiddetto Feroce Saladino è stato un sovrano intelligente, generoso e profondamente acculturato (se n'era già accorto il padre Dante nell'Inferno)… Ma per noi, o meglio: per troppi di noi, è condannato a rimanere irrimediabilmente feroce.

Brunetto Salvarani