La tragica attualità dell'antisemitismo

La cronaca degli eventi delle ultime settimane ci presenta una situazione che non lascia spazio all'ottimismo:
una miscela esplosiva nella quale alla guerra si intrecciano un terrorismo internazionale sempre più scatenato, il proliferare dei fondamentalismi e, di conseguenza, dei pregiudizi razziali e religiosi: soprattutto islamofobia e antisemitismo.

Il grave attentato alle due sinagoghe di Istanbul ripropone una questione: l'antisemitismo si sta nuovamente diffondendo? Episodi gravi di antisemitismo stanno ricomparendo (ma quando mai sono finiti?) in Europa: con l'incendio di un liceo ebraico in Francia e attraverso ambigui sondaggi che hanno investito campioni consistenti dell'opinione pubblica europea. Ma l'elenco potrebbe continuare.

Non c'è dubbio che le paure suscitate dal terrorismo con i suoi vili attentati e da discutibili guerre preventive non possono che accrescere le tensioni frutto di incomprensioni secolari, di ingiustizie subite e di sbandierate prepotenze.
Il riemergere dell'antisemitismo è un segnale preoccupante che spesso, storicamente, è la premessa per altre forme di odio razziale.

Ma detto questo occorre riflettere, pensare con serietà. Vale la pena tornare ancora sull'antisemitismo, in particolare dal punto di vista non solo degli effetti, ma delle sue pratiche discorsive, delle retoriche, dei meccanismi verbali. Occorre studiarne le forme, i suoi funzionamenti, le sue modalità. Il particolare odio nei confronti degli ebrei ha attraversato, in forme più o meno violente, l'intera storia del cristianesimo, raggiungendo la sua manifestazione più estrema con la Shoà. Chi aveva previsto che l'orrore suscitato dallo sterminio nazista avrebbe estirpato l'antisemitismo una volta per tutte, ha dovuto ben presto ricredersi. Apparentemente alimentati, anche, dal conflitto palestinese-israeliano, i temi classici dell'antisemitismo europeo ritornano a fomentare il disprezzo e il pregiudizio antiebraico.

La stringente attualità ci pone di fronte ardui interrogativi. Non basta rivisitare la lunga storia dell'antisemitismo, l'archivio antiebraico che si è andato formando attraverso tappe e passaggi della storia politica e culturale non solo europea. Occorre chiedersi: perché anche oggi? Perché permane questa "pratica" in cui si entra facilmente per motivi e scopi e con conseguenze diverse? La domanda è tanto più urgente dal momento che un po' tutti ne siamo investiti: gruppi politici, religiosi, movimenti culturali. Anche a sinistra.

È indubbio che non tutto può essere ricondotto alle forme che ha assunto il terrorismo internazionale che solo in parte si lega ai percorsi del fondamentalismo di certo islamismo radicale sospeso com'è tra modernità e tradizione.
Attraverso un repertorio di pratiche, immagini, discorsi, concetti che si sono sedimentati e depositati a partire dall'antigiudaismo cristiano, attraverso l'antiebraismo di origine laica e illuminista, il razzismo biologico, fino all'antisemitismo politico propriamente detto, siamo in presenza di autori, testi, riti collettivi e individuali che hanno segnato la storia del nostro mondo occidentale e in maniera devastante quella degli ebrei.

La drammatica attualità ripropone le stesse pratiche discorsive in maniera preoccupante.
È vero che criticare la politica di Sharon non significa essere antisemiti. Del resto i primi a farlo sono proprio tantissimi cittadini israeliani. Ma spesso chi dice Israele (lo Stato) intende la "razza ebraica". Certo non tutti sostengono apertamente che la responsabilità della mancata pace in Medio Oriente sia genericamente degli "ebrei", ma spesso tutto lascia pensare che non vi siano distinzioni. Non sembra che ci si indigni più di tanto rispetto a queste assurde equazioni. Che poi vi sia un improvviso interesse degli uomini e delle formazioni politiche al governo in Italia per lo Stato d'Israele, con la loro conseguente denuncia strumentale di "forme di antisemitismo" è l'altra faccia della stessa medaglia.

Non è più sufficiente condannare ogni forma di antisemitismo ma occorre sapersi liberare autenticamente da ogni forma di ignoranza di complessi fenomeni storici, religiosi, teologici.
Non si può continuare a parlare di "razza" ebraica o di un presunto potere degli ebrei sul mondo attraverso gli Stati Uniti. Persino un uomo come Theodorakis ha di recente definito gli ebrei "la radice dei mali del mondo".
Siamo di fronte a un groviglio di questioni difficilmente dipanabili o comunque non dipanabili se si insiste a permanere in uno stato di assoluta superficialità, di disinformazione, di generalizzazione.
Abbiamo bisogno di conoscere, di approfondire. Persistere in questi equivoci significa non riconoscere la portata di una storia che neppure la memoria degli scenari devastanti del secolo appena concluso può impedire di essere rivissuta se non si coltiva un autentico processo di revisione delle nostre categorie concettuali. Il diritto, i diritti, la dignità umana, l'Altro, devono diventare autenticamente un orizzonte di riferimento per tutti e non solo un cumulo di opportunismi giocati sul terreno dell'ipocrisia.

L'antisemitismo oggi, come diffusa pratica discorsiva, è allora la riproposizione di un modello che continua a non ammettere differenze. Nessuno può dirsi fuori da queste contraddizioni e dai suoi rischi. Con questa consapevolezza è allora possibile un'etica per il nostro tempo. Un'etica possibile che nutra le scelte politiche locali e internazionali fondate sull'incontro tra culture e sulla comunicazione di valori non assolutizzati che dissolvono le differenze e le riconducano a un'unica "ragione" riconciliata.

Ottavio Di Grazia