Anche il dopoguerra divide la Chiesa cattolica

Celebrando i funerali dei carabinieri uccisi a Nassiriya, il cardinale vicario di Roma ha pronunciato parole che a molti sono sembrate un avallo alla prosecuzione della missione militare in Iraq. Ma le differenze con il papa sembrano non fermarsi qua.

Il Medio Oriente divide anche la Chiesa cattolica italiana. Al di là, infatti, di unanimismi di facciata, vi sono notevolissime differenze di accenti, e forse di sostanza, all'interno della Conferenza episcopale italiana, e, di più, tra il presidente della stessa Cei, cardinale Camillo Ruini, e Giovanni Paolo II.

Celebrando, infatti, nella basilica romana di San Paolo fuori le Mura, martedì 18 novembre i funerali dei diciannove carabinieri, soldati e civili italiani morti a Nassiriya in un tremendo attentato, il porporato, in riferimento a quelli che lui ha definito "terroristi assassini", ha affermato: "Non fuggiremo davanti a loro, anzi, li fronteggeremo con tutto il coraggio, l'energia, la determinazione di cui siamo capaci. Ma non li odieremo, anzi, non ci stancheremo di sforzarci di far loro capire che tutto l'impegno dell'Italia, compreso il suo coinvolgimento militare, è orientato a salvaguardare e a promuovere una convivenza umana in cui ci siano spazio e dignità per ogni popolo, cultura e religione".

Di fatto, con queste parole, Ruini ha dato la sua benedizione alla partecipazione militare italiana nell'Iraq formalmente controllato dagli Stati Uniti d'America che hanno conquistato il paese con una "guerra preventiva" intrapresa senza il consenso delle Nazioni Unite. Il giudizio del cardinale è dunque un giudizio politico di appoggio alla scelta del governo Berlusconi; in quanto tale, questo giudizio non può che sollevare contrapposte valutazioni.

L'affermazione di Ruini è tanto più sorprendente perché sembra divergere dalla valutazione negativa che il papa regnante, in più occasioni, ha dato della guerra angloamericana contro l'Iraq (e, va ricordato, l'opposizione a questa guerra non era approvazione del regime di Saddam Hussein).

Papa Wojtyla, nella preghiera dell'Angelus del 16 novembre, in riferimento alla strage di Nassiriya e a quella del giorno precedente ad Istanbul contro due sinagoghe, aveva affermato: "Ancora una volta il terrorismo ha compiuto la sua opera nefasta, particolarmente devastante in Iraq e in Turchia". E, aggiungeva Wojtyla, con lo sguardo ad un altro scenario: "Rinnovo la mia ferma condanna anche per ogni azione terroristica compiuta in questi ultimi tempi in Terra Santa. Debbo al tempo stesso rilevare che, purtroppo, in quei luoghi il dinamismo della pace sembra essersi fermato. La costruzione di un muro fra il popolo israeliano e quello palestinese è visto da molti come un nuovo ostacolo sulla strada verso una pacifica convivenza. In realtà, non di muri ha bisogno la Terra Santa, ma di ponti!"

Tra le parole papali e quelle di Ruini vi sono differenze quanto mai significative; e silenzi che… parlano (il cardinale, infatti, nulla ha detto sul muro che il governo Sharon sta costruendo in Cisgiordania).

Il vescovo di Caserta, mons. Raffaele Nogaro, ha messo in evidenza che la "missione" italiana in Iraq è di fatto una missione di guerra, perché avviene in un paese dove vi è la guerra e dove molte e variegate sono le opinioni degli iracheni sulla "guerra preventiva" angloamericana. Immaginare che non vi sarebbe stata resistenza a questa guerra e alla successiva occupazione americana significherebbe dimenticare la complessità della situazione mediorientale. Del resto la risoluzione 1511 dell'Onu non legittima a posteriori la "guerra preventiva" ma, tenendo conto della realtà di fatto, invita a riportare al più presto la normalità in Iraq. Perciò la presa di distanza del segretario generale della Cei, mons. Giuseppe Betori, da Nogaro, è assai significativa.

Come il mondo politico italiano, anche il mondo ecclesiale (di tutte le Chiese, anche se qui abbiamo toccato solo la Chiesa Cattolica) è dolorosamente diviso da quello che è accaduto e sta accadendo in Iraq in questo drammatico 2003. Prenderne atto ci sembra atto di saggezza e di verità.

David Gabrielli