Il dovere di ragionare

Lo sgomento di fronte all'attentato di Nassiriya e alla morte di chi in buona fede operava per la pace, non può cancellare le perplessità sulla presenza militare italiana in Iraq. Così come non si può negare il completo fallimento della strategia statunitense in quella terra, prima durante e dopo la guerra. Come se ne esce?

L'emozione per i militari ed i civili italiani caduti a Nassiriya è stata molto alta ed intensa. Doveva essere così: chi è stato colpito era davvero convinto di fare qualcosa per il bene dell'Iraq, per la sua pacificazione e per il suo futuro. Gli italiani, i militari come i civili, avevano cercato di instaurare un rapporto diretto con la popolazione locale; come già accaduto in altre missioni, avevano provato ad adottare la via del dialogo con le forze locali. L'attentato ha mostrato quanto questa strategia, al di là della buona volontà dei militari e dei civili che la perseguivano, sia illusoria. In Iraq la guerra non è finita e la presenza militare in quel paese non può essere presentata come una semplice missione umanitaria. Il fatto che gli italiani non avessero partecipato ad azioni di guerra non significa che la guerra fosse o sia finita. Tutt'altro, anche se spesso la guerra si esprime nella forma particolare del terrore puro e ad oltranza. Lo sanno bene gli americani che, ad oggi, hanno mancato almeno tre degli obiettivi che si erano dati con la missione Enduring freedom: non hanno catturato Saddam Hussein, non hanno trovato armi di distruzione di massa, non hanno garantito la sicurezza e la stabilità della regione. E, quel che ormai è senso comune anche nell'elettorato più vicino a Bush, si sono impantanati in una situazione dalla quale è oggettivamente difficile uscire: ormai è chiaro che per raggiungere almeno qualche altro obiettivo della missione occorrono tempi lunghi, e l'esercito americano sta pagando quotidianamente un prezzo di vite umane assai più alto di quello che era stato messo in conto. Ed infatti ormai lo affermano anche fonti ufficiali americane. Ed allora? Un rapido ritiro a lavoro incompiuto segnerebbe la fine della politica estera e militare di quel partito della guerra al quale Bush ha dato carta bianca; d'altra parte tra qualche mese iniziano le primarie e tra meno di un anno si vota. Bush rischia di essere un'anatra zoppa, ferita dalle schegge di una guerra di cui a molti americani sfugge il senso politico e la ragione militare.

In mezzo a questi dubbi la Casa Bianca smentisce se stessa e, annunciando un passaggio dei poteri all'amministrazione civile irachena entro giugno, auspica un maggiore coinvolgimento delle Nazioni Unite; ma nel chiedere il coinvolgimento del-l'Onu non rinuncia al comando delle operazioni militari. Manca la coerenza perché non c'è chiarezza. E non c'è chiarezza perché questa guerra contro l'Iraq è stata decisa troppo unilateralmente e sotto il ricatto di troppe bugie. Sembrava una guerra contro Bin Laden, poi è divenuta una guerra contro Saddam Hussein; doveva essere una guerra per il disarmo del raìs di Bagdad e poi è diventata una guerra per la democrazia nell'area del Golfo; doveva essere una guerra "per la pace e la sicurezza" e, al contrario, sta allargando la sfera della violenza e del terrore.

È questo, non un altro, il campo di battaglia nel quale gli italiani si sono trovati. Saranno anche andati in Iraq per distribuire pensioni, garantire la sicurezza della popolazione civile e per scortare i giornalisti e i gruppi umanitari: come altre volte lo hanno fatto al meglio e con spirito di pace, ma non è questo il punto. Il problema è che l'impianto generale dell'intervento militare sotto il comando americano è un altro.

Per questo siamo convinti che ora, dopo la giusta e comprensibile emozione, sia giunto il tempo del ragionamento. È chiaro che qualcosa non sta funzionando: è possibile correggere in corso d'opera - come sembrano suggerire Ds, Margherita e Sdi - l'impianto di una missione sbagliata sin dall'inizio ed alla quale, per altro, altri autorevoli paesi europei hanno deciso di non partecipare? O, come dicono Verdi, Comunisti italiani e Rifondazione, bisogna rientrare subito e senza troppi rimpianti? O tutto va bene così perché "la guerra è guerra", come sembra affermare il Governo? No, è evidente che così non va bene e lo dicono persino gli americani. Ma, allora, si deve cambiare strategia o si deve, semplicemente, chiudere la missione e ritirare il contingente?

La prima strada è pericolosamente illusoria: gli italiani potranno pure chiedere tempi certi per il passaggio dei poteri agli iracheni, potranno anche auspicare che le Nazioni Unite tornino a giocare il ruolo che la comunità internazionale affida loro, potranno anche ipotizzare delle date sicure per il rientro in tempi rapidi del contingente nazionale. Ma, di fronte alla determinazione americana, potrebbero essere semplici punture di spillo.

Oltretutto il governo italiano, appiattendosi sulle posizioni più conservatrici dell'amministrazione americana e voltando le spalle all'Onu, all'Europa, alla Francia e alla Germania, ha al suo arco ben poche frecce. Eppure quella è la strada obbligata, l'unica possibile: un rapido passaggio di poteri all'Onu, poteri veri e senza l'intromissione e la supervisione americana. Ma - diciamolo chiaro - questo significa una drastica inversione di rotta.

D'altra parte il semplice ritiro immediato appare, oltre che politicamente non realistico, semplicistico. La partenza immediata delle truppe italiane sarebbe l'epilogo coerente per chi - come noi - si è sempre detto contrario a questo intervento militare: ma, coscienza pulita a parte, sarebbe davvero la molla che potrebbe correggere la confusa strategia degli Usa e dei suoi alleati? La partenza improvvisa ed unilaterale degli italiani contribuirebbe davvero a migliorare la qualità della vita degli iracheni? Darebbe realmente forza alla società democratica irachena o non rafforzerebbe, al contrario, i deliri del terrorismo globale di Al Qaeda o i sogni reazionari dei feddayn di Saddam Hussein? Non rischierebbe di alimentare una devastante guerra civile?

Oggi ci sentiamo stretti tra questi dubbi, come in una trappola dalla quale non riusciamo ad uscire. L'avevamo previsto, potremmo dire, ma non serve a niente e commetteremmo un inutile peccato d'orgoglio.