Troppi granelli di sabbia

Intervista a
Giuseppe Chiaretti

È passato oltre un anno dall'approvazione della Carta ecumenica. Ma, almeno in Italia, il cammino ecumenico procede con lentezza e si registra qualche battuta d'arresto. La macchina ecumenica è inceppata? Lo abbiamo chiesto a mons. Giuseppe Chiaretti, presidente del Consiglio della Cei per l'ecumenismo e il dialogo.

Talvolta bastano dei granelli di sabbia a inceppare un meccanismo funzionale e collaudato. Se, poi, il meccanismo è ancora in rodaggio e si è avviato da poco, questi granelli possono avere un effetto paralizzante e distruttivo. E negli ultimi mesi qualcosa sembra aver bloccato il processo ecumenico che, anche in Italia, si era aperto dopo l'approvazione della Carta di Strasburgo nell'aprile del 2001. La firma di quel documento programmatico da parte dei rappresentanti della Conferenza delle chiese europee (Kek) e del Consiglio delle conferenze episcopali dell'Europa (Ccee), infatti, anche in Italia aveva suscitato la speranza che il cammino comune delle chiese cristiane procedesse più deciso e spedito. Qualcuno, sia da parte cattolica che da parte protestante ed ortodossa, aveva ipotizzato la costituzione di un "forum permanente" per la promozione e la realizzazione degli obiettivi indicati nella Carta: tra gli altri, l'impegno ad affermare "i valori fondamentali della giustizia, della libertà, della tolleranza, della partecipazione e della solidarietà, a partire dalla nostra fede comune". In quel documento, inoltre, rappresentanti delle principali chiese cristiane europee affermavano di voler "promuovere processi democratici e la giustizia sociale", con un'attenzione specifica ai diritti degli stranieri e dei rifugiati e alla lotta contro ogni forma di violenza, in particolare contro donne e bambini. Indicavano inoltre nella salvaguardia dell'ambiente e di tutte le creature un altro ambito di impegno ecumenico. La costituzione di un "Forum permanente" sarebbe stato lo strumento necessario a passare "dal dire al fare". E soprattutto al fare "insieme". Ma di questo Forum, almeno in sede pubblica, nessuno ha più parlato.

Un granello. Un altro granello è il posticipo del "Secondo convegno ecumenico nazionale": da tempo si sa che, dopo quello sul Padre Nostro svoltosi a Perugia nel maggio del 1999, il tema concordato è quello delle "Beatitudini". Vi era anche una data, settembre di quest'anno, ma poi è slittata a febbraio del 2003. Ed a fine novembre nessuno ha ancora convocato alcunché. Un altro granello. Un terzo inceppamento riguarda la "Giornata per il creato", un'iniziativa fortemente raccomandata dalle Assemblee ecumeniche di Basilea (1989) e di Graz (1997). Nei mesi scorsi sembrava fosse giunto il momento di dare finalmente concretezza a questo impegno comunemente sottoscritto: in alcune città, ad esempio a Milano, il Consiglio ecumenico della città - cui aderiscono la chiesa cattolica e la maggioranza delle chiese evangeliche ed ortodosse del capoluogo lombardo - ha promosso una serie di iniziative sul tema dell'acqua come "dono di responsabilità". Ma l'esempio milanese è rimasto sostanzialmente isolato perché, se anche altrove si è dedicata attenzione teologica e pastorale ai temi del creato, solo a Milano lo si è fatto insieme. Eppure sia in ambito della Conferenza episcopale italiana che della Federazione delle Chiese evangeliche si era discusso della possibilità di un'iniziativa comune: e da una parte e dall'altra, sia pure con motivazioni "tecniche", si è preferito rinviare a tempi migliori e, nel frattempo, camminare ciascuno per la propria strada. Peccato, sarebbe stato un gesto di attenzione nei confronti delle chiese ortodosse che per prime hanno lanciato l'idea di questa iniziativa. Altro granello.

Ed infine la proposta emersa "dal basso" di una giornata ecumenica per il "dialogo islamo-cristiano": i lettori di Confronti la conoscono bene perché la nostra testata l'ha sostenuta con convinzione. L'idea di una giornata ecumenica da dedicare al dialogo con i musulmani ha raccolto attenzione da parte di personalità istituzionali sia del mondo cattolico che di quello evangelico; qualche apertura è giunta anche da parte ortodossa ed è un segnale molto importante. Ma, se alla base si configura come un'iniziativa voluta e costruita ecumenicamente, ai vertici le cose sembrano andare diversamente.

In conclusione, parafrasando il commissario Poirot, potremmo dire: un granello è solo un granello, due granelli sono solo due granelli, ma tre granelli sono un bastone tra le ruote del movimento ecumenico italiano.

"No, non accetto una lettura così negativa e schematica", reagisce monsignor Giuseppe Chiaretti, presidente del Consiglio della Conferenza episcopale italiana (Cei) per l'ecumenismo e il dialogo ed ora anche membro del Pontificio consiglio per l'unità dei cristiani. Una nomina recente, che suona come un autorevole riconoscimento per il lavoro svolto in ambito ecumenico. Lo abbiamo intervistato a Roma a metà novembre, in occasione dell'incontro nazionale dei delegati diocesani per l'ecumenismo. Un appuntamento importante ed inedito anche perché, per la prima volta, il tema è stato quello del confronto con le tradizioni religiose non cristiane (vedi scheda in questa pagina).

"Certo, ci sono momenti difficili, di stanchezza e forse di ripensamento - precisa Chiaretti - ma questo è del tutto comprensibile all'interno di un cammino complesso come quello dell'ecumenismo. Qualche settimana fa ho partecipato a un incontro europeo di discussione sulla Carta ecumenica ed abbiamo verificato che vi sono paesi in cui il processo di assimilazione dei contenuti del documento approvato a Strasburgo è più fragile e incerto mentre in altri procede più spedito e con maggiore convinzione. E, proprio guardando all'Europa, devo dire che in Italia siamo in una posizione avvantaggiata perché tutte le chiese sembrano aver preso sul serio quel documento. Quello che in Italia non è ancora avvenuto, o non è avvenuto in termini ancora soddisfacenti, è il radicamento della Carta ecumenica alla base delle chiese, nel mondo culturale e accademico".

Perché un incontro nazionale dei delegati per l'ecumenismo dedicato al tema del dialogo interreligioso?

Il tema è urgente ed è suggerito dalla situazione che è di fronte a noi. Ormai in Italia constatiamo la vistosa presenza di altre esperienze religiose come quella islamica e quella buddhista. Si afferma allora un duplice bisogno, quello della chiarezza e quello della conoscenza. La chiarezza di ciò che significa essere cristiani, la conoscenza per combattere le forme dell'intolleranza. L'antidoto all'intolleranza non è la tolleranza ma la conoscenza.


Alcuni settori del mondo cattolico, così come alcuni ambiti evangelici, hanno accolto con favore l'idea di una giornata ecumenica per il dialogo cristiano islamico; ma la proposta, almeno per ora, non è passata a livello istituzionale.

Si è aperto un confronto perché esiste il desiderio di arrivare a una giornata "del dialogo" in generale, non rivolta specificatamente all'islam. È un desiderio ed una necessità perché abbiamo bisogno di conoscere e di capire. Non siamo giunti a formalizzare l'istituzione di una giornata perché questa decisione incide sulla programmazione liturgica e quando si tocca questa delicata tessitura di date e di eventi si avverte sempre un momento di sofferenza. Insomma occorre ancora un po' di tempo per definire il senso della proposta e per realizzarla.


È difficile parlare di dialogo con l'islam mentre c'è chi, in certe piazze del nord, grida che orde di musulmani minacciano l'identità della Padania cristiana.

Certe identità non mi riguardano. Bisogna stare attenti a non mescolare e confondere identità diverse e non sempre consapevolmente definite. Certe espressioni di identità sono frutto di analisi politiche parziali e di una retorica figlia della pigrizia intellettuale. Certo, ci sono delle difficoltà. Il diverso crea sempre un problema. L'importante è partecipare consapevolmente all'incontro e al dialogo: e l'uno e l'altro ormai avvengono nei luoghi più diversi, a scuola come nel posto di lavoro. Nei giorni scorsi sono stato molto impegnato nelle visite pastorali all'interno della mia diocesi, quella di Perugia. E mi è capitato di incontrare tanti ragazzi musulmani: abbiamo discusso, ci siamo scambiati idee ed esperienze.


E la "giornata per il creato"? Anche in questo caso è solo una questione di tempo?

Le sollecitazioni sono molte: la giornata per i giovani, quella dedicata all'ebraismo, la settimana di preghiera per l'unità dei cristiani; e poi ancora la giornata per le Nazioni Unite, quella per gli emodializzati e così via… Sono tutte sollecitazioni importanti, ma è difficile collocarle nel calendario liturgico che ha le sue specifiche esigenze. Più che a una giornata inserita nella liturgia, pensiamo allora a un momento di attenzione, durante il quale invitare le chiese a riflettere, ragionare, impegnarsi sui temi del creato. Anche questo atteggiamento, rispetto a quello che sta accadendo di fronte a noi, sta emergendo come una esigenza che le chiese riconoscono. Insomma, nonostante le difficoltà credo che il tema sia maturo ed arriveremo ad assumerlo pienamente. Del resto, anche da parte della Federazione delle chiese evangeliche si sono espresse difficoltà analoghe. In particolare si teme che si creino strutture rigide, che si definiscano date vincolanti che interferiscono sulla normale programmazione ecclesiale. Insomma, direi che c'è una generale accettazione dell'idea, ma nella libertà di realizzarla secondo specifiche esigenze. Dal momento che il mondo ortodosso celebra la sua giornata per il creato tra settembre ed ottobre, credo che sarebbe significativo assumere questo periodo dell'anno.


Negli ultimi due anni, anche in ambito Cei, si sono levate delle voci critiche nei confronti di aperture ecumeniche ed interreligiose giudicate sbagliate ed imprudenti. Insomma, lei ha più di qualche fucile puntato addosso.

No, nessun fucile. Certamente ci sono delle difficoltà, ma perché è difficile il lavoro che siamo chiamati a svolgere. Pensi che questo è il primo incontro dei delegati diocesani per l'ecumenismo sul tema del dialogo interreligioso. È naturale che vi siano difficoltà. Si tratta di operare con pazienza e fiducia senza farsi paralizzare dalle difficoltà. Ma stia tranquillo, non ho nessun fucile puntato addosso.


(intervista a cura di Paolo Naso)