Il dialogo è finito ad Oslo

Intervista a
Ali Rashid

Mentre la destra israeliana si organizzava per svuotare di senso gli accordi di Oslo, sia la comunità internazionale che la comunità ebraica rinunciavano ad assumere un atteggiamento attivo e positivo. Ed invece era il momento di parlare. Era il momento in cui bisognava dire che la sconfitta dei palestinesi non sarebbe stata la vittoria di Israele.

È ancora possibile un dialogo tra gli ebrei italiani e la comunità palestinese in Italia? E per dirsi che cosa? Queste le domande avanzate da David Bidussa, una delle voci dell'ebraismo italiano che con più forza si è schierata a sostegno di una soluzione politica del conflitto mediorientale nel rispetto delle questioni poste dai palestinesi.
Ma oggi tutto sembra più difficile. Quasi inutile. Risponde Ali Rashid, una delle voci più equilibrate ed autorevoli della comunità palestinese in Italia.

Allora Rashid, una "colomba" come David Bidussa arriva a chiedersi se c'è ancora spazio per un confronto tra ebrei italiani e palestinesi che vivono in Italia.

Rispetto e stimo Bidussa che è una persona onesta Ma le cose che ha detto sono solo una parte della verità. È vero, la situazione è cambiata. Nel momento decisivo della lotta palestinese, quando si trattava di salvare l'idea che la pace fosse possibile, c'è stato un momento di grande protagonismo delle due società, quella israeliana e quella palestinese. Ed anche in Italia si sono visti gli effetti positivi di quel processo.
La prima intifada è stata una stagione di protesta, ma anche quella in cui si è costruito qualcosa. In quella fase abbiamo assistito al protagonismo di esponenti delle due società nel campo culturale e politico. Poi, però, nel 1993 sono arrivati gli accordi di Oslo e, paradossalmente, è parso che gli unici due ad avere diritto di parola fossero Rabin e Arafat. Tutte le altre figure sono state cancellate. E questo è stato un grave errore anche da parte della comunità internazionale che ha riconosciuto ai grandi capi una delega in bianco. Insisto, è stato un grave errore perché in un conflitto complesso e profondo come quello israeliano e palestinese non esistono soluzione magiche o semplici.
Un errore hanno commesso i mezzi di comunicazione di massa che hanno dato il conflitto per risolto proprio mentre venivano al pettine i problemi più gravi.
E così, pensando che ormai tutto fosse a posto e che fosse solo una questione di tempo, si è lasciato del tempo alle componenti della società israeliana contrarie ad ogni accordo di pace.


Questo il quadro in Medio oriente, ma la provocazione riguardava l'Italia.

Tutto sommato si sono messi in moto gli stessi meccanismi. Tutti dicevano "non disturbate i manovratori".
Prima di Oslo, sia nell'ambito della comunità ebraica italiana che di quella palestinese in Italia, vi erano state iniziative costruite attorno ad una precisa strategia: "due popoli per due stati", Gerusalemme capitale condivisa, rispetto delle risoluzioni dell'Onu. I riferimenti non erano vaghi. Tutto, poi, è sparito dopo gli accordi di Oslo. Ed intanto, mentre la destra israeliana si organizzava per svuotarli di senso, sia la comunità internazionale che la comunità ebraica rinunciavano ad assumere un atteggiamento attivo e positivo.
Ed invece era il momento di parlare. Era il momento in cui bisognava dire che la sconfitta dei palestinesi non sarebbe stata la vittoria di Israele; era il momento di dire che l'obiettivo del negoziato non era stringere i palestinesi in un angolo ma arrivare a una giusta soluzione del conflitto.
Era quello il momento di dire no alla colonizzazione; ed invece proprio in quegli anni i coloni sono raddoppiati; era quello il momento di dire che Gerusalemme doveva essere condivisa. Ma così non è stato.


Ma Barak ha ipotizzato, su Gerusalemme, soluzioni mai avanzate da nessun altro leader israeliano…

Non è vero. Il risultato finale delle sue proposte era comunque insufficiente. Gerusalemme è una città occupata; le risoluzioni 242 e 338 chiedono a Israele di abbandonare i Territori, che peraltro costituiscono solo il 22% della Palestina storica.


L'accusa è anche di non essere stati abbastanza determinati nella condanna delle violenze commesse dai settori più radicali della resistenza palestinese.

In parte è vero perché, ma anche perché non abbiamo trovato una sponda nella società italiana e nelle comunità ebraiche. Nell'ultimo anno e mezzo i palestinesi moderati si sono trovati più soli che mai. Si pensi alle minacce che sta subendo un personalità dell'Autorità nazionale palestinese come Sari Nussaibeh, per quello che ha detto riguardo ai profughi. Sta subendo una vera e propria persecuzione.


Che cosa ha detto?

Ha detto che se l'Autorità nazionale palestinese deve farsi carico del problema dei profughi, ma che non può subordinare l'accordo di pace alla risoluzione del problema dei profughi.


Allora è vero. Sono gli estremisti a dettare l'agenda politica?

No, gli estremisti sono la parte più rumorosa, quella che sa fare un uso abile della retorica di piazza. Ma il loro problema è la mancanza di senso di responsabilità, una malattia che ha dominato sul mondo arabo degli ultimi cinquant'anni.

Si può uscire da questo stallo della comunicazione, almeno in Italia?

Da domani mattina. Basta avere una posizione ragionevole. Basta dire cose sensate. Occorre capire che non è vero che ogni cosa sottratta ai palestinesi sia un guadagno per Israele; occorre capire che Gerusalemme è di tutti; occorre dire no alla colonizzazione dei Territori; occorre ammettere le responsabilità politiche e storiche nei confronti dei palestinesi e dei rifugiati in particolare. Insomma bisogna uscire dall'ambiguità e dal silenzio e dire parole chiare.