Il silenzio degli ebrei, la diffidenza dei palestinesi

Perché gli ebrei non recitano il "mea culpa" nei confronti dei palestinesi?. L'interrogativo di Barbara Spinelli su "La Stampa" ha aperto un vivace dibattito, anche all'interno dell'ebraismo. Perché anche la sinistra ebraica della diaspora è rimasta in silenzio ? Due interventi per aprire il dibattito.

A distanza di tempo e consumate alcune emozioni è lecito e anche doveroso domandarsi cosa rimane sul campo dell'ampia discussione avviata da Barbara Spinelli con il suo lungo editoriale del 28 ottobre su La Stampa ("Ebraismo senza "mea culpa"").

Rimane la testimonianza di una discussione sulla versione on line del quotidiano di Torino che da sola costituisce, forse, uno dei barometri più fedeli del quadro culturale medio dell'Italia, e delle sue angosce e delle sue paure profonde.

Rimane la sensazione di un quadro intellettuale diffuso che, messo alle strette quando deve cercare di praticare la capacità di distinguere, non riesce davvero a decollare.

Rimane anche l'insieme dei problemi che Barbara Spinelli forse credeva di stimolare. In realtà le sue argomentazioni alla fine hanno solo fatto uscire dal letargo un sentimento di antigiudaismo latente, di senso di fine di un tabù. In breve una sensazione di liberazione da un interdetto. Chiuso il dibattito, ognuno tornato a riflettere in silenzio, bisogna dire che la chiarezza intellettuale esce sonoramente sconfitta da questo estenuante confronto.

Forse Spinelli pensava di muoversi in forte controcorrente (qualcosa che vagamente assomigliasse alla battaglia solitaria di Hannah Arendt ai tempi del Processo Eichmann e delle sue riflessioni consegnate a La banalità del male). Non lo so e forse è anche scarsamente interessante rispondere. Quello che è certo è che le categorie con cui Arendt poneva le sue domande avevano una loro solidità. Non così quelle proposte da Spinelli.

Spinelli ha posto il problema del silenzio degli ebrei. Vorrei prima di tutto domandare: di quali ebrei? Chi doveva parlare secondo Spinelli? Se Spinelli ha in testa una dimensione collettiva (e la struttura della sua argomentazione sembrerebbe andare in questa direzione), allora siamo dentro un vocabolario politico che solo nominalmente è liberale. Con ciò non voglio elegantemente aggirare una questione.

Credo che la questione del silenzio costituisca un problema autentico, di alto significato politico. Ma credo che non si risolva all'interno di un meccanismo semplice. Anzi credo che prendere la parola oggi da parte delle diaspore implichi che le parole non saranno omogenee. Anzi includa una questione politica generale. Vorrei spiegarmi brevemente.

Negli ultimi quindici anni, faticosamente si è riusciti a distinguere tra ebrei e Israele riuscendo, forse non senza ostacoli, a spiegare che gli ebrei non sono degli israeliani che vivono fuori sede. Si è anche vagamente appreso che ci sono vari tipi di opinioni pubbliche ebraiche differenziate rispetto alle politiche governative israeliane. Accanto a questo primo dato si è anche lentamente dissolta una funzione vicaria che in una certa fase alcuni segmenti delle diaspore hanno di fatto assolto: ovvero quello di aprire a un dialogo con le realtà palestinesi presenti fuori della Palestina in nome di una comune condizione di minoranza culturale.

Nell'ultimo anno questa pratica è completamente cessata. Ciò è avvenuto perché lentamente una pratica di confronto non era più sulle cose, ma era sulle identità. Insomma, tra un ebreo della diaspora che può avere legami culturali, anche affettivi (in termini di amici, parenti...) con la realtà israeliana, e il mondo della presenza palestinese in diaspora non si produce dialogo. Forse è nelle cose che sia così, ma la condizione che differenzia questi due soggetti è molto semplice: il primo pensa se stesso come membro di una diaspora, il secondo si vive come esiliato.

Il che, tradotto in termini semplici, implica che il primo ha un problema di molteplicità della sua identità (nel linguaggio di Spinelli pratica la doppia lealtà), il secondo vive un processo di piena identificazione nella sua nazionalità di origine.

Dopo di che noi dobbiamo anche domandarci: con chi dialogava quel palestinese? Non indistintamente con tutto il mondo ebraico, ma solo con una sua parte, di solito con le componenti di sinistra di quel mondo. Queste sono le componenti che oggi sono in silenzio.

E lo sono per due motivi: primo perché non hanno niente da comunicare a chi persegue un processo di identificazione su base nazionale, legittimo quanto si vuole, ma che è preoccupato del futuro del suo stato di Palestina; secondo, perché nel processo di riflessione sulle identità culturali proprie il processo sembra essere quello di una progressiva perdita di una visione laica; crescono, invece, le spinte religiose radicali.

Di nuovo, che cosa dovrebbero comunicare e che cosa potrebbero scambiare quelle aree culturali ebraiche, peraltro anch'esse in difficoltà per gli stessi motivi, con questi interlocutori? E soprattutto con quali interlocutori? C'è allora lo spazio per una dimensione laica del confronto? È questo confronto ancora una possibilità in questo tempo o si deve prendere atto che si è chiuso un ciclo e rimangono solo "pochi e sparsi uomini di mezzanotte"? Sono costoro gli interlocutori di cui l'ebraismo della diaspora ha disperatamente bisogno.

David Bidussa