"Questi sono tempi che mettono a dura prova il dialogo interreligioso, il dialogo islamo cristiano". Nostra intevista a Tarek Mitri, responsabile del dialogo cristiano islamico per il Consiglio ecumenico delle chiese, l'organismo mondiale che comprende 342 chiese protestanti, anglicane e ortodosse in più di 100 paesi.
Non credo che l'eccidio pakistano debba essere considerato solo come l'attacco di fanatici islamici contro i cristiani che loro identificano con l'Occidente, con "l'insegna della croce", per usare le parole di Bin Laden, né debba essere visto semplicemente come l'aumento dell'intolleranza religiosa in Pakistan. Ci sono, certo, questi elementi che spiegano quei tragici eventi. Noi tutti speriamo che non si ripetano. Essi devono essere però inquadrati anche nell'instabilità politica interna al Pakistan. Le minoranze religiose non sempre sono le destinatarie della violenza. Credo, ma è solo un'ipotesi, che quelli che hanno sparato nella chiesa intendevano anche mandare un messaggio al governo, all'esercito pakistano. Questo non deve essere dimenticato e questi fatti devono essere sempre messi in relazione con la precaria situazione politica in quel paese.
Finché questa guerra rimarrà limitata, confinata a un certo obiettivo, come sostengono gli americani, che sarà, o dovrebbe essere la sconfitta del terrorismo, molti musulmani esiterebbero a interpretarla come una guerra contro l'islam. Probabilmente denunzierebbero la politica estera degli Stati Uniti, soprattutto in Asia e in Afghanistan, ma non arriverebbero a dire che si tratta di una guerra contro l'islam. Questo atteggiamento potrebbe mutare se la guerra dovesse durare ancora molto, se si ampliasse la schiera delle nazioni considerate obiettivi militari possibili dalla cosiddetta "guerra al terrorismo degli americani". In questo caso ci sarebbero più musulmani che pensano che la guerra è contro l'islam.
Questi sono tempi che mettono a dura prova il dialogo interreligioso, il dialogo islamo-cristiano. Sono tempi durante i quali noi mettiamo a dura prova la fiducia reciproca, costruita su anni di lavoro comune. Ma questa fiducia è fragile, c'è un elemento di vulnerabilità in ciò che abbiamo conquistato con il dialogo cristiano-islamico.
Al momento la cosa più importante è prendere posizioni comuni. Fino ad ora i musulmani hanno preso posizione reagendo a quello che è successo, i cristiani hanno parlato chiedendo ai musulmani di fare o dire questo o quello, ma è accaduto raramente che musulmani e cristiani abbiano parlato lo stesso linguaggio. La seconda cosa da sottolineare è che ci sono troppe cose che sono dette a proposito dell'islam, nell'Occidente, nel cosiddetto mondo cristiano. Alcune sono serie, ma la maggior parte non lo sono. E qui uso un eufemismo perché qualcuno potrebbe dire che sono semplicemente inaccettabili.
Credo che debbano essere fatti degli sforzi sinceri per consentire ai musulmani di definire loro stessi, la loro fede. Il nostro ruolo, come cristiani, è quello di creare le condizioni appropriate per consentire ai musulmani di esprimersi.
Un altro aspetto di non secondaria importanza è che questo è il tempo, per noi tutti, di guardare criticamente alla nostra realtà e alla nostra storia, e all'uso che facciamo della nostra religione o del nostro sentimento religioso o persino dei nostri testi sacri. Questa analisi deve essere fatta da tutti, cristiani e musulmani, ma non può essere intesa come un'accusa dei cristiani contro i musulmani. Non sarebbe questo il modo corretto di procedere. Tutti noi, cristiani e musulmani, dobbiamo considerare criticamente la nostra storia, il modo con cui abbiamo strumentalizzato le scritture, come i nostri credi religiosi sono stati strumentalizzati nel conflitti sociali e politici.
In Nigeria nel mese di ottobre brutali scontri islamo-cristiani hanno fatto più di 200 morti; chiese e moschee bruciate. Nel paese africano 19 governatori premono perché la legge islamica, la Sharia, sia riconosciuta ufficialmente. I cristiani sono il 5% della popolazione. In Sudan i cristiani sono più dell'8%, chiese cattoliche e sacerdoti sono stati spesso oggetto di attacchi. Alcuni fedeli che hanno rifiutato di convertirsi all'islam sono stati fustigati e crocifissi. In Arabia Saudita il Corano è la costituzione e non è permesso praticare nemmeno in privato alcun culto diverso dall'islam. In Mauritania solo i musulmani sono cittadini, la religione cristiana è permessa solo agli stranieri. In Pakistan il reato di blasfemia contro Allah è punito con la morte. È sufficiente che due testimoni musulmani confermino l'accusa perché essa sia considerata veritiera.
In Indonesia, il paese musulmano più popoloso al mondo, è in corso da tre anni, nelle province delle Molucche, un conflitto tra musulmani e cristiani che ha fatto più di 5000 vittime e oltre mezzo milione di profughi interni.
Ci sono molti campi di lavoro comune, per esempio quello della risposta alle catastrofi umanitarie. Oggi gli aiuti umanitari occidentali sono visti con sospetto da qualcuno perché sembrano essere parte delle operazioni di guerra. D'altra parte gli aiuti umanitari musulmani sono considerati con diffidenza perché si ritiene che sostengano i fondamentalisti. In questo contesto è estremamente importante che musulmani e cristiani uniscano i propri sforzi così che il lavoro umanitario sia salvato, la sua integrità, la sua autonomia rispetto all'interferenza della politica, la sua efficacia siano garantite, e quindi l'aiuto arrivi alle persone che ne hanno bisogno, indiscriminatamente, superando le barriere etniche e confessionali. Questo è solo un esempio del nostro lavoro comune.
Il Ramadan è in corso. Noi tutti siamo in un periodo di preparazione: all'id al fitr i musulmani, al Natale, alla nascita di Nostro Signore, noi cristiani. Forse dovremmo combattere insieme, spiritualmente, per superare la paura dell'altro, la paura del futuro. La paura è l'ostacolo principale al raggiungimento dell'armonia e del rispetto reciproco tra le due fedi.
(Intevista a cura di Paolo Emilio Landi;
ha collaborato Luca M. Negro)