Il mese più sacro dell'islam, quello del digiuno e della preghiera, quest'anno sembra triste e carico di preoccupazioni. In tutta Europa aumentano i sospetti contro tutti i musulmani, sempre più spesso associati al terrorismo. Una nostra inchiesta sugli umori, le paure e il disagio dei musulmani italiani.
Iniziamo dall'Europa. Un rapporto elaborato dal Centro di monitoraggio sul razzismo e la xenofobia, con sede a Vienna, documenta come è cambiato il clima nei confronti dei musulmani dopo l'11 settembre.
In Austria vari ragazzi musulmani sono stati apostrofati al grido di "Osama" o "ecco l'avete fatto di nuovo". Ma il presidente Klestil è subito intervenuto e, in accordo con alcuni ministri della coalizione di destra al governo, ha promosso un incontro con i rappresentanti delle comunità islamiche. Il messaggio è stato: lavoriamo insieme contro il terrorismo e per la convivenza. Insomma, ad oggi, la situazione nel paese di Haider sembra sotto controllo. Qualche problema in più in Belgio, soprattutto nell'area di Bruxelles, dove si concentra un alto numero di immigrati: dopo l'11 settembre sono apparsi graffiti razzisti; arabi e musulmani "riconoscibili" per il loro abbigliamento sono stati insultati per strada; sono stati denunciati vari allarmi bomba. Falsi, meno male. Come falso era un orribile pamphlet, scritto in francese, in cui si mostrava la foto di una delle grandi chiese del Belgio - Santa Maria di Schaerbeek - trasformata in una moschea. Situazione ancora più difficile in Francia, dove in Corsica sette giovani sono stati arrestati per aver condotto degli attacchi inequivocabilmente razzisti contro dei giovani marocchini. Il partito di estrema destra "movimento nazionale repubblicano" ha colto l'occasione per proporre un piano antiterrorismo teso a tagliare ogni finanziamento pubblico alle organizzazioni no profit in qualche modo collegate con il mondo islamico. Situazione tesa anche in Germania dove si è registrato un attentato contro una moschea in prossimità di Monaco e dove i giornali popolari hanno cavalcato l'emozione suscitata dal fatto che almeno due degli attentatori avevano vissuto in Germania. Un titolo come "Vivono in mezzo a noi" non è certamente rassicurante. Decisamente preoccupante la situazione in Olanda dove negli ultimi mesi si sono registrati vari incidenti ed attentati: un autista di Amsterdam si è rifiutato di far salire sull'autobus una donna velata; a Nijmegen una scuola islamica è stata incendiata; un'operazione analoga è fallita per un soffio a Zwolle; danneggiamenti a sedi islamiche si sono anche registrati a Barneveld e l'Aja.
Situazione del tutto analoga in Inghilterra, con l'aggravante di alcuni attentati contro le persone fisiche, "riconosciute" come musulmani. È accaduto a Dover, a Swindon, nel nord est, dove un giovane del Bangladesh ha subito un grave pestaggio. Conclusione: nessun fatto drammatico, ma certo l'11 settembre segna sicuramente un "prima" e un "dopo" nelle relazioni tra le comunità di maggioranza e i musulmani dei vari paesi europei.
E in Italia?
I dati sono abbastanza chiari: un sondaggio del Corriere della Sera (29 ottobre 2001) indica alcuni cambiamenti nell'opinione pubblica dopo gli attentati: il 30% si dice più diffidente nei confronti degli immigrati arabi; il 43% è convinto che la religione musulmana è intollerante, il 25% ritiene che dovrebbero lasciare l'Italia.
I risultati sembrerebbero confermati da un altro sondaggio, curato da Datamedia, secondo cui quasi il 50% degli italiani crede che "gli islamici rifiutino i valori occidentali" ed un robusto 22% afferma che addirittura li minacciano. A credere che i musulmani rispettino leggi e tradizioni del nostro paese è solo l'11%. Non deve stupire, allora, che il 19% si dichiari "molto d'accordo" con Oriana Fallaci nel suo famoso urlo di paura nei confronti dell'islam (Corriere della Sera del 29 settembre), ed un pesante 40% si dica "abbastanza d'accordo".
Ma sondaggi a parte, che aria tira? Partiamo da alcuni fatti di cronaca: dal 9 novembre, a Pordenone, la Lega nord raccoglie firme per impedire l'apertura di una moschea: "Non bisogna dimenticare che questa proposta avviene in un particolare momento politico - spiega il leader locale del partito, alludendo alla partecipazione italiana all'intervento militare italiano in Afghanistan. - Tale decisione esporrà sicuramente anche l'Italia al rischio terrorismo". Intervento analogo a Vittorio Veneto, dove in realtà non vi è nessuna decisione riguardo all'apertura di una moschea, ma solo voci. Comunque sufficienti perché il vicesindaco lanciasse il suo grido di guerra: "riprendiamoci le panchine del parco comunale sulle quali ormai si siedono solo extracomunitari". Un altro esponente della Lega, Mario Borghezio, non pensa solo al futuro ma anche al presente: vuole infatti chiudere alcuni dei centri islamici in attività, primo tra tutti quello di viale Jenner, a Milano. E lo ha detto rumorosamente il 19 ottobre promuovendo una manifestazione dei "Volontari verdi" proprio di fronte al contestato centro islamico, al grido di "Padania cristiana".
Una brutta storia abbiamo raccolto anche a Mazara del Vallo, in Sicilia, dove, se non altro per lo storico radicamento di una comunità di alcune migliaia di tunisini, la convivenza con l'islam dovrebbe essere un fatto acquisito: "Un giornale ha pubblicato la notizia che alcuni ragazzi si erano presentati a scuola vestiti da Bin Laden. Ma era assolutamente falso, come lo stesso preside ha poi confermato". Bugie a mezzo stampa anche ad Omegna, in provincia di Verbania, dove la locale comunità islamica si è ritrovata sulle pagine dei giornali con l'accusa di aver festeggiato proprio l'11 settembre, alla notizia del crollo delle torri. "Un'assoluta falsità" testimonia Anne Zell, pastora della locale comunità evangelica metodista.
Piccole cose, si dirà. Ma a Imola si è andati oltre: il 29 settembre una prima volta, il 4 novembre una seconda, la locale Casa della cultura islamica ha subito un vero e proprio attentato. Gli esperti dicono che le città più a rischio sono Milano, Torino, Firenze e Verona e che, "anche se non c'è un vero e proprio scontro - come afferma Francesco Pompeo, coordinatore dell'Osservatorio sul razzismo istituito presso l'Università di Roma Tre - il problema sta crescendo".
E i musulmani?
"Sì, in tutta l'Italia ci sono episodi di intolleranza contro gli arabi e contro i musulmani - conferma Hamza M. Boccolini, responsabile del Centro islamico di Napoli. - A Napoli si sono verificati casi d'intolleranza non tanto nei confronti degli uomini quanto delle donne con il velo. Una ragazza italiana, musulmana, laureata in legge cercava di fare un tirocinio in uno studio legale; tre studi legali l'hanno rifiutata, al quarto colloquio si è tolta il velo ed è stata accettata. Quando arriva al lavoro si toglie il velo sotto il portone, quando scende se lo rimette".
Preoccupazioni analoghe a Roma, dove però la comunità islamica è più grande e più visibile. "Noi nel nostro quartiere abbiamo un buon rapporto con tutti - ci dice Noureddine Chemmaoui, responsabile della moschea "Al Houda" di Centocelle. - I problemi li abbiamo fuori: i nostri fratelli al lavoro e i nostri figli a scuola si sentono presi in giro; se un nostro fratello cammina per strada con la moglie che porta il velo viene insultato, gli viene detto di andare a casa, che non c'è possibilità per loro di vivere qui. Le donne musulmane quando vanno a fare la spesa si sentono dire che i musulmani sono tutti uguali, sono come Bin Laden. E penso che siamo ancora all'inizio".
Preoccupazione anche tra i moderati ed italianissimi musulmani della Coreis, la Comunità religiosa islamica con sede in via Meda a Milano. Ma è una preoccupazione più rivolta all'interno della comunità islamica che al suo esterno. "In un momento così difficile - ci dice Sergio Yahia Pallavicini - bisogna cercare di assicurare e di garantire alle moschee ed ai centri islamici una gestione che sia veramente trasparente. Non possiamo, com'è capitato, lavarci le mani delle interferenze, delle frequentazioni o delle pratiche illecite che possono avvenire nel luogo di culto. Se noi siamo, con tutti i nostri limiti, imam o gestori di questi spazi rituali, dobbiamo assumerci anche la responsabilità di gestire questi luoghi come un luogo sacro, dove in nessun modo si possano esprimere tendenze o comportamenti ambigui sia di carattere politico che ideologico".
Violenze, ma soprattutto pregiudizi
Torino, ormai si sa, è una delle città a più alto rischio di intolleranza. La situazione è oggettivamente difficile perché l'immigrazione extracomunitaria e l'islam sono arrivati nel contesto di una città che viveva una profonda crisi economica, che stava ridimensionando o chiudendo le sue industrie. Ai vecchi problemi di integrazione se ne sono così aggiunti di nuovi, soprattutto nelle zone popolari dove già - e ben prima dell'arrivo dei nuovi immigrati - si avvertivano i primi segnali di degrado urbanistico e sociale. Oggi l'islam della città è nell'occhio del ciclone, anche per la sovraesposizione di uno dei suoi leader, Bouchta Bouriki, il ben noto imam di Porta Palazzo. "Per il lavoro, per l'affitto ci sono dei problemi - ci spiega. -La gente torinese è preoccupata, si allontana quando vede una donna con il velo o un uomo con la barba che ha l'aspetto dell'arabo. Poi ci sono gli episodi di vera e propria intolleranza, come quello avvenuto a Comigi, un paesino proprio vicino alla città, dove dei ragazzi hanno picchiato una donna con il velo che non ha voluto denunciarli per non avere problemi. Alcune donne musulmane mi dicono che non trovano più il lavoro come prima perché considerate come Bin Laden, come talebani, come terroristi. Alcuni lavoratori hanno subito minacce del tipo: "dovete andare via altrimenti vi bruciamo tutti". Nelle scuole in generale va bene, ma ovviamente c'è un po' di discussione: i ragazzi sono influenzati dai mass media e quando vedono un arabo a scuola è come se vedessero un terrorista. Alcuni dicono: "Ve ne dovete andare al vostro paese, siete sporchi arabi". Sono comunque casi isolati".
Ma lei, caro Bouriki, non ha fatto nulla per accreditare un'immagine dell'islam più moderata ed esplicitamente critica nei confronti del terrorismo. "Noi musulmani ci sentiamo malgiudicati, perché Bin Laden rimane Bin Laden e il musulmano vuole essere musulmano per se stesso - replica. - Di recente, ho fatto una dichiarazione legittima: "Io sono contro il terrorismo e sono contro la guerra". E avevo aggiunto: "Se Bin Laden l'ha fatto è un terrorista, se non l'ha fatto è innocente". Tutti hanno detto: "Bouchta è pro Bin Laden". Io invece non difendo né Bin Laden, né difendo il terrorismo".
Se l'imam di Torino resta avviluppato in una polemica su Bin Laden che forse egli stesso si è cercato, non è certamente così per Mounira Alamin, apprezzata professionista di Bologna. "La gente è preoccupata per quanto sta accadendo - ci dice - e lo noto anche come medico. Gli accessi agli ambulatori si sono triplicati nelle ultime settimane. C'è una sintomatologia ansiosa dovuta alla preoccupazione e l'insicurezza legata a ciò che sta accadendo. Penso che questo Ramadan sarà molto particolare, con molta preoccupazione ma anche molta determinazione; penso che il numero dei musulmani che digiuneranno quest'anno aumenterà sensibilmente".
"Esiste un disagio in seno alla comunità, determinato da come i media trattano il problema del terrorismo - conclude Khaldoun Roueiha, un giornalista siriano che vive in Italia ormai da molti anni. - La maggioranza degli arabi si sente messa sul banco degli imputati. Chi fa notizia purtroppo sono gli estremisti mentre la stragrande maggioranza degli arabi e dei musulmani sono cittadini che non hanno mai creato problemi: ma loro non fanno notizia. Per questa gente questo Ramadan sarà molto sofferto: non sarà un mese di incontro e di festa come lo è di solito. Sarà un Ramadan poco allegro. L'arabo oggi si sente sotto processo, e la sua preoccupazione maggiore è quella di cercare di dimostrare che lui non ha nulla a che fare con Bin Laden".
Mostafa El Ayoubi
Paolo Naso