Le scelte politiche del Ministero sembrano andare nella direzione dello spezzettamento del sistema formativo in una pluralità di scuole, ciascuna caratterizzata da una propria visione del mondo e da una propria identità specifica, in cui ognuno si rispecchia solo nel simile, senza interagire con altri punti di vista.
Un grande paradosso: la riforma Berlinguer, che prometteva di passare alla storia come la più sistematica riorganizzazione del sistema scolastico dopo una lunga stagione di modifiche parziali, ora, proprio nell'anno della sua prevista attuazione, viene di fatto smantellata pezzo per pezzo dall'attuale governo. Della riforma dei cicli, fiore all'occhiello della politica scolastica del centrosinistra, ormai non ne è più nulla: tale legge di riforma, già approvata dal parlamento, è stata sospesa e , in alternativa, si sta profilando uno schema di segno opposto, che prevede il ritorno ai cinque anni di elementari e ai tre di medie, seguiti da due percorsi nettamente distinti, l'uno per chi sceglie (a 12 anni) la formazione professionale, l'altro per chi decide di continuare gli studi nei licei.
Questa rigida struttura a "doppio canale" (stile anni Cinquanta ), unita alla precocità della scelta tra l'orientamento verso il lavoro o il proseguimento degli studi, capovolge l'idea stessa di una scuola autenticamente democratica, che è tale se è in grado di offrire a tutti i cittadini un patrimonio di conoscenze diffuse e livelli alti di consapevolezza critica, e soprattutto se sa dare attuazione al principio costituzionale dell'uguaglianza delle opportunità, garantendo anche ai giovani appartenenti ai ceti sociali svantaggiati, le stesse possibilità di accedere ai gradi di istruzione più elevati.
Ma un altro, grave capovolgimento è in atto, quello concernente il riordino del sistema pubblico - privato dell'insegnamento. Mentre la pur criticabile legge sulla parità scolastica, varata dal precedente governo, era finalizzata alla creazione di un sistema scolastico integrato dove il pubblico fissava le regole comuni cui tutte le scuole, statali e non statali, dovevano attenersi e prescriveva la conformità ai principi costituzionali dello stato democratico, ora pare affermarsi il criterio opposto, che privilegia la scuola privata e l'assume come modello al quale improntare tutto il resto. La prospettiva appare rovesciata: l'intento non è più quello di rendere pubblica l'offerta formativa, ma di accelerare il processo di privatizzazione del sistema scolastico, in linea con il progetto più volte espresso dal ministro Moratti di porre fine al "monopolio pubblico dell'istruzione". Ne sono una riprova alcuni recenti provvedimenti che vanno a sostegno della dimensione privata e confessionale della scuola, quali, ad esempio, il disegno di legge per l'immissione nei ruoli dello stato dei docenti di religione cattolica, il decreto che istituisce la Commissione per il codice deontologico degli insegnanti, affidata alla presidenza onoraria del cardinale Ersilio Tonini, l'autorizzazione per le scuole non statali paritarie di assumere docenti senza l'abilitazione e la nuova fisionomia delle commissioni per l'esame di maturità, composte interamente da membri interni e un presidente esterno. Tali scelte, orientate ad un'organizzazione scolastica di tipo privatistico, aprono la strada ad un possibile spezzettamento del sistema formativo in una pluralità di scuole, ciascuna caratterizzata da una propria visione del mondo e da una propria identità specifica, in cui ognuno si rispecchia solo nel simile, senza interagire con altri punti di vista.
Ma in tal caso verrebbe messo a rischio il concetto stesso di scuola pubblica, quella scuola di tutti e per tutti che si configura come lo spazio laico in cui si incontrano e si confrontano le diverse tradizioni culturali e religiose che sempre più caratterizzano la nostra società complessa, e dove si costruisce la cultura democratica della comune cittadinanza. Emerge qui una forma di laicità che va oltre il modello liberale classico, neutralista e separatista, nel quale lo spazio pubblico appare come una scena vuota, "cieca alle differenze", in cui non entrano in gioco le identità culturali e religiose perché le convinzioni di ciascuno vengono confinate nella sfera privata e considerate un affare di coscienza. Nel modello proposto, invece, il principio di laicità diventa in positivo il "presidio del pluralismo", cioè la messa in atto di un confronto pubblico e paritario tra le diversità, così che ciascuno sia posto in grado di conoscere l'identità altrui e di veder riconosciuta la propria.
Elena Bein Ricco