Retorica militare e esigenze democratiche

In Italia o si va alle adunate di Ferrara a "fare gli americani" o si è oggettivamente filotalebani; o si marcia contro la globalizzazione e contro ogni forma di intervento militare o si è oggettivamente complici dei bombardamenti sui civili afghani.

La guerra in Afghanistan continua e, come tutte le guerre, continua a mietere vittime, anche tra i civili. Mentre scriviamo è altissimo l'allarme delle organizzazioni umanitarie per le centinaia di migliaia di profughi ammassati al confine con il Pakistan. L'ordine non regna a Kabul, neanche a Kabul, perché ancora non è chiara quale sarà l'assetto di potere dell'Afghanistan dopo la notte della cupa teocrazia talebana. Non è neanche chiaro se questa guerra finirà con la cattura di Bin Laden, vivo o morto. Certo, le basi terroristiche potranno sopravvivere al loro autoproclamato profeta, ma allora chi deciderà quando cessare l'intervento militare? Domande legittime, crediamo, che non pongono solo irriducibili pacifisti. Negli Stati Uniti iniziano a circolare con insistenza anche sui grandi organi di stampa; e persino l'opinione pubblica di un paese ancora ferito oggi appare meno compatta dietro il suo presidente. In molti, ad esempio, criticano il pacchetto di misure che limitano la libertà degli immigrati arabi e denunciano il pericolo di una sospensione "selettiva" di quelle garanzie costituzionali che fanno dell'America un paese libero. Ma appunto, proprio perché l'America è un paese libero, se ne discute e nessuno si permette di gridare "tradimento, tradimento".

Non così in Italia, dove o si va alle adunate di Ferrara a "fare gli americani" o si è insultati come filotalebani; dove o si marcia contro la globalizzazione e contro ogni forma di intervento militare o si è accusati di essere complici dei bombardamenti sui civili afghani. No, questa polarizzazione delle posizioni non aiuta a comprendere la sfida che ci sta di fronte: fermare un pericoloso disegno terroristico da una parte e dall'altra avviare un faticoso processo di ricostruzione di un ordine mondiale fondato su principi di giustizia e di convivenza. È difficile, certo. Ma, ormai a tre mesi dall'11 settembre, ci rendiamo ben conto che quello non è stato un semplice attentato terroristico: era una chiamata a incendiare le polveriere dell'ingiustizia, della povertà, della sofferenza: un'operazione cinica e amorale perché tesa a sfruttare l'ingiustizia, la povertà e la sofferenza di milioni di persone per perseguire fini di parte come l'abbattimento di regimi moderati o per rafforzare le componenti fondamentaliste dell'islam. D'altra parte - sia chiaro - scomparso Bin Laden, i problemi di un drammatico squilibrio saranno ancora di fronte a noi e saranno suolo fertile per nuove, velenose erbacce.

Ovvio che, di fronte a "fatti" così dirompenti, le classiche strategie di reazione della geopolitica vacillino. Proprio per questo è giusto e doveroso pretendere di conoscere modalità, fini, obiettivi dell'intervento. Come è doveroso denunciare i pericoli ed i rischi dell'opzione militare, come è giusto chiedere che la logica della politica e della cooperazione per lo sviluppo tornino urgentemente a prevalere. Non è pacifismo, è democrazia.

Paolo Naso