"Se il mondo vuole andare avanti con l'80% delle risorse in mano al 14% della popolazione, non c'è alternativa all'uso della guerra e della forza. È questa forma di cultura, di dominio che va modificata, e quindi vanno modificate le relazioni internazionali e anche quelle commerciali".
Già presidente della Lega italiana per la lotta all'Aids (Lila), Agnoletto è parlamentare europeo.
Archiviato l'appuntamento di Porto Alegre di fine gennaio scorso, il Social Forum guarda al futuro. Numerose sono le battaglie da affrontare: il debito estero, la povertà nel mondo, l'ambiente, il problema dell'acqua e dei farmaci, quello della guerra e del terrorismo e così via. Questioni che chiamano direttamente in causa il diseguale rapporto tra Nord e Sud del mondo.
Su come il Social Forum intende portare avanti queste battaglie, abbiamo sentito il parere dell'europarlamentare Vittorio Agnoletto, uno dei leader del movimento.
Abbiamo fatto un grande salto di qualità. Siamo passati da un movimento in grado di raccogliere consenso nella pubblica opinione a una realtà che su quel consenso punta a costruire obiettivi mirati e a organizzare e gestire delle campagne a dimensione mondiale, con l'intento di raggiungere obiettivi e vittorie almeno parziali.
Prima di tutto, bisogna chiarire che sono obiettivi legati alle campagne: sono le campagne che segnano le priorità del movimento a livello mondiale. La prima questione è la cancellazione del debito, a partire dai paesi colpiti dallo Tsunami. Questa è una campagna che durerà a lungo e che avrà come primo punto di confronto il G8. La seconda questione è la difesa dei beni comuni, in particolare la campagna contro ogni forma di privatizzazione dell'acqua. Oggi parliamo di acqua, in alcune zone del pianeta si parla di terra: sono beni che devono stare fuori dalle regole del profitto, sono beni che non hanno prezzo, che sono la condizione per la vita umana. La terza questione riguarda i servizi sanitari e i servizi formativi. Noi rifiutiamo che questi servizi vengano inseriti all'interno del Gats (General agreement trade in services), cioè non accettiamo che istruzione e salute debbano essere messi sul mercato a disposizione del migliore offerente: questi sono dei diritti.
La quarta campagna è quella relativa alla lotta alla povertà e alla fame con le proposte che ne conseguono. E quindi dalla Tobin tax (la proposta di tassare le transazioni valutarie per ridurre la speculazione) a un discorso più ampio sulle transazioni finanziarie, sulla vendita di armi e di prodotti derivanti dagli idrocarburi, cioè i prodotti inquinanti.
La quinta questione, ovviamente, la campagna contro le guerre e per il ritiro delle truppe d'occupazione dall'Iraq. Questo rimane un elemento fondante sullo sfondo di quello che, come movimento, vediamo: l'intreccio tra liberismo e guerra.
Ci sono due filoni paralleli: il primo è lavorare per la costruzione e il rafforzamento di una società civile irachena, perché una vera democrazia può esistere solo se si fonda sulla società civile; il secondo è battersi per il ritiro delle truppe di occupazione e far sì che sia il popolo iracheno a valutare, se è necessario, un accompagnamento per un periodo dalla parte dell'Onu.
Un eventuale intervento dell'Onu deve avere due condizioni: innanzitutto l'accordo con tutte le rappresentanze irachene, non si possono tagliare fuori i sunniti o altri; in secondo luogo deve essere fatto da un'Onu al cui interno non vi siano rappresentanze delle forze che hanno insanguinato e distrutto il paese.
È il sistema economico e politico internazionale che va messo in discussione. Cioè se il mondo vuole andare avanti con l'80% delle risorse in mano al 14% della popolazione, non c'è alternativa all'uso della guerra e della forza. È questa forma di cultura, di dominio che va modificata, e quindi vanno modificate le relazioni internazionali e anche quelle commerciali.
Il nostro motto, "costruire un mondo giusto per evitare la guerra", punta a togliere il brodo di coltura al terrorismo. Il terrorismo non nasce dai poveri, ma tra i poveri può reclutare manovalanza. Questo non è solo uno slogan, ma vuol dire tante cose molto concrete. Vogliamo aiutare il Sud a uscire dalla povertà? Allora perché non cambiamo le regole sull'agricoltura? Siamo disposti a cancellare i sussidi alle esportazioni dell'agricoltura europea e americana? Siamo disposti a modificare totalmente le regole sull'accesso ai farmaci, permettendo ai paesi poveri di produrre farmaci a costo cinquanta volte inferiori a quelli delle multinazionali? Siamo disposti a bloccare i finanziamenti per le esportazioni nel campo del cotone, che mette in ginocchio un quarto dell'Africa? Siamo disposti a rispettare la biodiversità dell'Amazzonia piuttosto che dell'India e a non andare a brevettare i prodotti naturali? Queste misure sembrano una lista della spesa, ma hanno in testa un mondo diverso, che, aiutando a costruire giustizia, toglie anche facilità al terrorismo di reclutare e toglie anche le motivazioni di guerra se non c'è più questa volontà forte di dominio.
Noi siamo già riusciti a cambiare molto: quattro anni fa quanti, nel mondo politico, parlavano di globalizzazione? Quanti parlavano di Banca mondiale, di Fondo monetario internazionale? Quasi nessuno. Noi abbiamo avuto la capacità di porre questi temi come elemento centrale - e questo è già un passo avanti - da porre all'attenzione del dibattito politico.
Tuttavia, oggi sono abbastanza pessimista riguardo al rapporto con il mondo politico. Ho l'impressione che molti politici ritengano che, passata la fase alta del movimento, si possa tornare al rapporto tra movimenti e partiti che c'era prima. Cioè i movimenti sollevino pure i loro problemi, ma poi tutte le decisioni si giocano unicamente all'interno delle dinamiche dei partiti. Casomai si invita qualcuno del movimento a fare qualche intervento "di coreografia".
Oggi noi interroghiamo la politica su alcuni grandi temi centrali. L'Unione è d'accordo a dire "mai più guerra"? È d'accordo a dire "cancelliamo il debito dei paesi del Sud del mondo"? È d'accordo su una misura come la Tobin tax? So che non si può cambiare tutto dall'oggi al domani, però sono cose che danno un segno, che fanno capire in quale direzione si guarda.
Mi sembra che l'attenzione nei nostri confronti sia molto diminuita, e con un errore grosso: si pensa che il movimento sia presente solo quando porta in piazza milioni e milioni di persone, ma non è così. Il movimento è un movimento reticolare, che ha delle fasi carsiche e quindi si muove indipendentemente dal fatto di far stare tutti in piazza oppure no.
C'è una sottovalutazione: se non stanno in piazza sono scomparsi. Non è vero. Questi temi non sono qualcosa di cui uno si appropria. Io penso che sia un'indicazione per costruire una prospettiva per un mondo diverso. E quindi penso che le forze politiche di opposizione la dovrebbero man mano inserire nel dna della loro cultura politica, non come scelta che si fa in un determinato momento. Bisognerebbe riuscire a superare il limite di guardare il mondo con gli occhi del nostro egoismo occidentale, e guardarlo con degli occhi "universali", mettendo al centro il bene complessivo dell'umanità.
(intervista a cura di Mostafa El Ayoubi)