La quinta edizione, ancora svoltasi - dopo il passaggio in India del 2004 - nell'accogliente città di Porto Alegre, ha mostrato la vitalità del movimento che coinvolge migliaia di persone e gruppi ma, insieme, ha acuito le domande su come organizzarsi per il futuro. Il prossimo appuntamento sarà in Africa, nel 2007.
Quale dovrebbe essere, quale sarà il futuro dei "Social forum" mondiali che, nati a Porto Alegre nel 2001, anche nell'edizione di quest'anno hanno visto confluire una massa variegata di gente impegnata per "un altro mondo possibile"? La domanda ha attraversato implicitamente i lavori dell'ultimo forum, costretto, dalla stessa dinamica del suo impressionante sviluppo, a porsi l'interrogativo. Il quinto forum - che, a livello mondiale, fa capo al Consiglio internazionale con sede stabile in Brasile, a São Paulo - si è celebrato ancora a Porto Alegre, in gennaio (26-31). La formula però è stata abbastanza diversa dal passato.
Le novità organizzative del 2005
Contrariamente alle dinamiche consuete in questo tipo di attività, non si è andati ad una centralizzazione della struttura, ma al suo opposto. Infatti le assemblee della mattina non sono state gestite dal centro con una paziente graduazione di argomenti e di oratori, ma dalle varie associazioni e reti che da cinque anni elaborano e discutono dei grandi temi che sono al cuore dei forum. Questi temi sono stati definiti mediante una consultazione telematica svoltasi prima dell'estate. Ognuna delle undici tematiche aveva a disposizione un'area molto ben attrezzata di tendoni ed altre facilities. Queste aree si susseguivano lungo gli spazi del rio Guaiba che circonda, creando un effetto piacevole, la città. Non c'è più stata la concentrazione degli incontri nell'Università cattolica dei padri maristi (Puc) che hanno ospitato il forum nelle prime tre edizioni - la quarta si era tenuta in India, a Mumbai-Bombay, nel gennaio 2004.
Tutte le strutture del forum, ben organizzate ed efficienti, hanno dimostrato quanto esso sia ormai parte importante di Porto Alegre che in questo modo si è fatta conoscere nel mondo. Il Pt, il Partito dei lavoratori, del presidente Luiz Inácio Lula da Silva, che aveva dato man forte a organizzare le precedenti edizioni, ha perso le recenti elezioni per il rinnovo dell'amministrazione comunale; e, tuttavia, anche il nuovo sindaco è venuto ad omaggiare il forum dopo averlo finanziato.
Al centro degli undici spazi c'era il campeggio della gioventù affollato all'inverosimile di giovani che da tutto il Brasile sono arrivati dopo magari tre-quattro giorni di viaggio in pullman. I presenti al forum sono stati quasi duecentomila con settantamila iscritti, le organizzazioni presenti 6872 di 151 paesi e circa 2500 le attività (seminari, incontri...). Per la verità queste sono le cifre ufficiali ora leggibili sul sito Internet, ma ne erano state diffuse di più ridotte. Comunque la si metta, due cose, a occhio, si impongono: hanno fatto male i media, almeno in Italia, ad oscurare questo forum; e, a causa delle sue enormi dimensioni, è stato impossibile per chiunque riuscire a seguirne e comprenderne bene tutto l'andamento. Questi forum hanno il problema del loro gigantismo.
Nuovi paesi e soggetti sono presenti nel movimento dei forum. Parlo degli asiatici, degli indiani, dei coreani e parlo degli africani, parlo del maggiore radicamento nella stessa America latina. Il fenomeno dei forum è in crescita nel mondo. Ne restano però ancora del tutto fuori l'area cinese, l'ex Unione sovietica ed anche, mi sembra, i paesi ex-socialisti est-europei. Le tematiche, inevitabilmente, si ripetono: diritti umani, pace e smilitarizzazione, lotte sociali, beni comuni, debito estero, commercio internazionale, comunicazione, cultura. Particolarmente importante il settore "Etica, cosmovisioni e spiritualità"; questo ambito di riflessione era quasi assente al forum europeo di Londra dell'ottobre 2004, mentre era invece ben presente in India ed è sempre stato parte importante dei forum di Porto Alegre. In questo settore tutte le riflessioni vi sono state trattate e varrebbe la pena di parlarne in modo specifico.
Ricorderò poi il grande tendone della "Coalizione ecumenica" con un ruolo predominante del Consiglio ecumenico delle Chiese. Ha facilitato la discussione, sui temi accennati, la presenza dei teologi della liberazione che avevano concluso alla vigilia del forum un importante loro convegno. Infatti, proprio a Porto Alegre dal 21 al 25 gennaio si sono riuniti duecento teologi e teologhe, di tutto il mondo - una presenza che, da sola, smentisce quanti vanno dicendo che tale tipo di impegno è morto! - per affrontare, nel primo Forum mondiale di teologia e liberazione, il tema di "una teologia per un altro mondo possibile". Rappresentanti dei vari continenti - Felix Wilfred ed Emelina Villegas per l'Asia; Ramathete Dolamo ed Emmanuel Martey per l'Africa; l'italiano Rosino Gibellini e Sabine Plonz per l'Europa; Dwight Hopkins e Michel Beaudin (con Lee Cormie) per l'America del Nord; Tânia Mara e Ignacio Madera per l'America Latina e i Carabi - hanno fatto un'intrigante panoramica della teologia della loro "regione"; e, tutti insieme, del loro impegno per un mondo "altro".
Tante altre cose nuove c'erano al forum. Ne elenco alcune che ho constatato di persona: la presenza delle rappresentanze dei popoli indigeni, forme di contestazione da sinistra nei confronti di Lula, la forte presenza ed affermazione di Hugo Chavez, il presidente del Venezuela che, oltre a un insolito ruolo di portavoce del più focoso antimperialismo "anti-yankee", ha anche proposto un'azione paziente di unità tra i paesi omogenei (Brasile, Argentina, Uruguay, Cile) del cono Sud.
La nuova formula del forum esprimeva la proposta - corollario dell'autorganizzazione delle assemblee - che l'incontro servisse soprattutto a creare contatti, rapporti, reti, campagne, in modo da andare nella direzione di un maggiore impegno operativo. Questo è avvenuto: alla chiusura erano più di trecento le proposte operative che sono state rese pubbliche ed affisse ad un apposito muro.
La presenza italiana non è stata più così numerosa ed autorevole come nei primi tre forum: i presenti erano trecento a fronte dei più di mille delle precedenti edizioni (quando erano i più numerosi dopo i brasiliani). Questo fatto ha una spiegazione: una così forte presenza iniziale difficilmente poteva continuare, dato che ogni organizzazione od ogni delegato devono pagarsi il viaggio ed il soggiorno, e dato che in Italia in gennaio siamo in pieno periodo lavorativo (e non in periodo di vacanze come in Brasile e in altri paesi a sud dell'equatore). La massima espansione delle presenze del movimento nel nostro paese è stata al momento del G8 di Genova (2001) e poi al forum europeo di Firenze (2002). Questa minore presenza italiana ha influito sull'oscuramento dei maggiori media del nostro paese e su una convinzione diffusa secondo cui i forum battono il passo e che sono nella fase del declino.
A livello mondiale, comunque, non pare proprio che sia così. La forma di riflessione e di aggregazione dei forum sociali si sta invece dimostrando un modo felice di fare politica e di indiretta rottura coi sistemi rigidi e sterili del vecchio internazionalismo proletario della cultura politica comunista. Ora i forum mondiali si avvicenderanno con quelli tematici e quelli regionali (cioè continentali). In giugno ci sarà il forum del Mediterraneo a Barcellona, l'anno prossimo quello europeo ad Atene, in primavera, ed in gennaio quello americano nel Venezuela. Il prossimo forum mondiale sarà in Africa nel 2007 (è ancora da definire in quale paese: Egitto? Marocco? Sudafrica? Kenya? Senegal?) ed i forum nazionali si stanno moltiplicando.
Ipotesi per il futuro:
più "base" o più "coordinamento"?
Molti si chiedono quale sarà il futuro dei forum. La discussione è già in corso da tempo ed è emersa in modo evidente a Porto Alegre anche se in forme da approfondire meglio. Esiste una situazione di fatto che ha accelerato la riflessione sul rapporto con la politica e sull'efficacia dell'azione di tutta la galassia dei vari movimenti che accettano le parole d'ordine di Porto Alegre contro il neoliberismo e contro la guerra. Questa situazione la conosciamo bene, e tutti noi la viviamo con sofferenza. La situazione del rapporto Nord/Sud, delle guerre, dell'ambiente, dei diritti umani non sta migliorando nel mondo. Nell'ultimo anno e mezzo il non essere riusciti ad impedire la guerra anglo-americana contro l'Iraq e poi la rielezione di George W. Bush sono fatti che pesano. Solo in America latina le cose hanno preso una direzione che sembra decisamente migliore anche se pesantemente condizionata appunto dalla globalizzazione neoliberista (vedi il caso del Brasile).
"Che fare?", molti si stanno chiedendo. Continuare a trovarsi a discutere, creare reti, agire dal basso nella società civile di fronte a problemi che continuamente si ripresentano semmai ingigantiti e mai neppure avviati a soluzione? O pensare invece a momenti di maggiore coordinamento e, per così dire, di direzione di questo movimento? Sono due posizioni non emerse in modo evidente e ben definito, ma che sono nella sensibilità e nella consapevolezza dei maggiori protagonisti dei forum.
Da una parte c'è la linea che fa capo all'Assemblea dei movimenti sociali (interna ai forum, ma con una sua autonomia) che si pone di più il problema della scadenze e di una vera efficacia della propria azione. Questa è la linea condivisa dalla gran parte della delegazione italiana a Porto Alegre che, in due incontri, ne ha parlato ampiamente. Essa è sostenuta da alcuni dei "padri" dei forum, come François Houtart, il quale afferma esplicitamente che se i forum non faranno questo passo in avanti sono destinati a sbriciolarsi. A questa linea forse appartengono la maggior parte delle diciannove personalità che hanno firmato un testo in 12 punti che ha avuto molta risonanza e che costituisce una piattaforma nella elaborazione dei forum (vedi scheda pag. 20).
Dall'altra parte c'è la linea sostenuta dalla maggior parte del gruppo trainante brasiliano del Consiglio internazionale (per fare dei nomi: Chico Whitaker e Oded Grajew) che si affida ad una forte crescita delle campagne dal basso senza che si possa ipotizzare, perché irrealizzabile e forse poco utile, una accelerazione del ruolo di selezione, proposta e coordinamento da parte della direzione dei forum.
La discussione è quindi aperta ed anche nel nostro paese e in Europa si discuterà se, dopo aver posto dei problemi ed aver creato su di essi una coscienza diffusa che prima era molto modesta, si possa e si debba passare ad un'azione generale e diretta capace di creare contraddizioni nel sistema, di fermare almeno le conseguenze peggiori della globalizzazione e di ottenere risultati concreti.
Vittorio Bellavite