Pubblichiamo alcuni stralci dell'appello lanciato da numerosi intellettuali, sia laici che cattolici, appartenenti all'area del centrosinistra contro l'astensione sui referendum voluta dalla Conferenza episcopale italiana. "Procreazione assistita: laici e cattolici nel centrosinistra per un confronto leale prima e dopo le urne e contro il bipolarismo etico".
Le questioni che riguardano la vita e la morte, nonché la sessualità e la generazione, presentano grandi difficoltà di giudizio. Non esistono infatti soluzioni equidistanti o neutrali. È molto difficile segnare una linea di confine tra l'ambito della libertà personale e delle scelte private e l'ambito di definizione pubblica di che cosa è giusto, sia pure in via pragmatica e contingente. Qual è allora il percorso per individuare un plausibile parametro di giudizio? Ve ne è uno molto semplicistico di tipo ideologico: si prende la propria impostazione etica come bene massimo, si tollera come male minore necessario un certo grado di inevitabile scostamento rispetto a quel parametro e, quando si ritiene di aver raggiunto un equilibrio, si rifiuta rigidamente qualsiasi mutamento. Questo modo di ragionare di tipo dottrinario, astorico, sconnesso da una lettura della concreta realtà sociale, non è accettabile (...).
Al di là della ovvia legittimità della libertà di coscienza individuale (...), l'appello all'astensionismo in questa occasione non appare accettabile ed anzi è contraddittorio (...). Non si può sostenere che le proprie posizioni sono ampiamente condivisibili a prescindere da appartenenze religiose o ideologiche e poi rinunciare a verificare nelle urne l'effettivo grado di condivisione nel corpo elettorale. Ma non si può soprattutto affermare che si tratti di questioni rilevantissime e fondare poi la propria strategia sull'ignoranza o il disinteresse altrui (...).
Il quesito sulla fecondazione eterologa è indubbiamente quello che pone i maggiori problemi etici perché coinvolge tematiche complesse relative al nascituro, alla paternità e alla maternità, al rapporto di coppia in cui viene ad inserirsi un donatore terzo (...). Su questo punto ci sono tra di noi valutazioni diverse, e ciascuno deciderà in modo personale come votare. Ma vorremmo che la discussione ripartisse da soluzioni terze, a cominciare da quella individuata dal disegno di legge Amato (accesso consentito in caso di sterilità o infertilità incurabile o di malattia trasmissibile per via genetica, da verificare da parte di una commissione medica pubblica) e alcune condizioni molto puntuali (come la gratuità della donazione).
Il quesito che elimina l'espressione relativa ai diritti del concepito, e che si sovrappone peraltro a quello sulla salute della donna, entra su un delicatissimo problema che la legge ha risolto in modo unilaterale e ideologico. Vi è certo un'esigenza di protezione dell'embrione, che avvertiamo in tutta la sua importanza, e più in generale di ogni forma di vita umana, che non può essere negata dentro quello che è un processo di umanizzazione in cui è difficile ricostruire oggettivamente dei salti qualitativi. Ma una scelta di mera equiparazione tra l'embrione e il nato, come quella prospettata dalla legge, rispecchia, ad oggi, solo una parte limitata dell'elaborazione religiosa, scientifica e filosofica. Per questo ci sembra convincente l'introduzione del concetto di "dignità umana", presente nella proposta di legge Amato. La nozione di dignità umana si riferisce alla possibilità e volontà di attribuire all'embrione, in quanto primo inizio della vita umana, cioè progetto di vita, un preciso valore etico, che è relativo alla sua specifica natura, e quindi non si oppone in modo assoluto ad ogni uso e manipolazione degli embrioni, ma richiede che ogni uso e manipolazione siano fatti solo per buoni motivi ed entro limiti certi e definiti (...).
Il quesito sulla salute della donna comporta invece dilemmi anch'essi seri, ma che ci appaiono decisamente minori: la legge 40, prevedendo l'obbligo di creare in vitro un numero massimo di tre embrioni per volta, da trasferire in un'unica soluzione in utero, non bilancia in modo adeguato la tutela dell'embrione con quella della donna, che è esposta in modo irragionevole e sproporzionato a rischi legati all'iperstimolazione ovarica o, al contrario, a gravidanze plurigemellari con gravi pericoli di malformazioni, nonché a un notevole stress fisico e psichico per l'allungamento dei tempi. Anche la proibizione di diagnosi preimpianto, pur nell'astrattamente condivisibile obiettivo di evitare selezioni eugenetiche, spinge poi all'aborto terapeutico, consentito dall'ordinamento, procurando quindi un male maggiore di quello che intende evitare. La scelta del Sì ci appare pertanto chiaramente preferibile.
Il quesito sulla ricerca scientifica pone il problema dell'utilizzo degli embrioni soprannumerari per affrontare alcuni gravi malattie che al momento non trovano cure adatte. Non è l'unica linea di ricerca perseguibile, ma il suo rifiuto aprioristico appare il frutto di una rigida scelta ideologica che concepisce in modo statico la tutela della vita. Quando gli embrioni risultino irreversibilmente condannati a un naturale deperimento, cosa che deve essere evitata il più possibile, la rinuncia aprioristica ad utilizzarli non salva la loro vita e nel contempo non aiuta la vita dei malati che ne riceverebbero beneficio. In modo analogo alle posizioni proibizioniste in materia di trapianti che vennero teorizzate e poi per fortuna abbandonate qualche decennio fa per la medesima visione statica della tutela della vita. Per questo la scelta del Sì ci appare qui doverosa.