Il tempo del confronto. Speriamo

I referendum su cui siamo ora chiamati a votare hanno - come quasi sempre accade in questo tipo di consultazioni - delle implicazioni politiche di grande rilevanza. La speranza è che si riesca invece a ragionare sui contenuti dei quesiti posti e che ci sia una larga partecipazione al voto.

Tra breve voteremo su quattro referendum per modificare alcune parti della legge 40 del 2004 sulla Procreazione medicalmente assistita (la Corte costituzionale non ha dichiarato ammissibile il quesito che ne chiedeva l'abrogazione totale); una consultazione che ci impegnerà su diversi piani: nel merito, sulla partecipazione, sul tipo di dibattito che si svilupperà e sugli "effetti collaterali" nei riguardi del quadro politico generale.

Cominciando da questo ultimo punto, penso che spetti ai politologi dire come un confronto su argomenti che toccano la vita, i sentimenti e i desideri delle persone, rischi di essere strumentalizzato per tornaconti politici. L'unica cosa che mi sento di dire è che un uso improprio e strumentale dell'esito dei referendum sarebbe offensivo per la sensibilità di tanta gente. Infatti, molte persone che vedono davanti a loro una via piuttosto che un'altra, non accetterebbero che la risposta ai loro problemi fosse condizionata da motivi di schieramento politico e di interesse elettorale.

La trasversalità, in questo caso, diviene perciò un fatto positivo. Una risposta "di genere" (intendo del genere femminile) potrebbe venire trasversalmente rispetto agli schieramenti politici ed essere istruttiva, pensando anche al domani. Infatti anche dopo i referendum, comunque essi vadano, avremo problemi per l'altro genere (quello maschile) che ha avuto in passato, e ha tuttora, la tendenza ad affrontare i temi attinenti alla sessualità dall'altana del potere patriarcale piuttosto che dal campo aperto dove emergono i bisogni ed i desideri delle persone.

Se quindi la materia dei referendum attiene strettamente alla vita e alle speranze della gente, ne consegue che il dibattito debba essere rispettoso e partecipato. Non sembra possa esserci spazio per la rissa e tanto meno per l'astensione.

Chi ha degli scrupoli sull'uso dell'embrione umano per la ricerca scientifica o pone limiti al successo di un procedimento di inseminazione artificiale (eterologa) non deve essere immediatamente e drasticamente considerato un retrivo ed un oscurantista. Ma non deve essere considerato un assassino chi invece questi scrupoli non li ha perché, rispetto alla vita biologicamente intesa nella sua fase incipiente, sente di dover dare la priorità alla vita nei suoi aspetti psicologici e relazionali.

Per approdare ad un dialogo pacato e rispettoso è giusto che il confronto avvenga e le urne non vengano disertate. In fin dei conti, abrogando alcuni articoli della legge che ai promotori del referendum sembrano repressivi e castranti, non si fa altro che mantenere vivo il confronto auspicando un chiarimento e promovendo dei miglioramenti, non solo palliativi, nella legge. Il problema della vita umana, nel suo inizio, nella sua collocazione nel mondo animale e nella sua dignità particolare dovuta alla mentazione (formazione autonoma della mente) non è, infatti, una cosa che ci toglieremo di dosso in poco tempo.

Andando a votare, si tiene aperto il problema e si evita l'impressione che l'astensione dal voto copra l'ostilità da parte di poteri ecclesiastici (quali la presidenza della Conferenza episcopale italiana) che influenzano il confronto politico dall'esterno, accontentandosi di insabbiare i discorsi e di cavalcare la grigia via del "minor male".

Il punto più delicato che resta da affrontare è circa il merito dei problemi sottoposti a interrogativo e che, secondo i promotori del referendum, non sono correttamente affrontati dalla legge 40 che, pertanto, dovrebbe essere, almeno parzialmente, abrogata.
Tale legge impone infatti inaccettabili restrizioni alla ricerca scientifica e ai protocolli di fecondazione assistita che vengono in soccorso di molti casi di sofferenza per mancanza di prole. Le obiezioni contro il cambiamento della legge vengono, per lo più, da parte di coloro che si ergono a difensori a oltranza della vita umana "fin dall'inizio".

Però, credo si debba rispondere, è filosoficamente erroneo parlare di inizio della vita umana dissociandola dall'inizio della vita degli altri animali. Aristotele definisce l'uomo animal rationale, un animale dotato di ragione, e questa definizione ce la davano per buona, cinquant'anni fa, alla Pontificia Università Gregoriana. Ma qual è il principio attivo che fa essere l'uomo, e perché no anche la donna e l'indio, razionale? Forse l'anima? Su questo oggi, anche da parte di molti credenti, si avanzano dubbi. È del tutto arbitrario, e lesivo perfino nei confronti degli esseri umani, separare il mondo animale - dotato di una grande e differenziata ricchezza di pulsioni accrescitive, di simpatie e di relazioni, fra animali della stessa specie o di altre specie, e spesso, notano alcuni, dotato di empatia, cioè di capacità di percepire ciò che avviene in un altro individuo, gioia o tristezza, piacere o dolore - separarlo, dico, dal mondo umano solo perché in questo è emersa la possibilità dell'astrazione, del linguaggio articolato e della strategia sociale. La specie umana è emersa in continuità con altre specie animali e, in una visione olistica, ha il suo senso proprio perché responsabile della propria dignità e di quella degli altri esseri viventi. Togliere all'umanità questo "seno" in cui è nata significa tagliare alla radice i vasi di comunicazione che la immergono nella Terra madre.

Miti illustri - come il mito della caverna di Platone; o la dottrina del dolce Marcione che, nel suo amore per l'uomo, lo volle considerare "straniero" e "gettato" in questo "mondo tutto posto nel maligno" - possono essere ancora oggetto di meditazione, ma comportano una scissione insanabile e, in fin dei conti, finiscono col concedere le attenuanti generiche alla specie umana, sempre chiamata ad una salvezza "altra", e col devastare la foresta, la montagna, i mari e quanto vive in questi.

Ritengo che, quando i nostri giovani ci gridano che "un altro mondo è possibile", a tutto pensano fuorché ad una scissione fra natura e specie umana e ad una salvezza dell'umanità che si concretizzi in una fuga dal mondo.
Nell'area del pensiero ecologista ed animalista è emerso, da tempo, il problema dei diritti degli animali e dei diritti della natura. Per uscire dall'antropocentrismo e vedere l'animale non semplicemente come mero "oggetto" o human context (ossia semplice contesto della vita umana), si è avanzata l'ipotesi che anche gli animali e la natura stessa fossero soggetto di diritto. Di fronte alle difficoltà inerenti alla enunciazione di diritti senza che vi sia un sistema perché questi siano autogestiti, alcuni pensatori, nell'area del femminismo ecologista e della teologia della liberazione, hanno indicato la via dell'interdipendenza e della collocazione olistica. Non siamo sopra la natura ma siamo natura che pensa e che riconosce la dignità e la positività di ogni essere.

Ponendosi in questo quadro rappresentativo emerge la necessità di trovare un altro criterio per rispettare in modo differenziato gli esseri viventi, dal momento che possedere o non possedere un'anima, destinata magari all'eternità, introduce una scissione violenta nel tutto (olis).
Un criterio che, in altre sedi, ho avanzato, può essere quello della capacità di sofferenza, e per sofferenza non intendo solo la sofferenza fisica, ma anche quella sociale. È noto che i delfini, ma pure gli elefanti e i primati e gli uccelli, soffrono anche socialmente e che la cura, in molte specie, oltrepassa il confine ben conosciuto della cura parentale per farsi grooming (cura per la pulizia e per il benessere) nel gruppo.

Nel creare una nuova visione nel rispetto dei viventi bisognerà tutelare rigorosamente i diritti acquisiti e quindi, nell'estendere la cura al mondo animale, non si possono calpestare i diritti umani già conosciuti ma, nell'estendere nell'olis i diritti al rispetto, anche al rispetto per l'embrione umano che comunque gli è dovuto in quanto fatto vitale in corso di sviluppo, bisognerà guardare alla capacità di sofferenza di ogni vivente. Però, a questo punto, non comprendo come persone che ammettono la caccia sportiva, la corrida e la vivisezione si agitino tanto per lo scongelamento o l'uso scientifico dell'embrione umano che, allorché perisce, almeno nei primi quattordici giorni, quando ancora non vi è traccia di sistema nervoso, non è soggetto a sofferenza. Forse perché ha un'anima spirituale?

Giovanni Franzoni