La fatica della democrazia

La guerra in Iraq ha sollevato un vento democratico che soffia in tutta la regione? Qualcosa si muove in Libano, in Egitto, in Palestina… "Dopo la guerra, a causa della guerra", dicono i neocons americani e i loro sostenitori europei. Ma è una interpretazione ideologica e semplicistica. La democrazia non è una conquista, è un processo difficile e complesso. Purtroppo, in questa regione, ancora incompiuto.

Ancora una volta si discute di fini e di mezzi. Il fine "buono" - ad esempio la democratizzazione di un paese che vive sotto una dittatura - ammette ed anzi richiede mezzi che a qualcuno potranno anche apparire "cattivi": la guerra, i bombardamenti sulle popolazioni civili, l'occupazione militare. E chi sostiene questa tesi contrappone la "temporaneità" del "mezzo" - talvolta doloroso - alla durevolezza del fine, buono e positivo. Nulla di nuovo sotto il sole ma negli ultimi mesi - quando ancora trepidavamo per la sorte di Giuliana Sgrena sognando un esito assai più felice della trattativa condotta per la sua liberazione - alcune notizie provenienti dal mondo arabo hanno ridato vigore a questo antico ritornello: innanzitutto l'annuncio che nelle prossime elezioni politiche in Egitto - paese dove vige lo stato di emergenza dal 1981 - ci sarà una "vera" competizione politica e non una semplice quanto propagandistica conferma del raìs. In effetti proprio il presidente Mubarak - in carica dal 1981, vicepresidente dal 1975 - ha annunciato l'introduzione di una serie di riforme costituzionali che consentiranno a più candidati di concorrere alla posizione di vertice di un paese geopoliticamente strategico come l'Egitto.

E poi, altra notizia davvero clamorosa, il fatto che alcune manifestazioni popolari in Libano hanno sollecitato i siriani ad abbandonare quanto prima il paese. Prima ancora di quando il giovane Bashar Al Assad sembra disposto a concedere.

L'idea che è stata rilanciata è che in tutto il Medio oriente - dalle sabbie dell'Iraq alle sponde del Nilo, dagli uliveti di Palestina ai cedri del Libano - siamo di fronte ad una grande novità politica: soffia forte il vento della democrazia.

Ma la tesi, purtroppo già fragile di suo, è resa ancora meno consistente dal corollario con la quale viene proposta: quelli di fronte a noi sono tutti frutti dell'intervento militare in Iraq, conseguenze buone di un'azione certamente dura e violenta come ogni guerra deve essere, e tuttavia necessaria. La guerra come un chirurgo sapiente e coscienzioso, che per guarire il suo paziente sa di doverlo sottoporre a un'amputazione. Dolorosa ma necessaria. "Dopo la guerra, grazie alla guerra", sembrano dire gli apologeti di questa lettura della situazione mediorientale. A noi pare che le cose siano, purtroppo assai più complicate. In Libano non c'è solo il vento della democrazia espressa dalla società civile scesa in Piazza dei Martiri a Beirut; c'è anche, violento e prepotente, quello di una teocrazia filosiriana e filoiraniana che ha portato in piazza un milione di persone. Chi dice che in Libano "sono nate" forze democratiche dimentica che tra il 1958 ed il 1975, quando scoppiò una drammatica guerra civile, il Libano ha costituito un "esperimento" democratico tra i più rilevanti di tutta l'area. Oggi la società civile di questo piccolo quanto rilevante paese sente che la "pax siriana" ha esaurito la sua funzione: è servita a stabilizzare la situazione di un paese che, anche grazie agli interventi esterni, si stava letteralmente autodistruggendo. Ma quella stessa "pace" garantita dalle truppe siriane oggi è il più grave ostacolo alla modernizzazione ed allo sviluppo del paese. La guerra in Iraq c'entra ben poco. Forse c'entrano di più gli spiragli di pace tra israeliani e palestinesi. E comunque è un processo aperto e delicato sui cui esiti occorre essere molto prudenti.

Quanto all'Egitto, ogni osservatore serio e rigoroso dovrebbe sospendere il giudizio: prima di benedire un ipotetico "new deal" egiziano occorre vedere le carte, verificare la consistenza delle promesse di Hosni Mubarak: quando Gorbaciov avviò la sua perestrojka finì per perdere il potere. Che Mubarak abbia la stessa disponibilità è tutto (ma proprio tutto) da verificare. E potremo farlo solo dopo le elezioni di settembre, valutando come è andata la campagna elettorale e quali risultati ha prodotto. Insomma prudenza, moderazione. Soprattutto nessun trionfalismo sul vento impetuoso della democrazia sollevato dalle bombe sull'Iraq.

Per i neocons americani e i loro emotivi emulatori di ogni dove, la democrazia è un fine, un traguardo che si raggiunge dopo una faticosa corsa. Gli scenari mediorientali e nordafricani ci dicono che la democrazia, invece, è un processo da costruire e consolidare ogni giorno. È la sua difficoltà, ma anche la sua grande, massima forza.

Paolo Naso