Israele-Palestina: quale pace possibile

L'annunciato ritiro - entro il 2005 - dei coloni israeliani dalla Striscia di Gaza rappresenta un passo verso la pace. Purché esso sia un "primo" passo al quale ne seguano gli altri necessari per giungere ad una pace giusta che porti alla creazione di un vero e non amputato Stato di Palestina, che conviva con Israele. Il contesto - dal Libano alla Siria - che apre speranze di pace ma, anche, conferma venti di guerra in Medio Oriente.

Importanti eventi stanno accadendo in Israele, nei Territori palestinesi, e nei rapporti tra le due Parti: alcuni di essi fanno sperare che si rischiari l'orizzonte e si avvicini la pace, altri invece sembrano forieri di altre tragedie. Il tutto situato nel più ampio quadro mediorientale, che va dall'Iraq all'Iran, dall'Arabia saudita alla Siria, dall'Egitto alla Giordania.

In un "vertice" a Sharm el Sheikh, presenti il presidente egiziano Mubarak e il re giordano Abdallah, l'8 febbraio il premier israeliano Ariel Sharon e il presidente palestinese Abu Mazen hanno in sostanza dichiarato un cessate-il-fuoco. Il governo israeliano (di unità nazionale, con l'entrata in esso del fin qui maggior partito di opposizione, quello laburista, capitanato da Shimon Peres), il 20 febbraio ha poi confermato che entro l'anno tutti i 21 insediamenti della Striscia di Gaza saranno abbandonati; gli 8.000 coloni potranno ritirarsi spontaneamente entro il 20 luglio, e dopo tale data vi saranno costretti. Inoltre, saranno abbandonati anche quattro piccoli insediamenti, con 400 abitanti, situati nel nord della Cisgiordania (West bank).

Ancora, il governo ha deciso di "spostare" più verso ovest il muro di separazione tra Israele e la West bank che Sharon sta facendo costruire dal 2002. Attualmente il muro (ne sono stati costruiti circa 150 chilometri, meno di un quarto della lunghezza complessiva finora prevista) in vari punti si addentra per oltre venti chilometri in territorio cisgiordano, e cioè al di là della linea di confine armistiziale del 1949 tra Israele e la West bank, così portando via terra su terra ai palestinesi. Ma il Tribunale internazionale dell'Aia il 9 luglio scorso aveva stabilito: "La costruzione del muro che Israele, la potenza occupante, sta compiendo nei Territori palestinesi occupati, inclusi quelli in e attorno a Gerusalemme-Est, è contraria al Diritto internazionale"; e dunque Israele deve cessare la costruzione del muro e smantellare la parte già costruita.

Dal canto suo, Abu Mazen ha cercato di convincere il movimento di resistenza islamica Hamas ad accettare il patto di Sharm el Sheikh, ricevendo una risposta non del tutto negativa, sempre che anche Israele avesse rispettato la tregua. Ma il 26 febbraio un kamikaze a Tel Aviv ha provocato quattro morti e decine di feriti. Chi il mandante? Abu Mazen ha puntato il dito contro "terzi" (gli Hezbollah libanesi?) ed assicurato che farà di tutto per prendere i palestinesi che aiutano i "sabotatori della pace". Più esplicito il ministro israeliano della difesa, Shaul Mofaz: "Disponiamo di prove che legano direttamente la Siria all'attentato". Già il 14 febbraio, quando a Beirut un'autobomba aveva sfracellato l'ex premier libanese Rafiq Hariri, il governo israeliano, con la Casa bianca, come mandante avevano indicato il regime siriano guidato da Bashar al-Assad, che aveva respinto l'accusa. Comunque Bush, i sauditi (novità!) e, a Beirut, imponenti manifestazioni di piazza - sunniti e cattolici maroniti in primis - reclamavano dalla Siria l'attuazione della risoluzione 1559 con cui il Consiglio di Sicurezza dell'Onu il 2 settembre 2004 aveva chiesto a Damasco di ritirare totalmente dal Libano le sue truppe (14.000 soldati, oggi). Assad si era detto disponibile, per ora, a far arretrare i suoi soldati dal litorale alla valle della Bekaa, ad est del paese. Come risposta, gli Hezbollah - gli sciiti guidati da Hassan Nasrallah - l'8 marzo sono riusciti a portare in piazza, a Beirut, un milione di persone per gridare il loro "no" agli Usa, e per invitare la Siria a ignorare la 1559, visto che da decenni Israele non ottempera alle risoluzioni 242 e 338 del Consiglio di Sicurezza, che prevedono il suo ritiro dal Golan siriano conquistato nella Guerra dei sei giorni del 1967.

Per tornare a Israele/Palestina, l'annunciato smantellamento degli insediamenti di Gaza - contestatissimo dai coloni, che considerano Sharon "traditore", in quanto si era fatto eleggere proprio per garantirli - è un passo grande verso la pace, a patto che esso sia un primo passo verso il ritiro anche da tutta la Cisgiordania. Che se, invece, esso fosse l'unico passo che Sharon è disposto a fare (salvo magari la "cessione" di qualche ulteriore scampolo di Cisgiordania), non la pace, ma la guerra sarebbe l'orizzonte che si apre. Da parte sua, Abu Mazen dovrà essere inflessibile nello smantellare i gruppi paramilitari, per far sì che solo all'Autorità palestinese competa la risposta alla politica del governo d'Israele.

Comunque, Sharon non ha preso parte, il primo marzo, alla Conferenza organizzata a Londra da Blair, presenti, oltre ad Abu Mazen, il segretario di stato statunitense Condoleeza Rice e il segretario generale dell'Onu Kofi Annan, e Javier Solana, responsabile della politica estera dell'Ue. E, cioè, i rappresentanti del Quartetto (Usa, Onu, Russia, Ue) che nel 2002 hanno lanciato la Road map per portare Israele e l'Olp alla pace.

Il principio "Due popoli, due Stati", egualmente garantiti, può essere attuato, ma ciò richiede… passi da gigante: la piena accettazione reciproca, con la fine di ogni tipo di terrorismo; il ritiro sostanziale di Israele nei confini del '67; l'abbandono di tutti gli insediamenti in territorio palestinese; Gerusalemme città condivisa, capitale d'Israele e della Palestina; una soluzione equa per i profughi; una giusta spartizione delle acque. Speriamo che i segni di primavera che si intravvedono a Gerusalemme e dintorni non siano distrutti da un improvviso inverno.

David Gabrielli