Senza memoria, senza vergogna

Coerentemente con l'ondata di revisionismo storico ormai trionfante, il Senato ha iniziato la discussione sulla proposta di riconoscere la qualifica di militari belligeranti ai "repubblichini" di Salò. Questo alla vigilia del 25 aprile 2005, sessantesimo (e ultimo?) anniversario della Liberazione.

Alla fine, ci siamo arrivati. Dopo più o meno dieci anni di sottile, ma neppure tanto, propaganda revisionista (questa sì "uso politico della storia"), si mette in calendario per i lavori del Senato il "riconoscimento della qualifica di militari belligeranti a quanti prestarono servizio militare dal 1943 al 1945 nell'esercito della Repubblica sociale italiana (Rsi)".

La formula anodina, tipica del "decretese" che rende talvolta poco comprensibili ai profani i testi di leggi e provvedimenti che dovrebbero, invece, essere chiari e comprensibili a tutti, nasconde un messaggio pesante e che si presta a più livelli di lettura.

Cosa vuol dire "militari belligeranti"? Vuol dire che i militi della Repubblica di Salò (anche la Brigata Muti, anche la X MAS) furono soldati dell'esercito di uno Stato legittimo, riconoscibile e, con questo provvedimento, per la prima volta riconosciuto. Non più, dunque, secondo l'interpretazione giuridica prevalsa a partire dalla nascita della Repubblica (e, va ricordato, prima ancora accolta dagli Alleati liberatori e valida in sede di trattati di pace, a garanzia di un miglior trattamento per l'ex nemico italiano), i difensori di una ribellione eversiva contro il legittimo governo insediato a Brindisi e quindi i traditori di una patria che solo e soltanto a Brindisi viveva la sua continuità istituzionale. Nel luglio 1943, dopo il bombardamenti di San Lorenzo, il popolo romano gridava "pace, pace", insieme al resto degli italiani. La monarchia trattò l'armistizio, accettando tardivamente la realtà di un paese in ginocchio, che aveva già accolto, in Sicilia, gli Alleati come liberatori. Per i fascisti, fu questo estremo e tardivo riconoscimento delle vere necessità e dei veri sentimenti degli italiani ad essere un tradimento. Più leali all'alleato germanico che al destino dell'Italia, scelsero di stare al fianco del primo, collaborando in buona parte del paese agli orrori dell'occupazione nazista.

Se il provvedimento in discussione avesse corso, paradossalmente, l'intera posizione dell'Italia all'indomani del 25 aprile 1945 andrebbe riconsiderata, le potenze allora Alleate dovrebbero rivedere le loro condizioni, alla luce della nuova realtà che vede una parte dell'Italia rappresentata da un governo che si è macchiato di crimini di guerra e di crimini contro l'umanità (non dimentichiamo l'attiva e documentata partecipazione dei repubblichini agli arresti e ai rastrellamenti degli ebrei, per tacere delle nefandezze perpetrate nel corso della repressione anti-partigiana).

E, poi, che fare delle tristemente famose bande fasciste che, all'interno della Repubblica di Salò, affiancarono i "regolari", compiendo tali e tante efferatezze da meritarsi talvolta la riprovazione degli stessi nazisti? Koch, Carità, Bardi e Pollastrini, pur non inquadrati nei reparti "ufficiali", li affiancavano apertamente e operavano apertamente con loro, come scopre chiunque abbia voglia, ad esempio, di cercare nelle carte dell'Archivio Centrale dello Stato. Non sarebbe, a questo punto, affatto incredibile dare anche ai loro componenti un riconoscimento, dopo che la Repubblica italiana li ha giustamente processati.

Non sarebbe la prima volta che la stupidità e la criminalità dei fascisti danneggiano l'intero paese, per il solo tornaconto personale, oggi forse rappresentato dalle pensioni di guerra alle quali i "reduci" ed eventuali eredi potrebbero aspirare. C'è da rallegrarsi che, in questo caso, ad essere danneggiata sarebbe solo l'immagine dell'Italia e non le persone fisiche dei suoi abitanti, il suo territorio, le sue risorse economiche, i suoi monumenti, le sue case, le sue campagne, le sue strade e piazze, come sessanta e più anni fa.

Ma qui siamo di fronte al paradosso giuridico e legislativo: le conseguenze sul piano della memoria collettiva e, perfino, del buon senso comune, sarebbero ancora più devastanti.

Nella memoria del nostro paese cesserebbe ogni distinzione fra il bene e il male: raramente, per non dire mai, nella storia, accade di trovare una distinzione così netta come nelle vicende della II guerra mondiale. Il mondo si divise, allora, fra uccisori, invasori, torturatori, persecutori di uomini, donne e bambini, autori di stragi e rappresaglie e loro complici da una parte, gente per bene, soccorritori, persone che lottavano per il diritto alla vita di ciascuno, alla parola, alla libertà di fede e di opinione, dall'altra. Ben poco conta, rispetto a questo, che nei due schieramenti potessero esserci singole pecore "bianche" o "nere". La distinzione fu ed è fra una idea del mondo morale, prima che politica, e la sua negazione. Per questo la Resistenza raccolse gente tanto diversa, che poi tornò a dividersi, passata l'emergenza.

Se questo provvedimento fosse approvato, manderemmo a dire ai nostri figli, ai nipoti, al mondo, che ci si può schierare a fianco dei massacratori, che si può sparare con loro ed essere uguali alle vittime e a quelli che le vittime le difendono e cercano di salvarle.

Anzi, si può essere più uguali di loro, dal momento che, per esempio, rispetto agli internati militari italiani - quelli, cioè, che allora non tradirono il giuramento di fedeltà fatto al sovrano italiano e affrontarono il campo di concentramento nazista - siamo ben lontani dalla giusta considerazione. Per non parlare dei lavoratori italiani deportati in Germania, con la complicità degli aspiranti "militari combattenti", ancora oggi privi di qualsiasi indennizzo.

Ma non basta: passerebbe anche il discorso che, in fondo, di fronte ad un cambiamento politico attuato in modo formalmente legittimo per la cornice istituzionale del tempo (Mussolini messo in minoranza nel Gran consiglio, ordine di arresto da parte del re e incarico a Badoglio), che però non piace, non solo è corretto e possibile proclamare la secessione, ma anche prendere le armi contro quel che resta del proprio paese e contro chi - nel territorio staccato - non è d'accordo, per poi finire sessanta anni dopo la propria sconfitta politica, militare e storica, adeguatamente ricompensati. Davvero una grande lezione per le future generazioni, tale da assicurarci cittadini leali per i secoli a venire.

I fascisti della Repubblica di Salò hanno già avuto il loro premio, a quanto è dato vedere oggi, largamente immeritato: l'amnistia voluta dal comunista Togliatti. Non solo, ma la Repubblica nata dalla Resistenza è stata tanto umana e generosa da garantire ai mutilati ed invalidi - nonché ai congiunti dei caduti - "appartenenti alle forze armate della sedicente Repubblica sociale italiana" [il corsivo è mio] sostegno economico (Legge 5 gennaio 1955, n.14 e Legge 24 novembre 1961, n.1298). Non c'è bisogno di un'altra "pacificazione". Oggi sono anziani e, come tali, vanno trattati civilmente ed educatamente. Ma il riconoscimento di un merito è tutta un'altra cosa ed il richiederlo è segno del fatto che non si è capito nulla dei propri terribili errori.

La canizie, insegna Manzoni, può talvolta essere "vituperosa".
Veniamo tutti da un momento di grande commozione per la tragica morte di Nicola Calipari: "un servitore dello Stato", come da più parti è stato definito, leale e pronto al dono di sé per non venir meno al suo dovere e proteggere la vita di una estranea che il caso gli aveva affidato. Evitiamo di premiare il comportamento opposto.

Micaela Procaccia