Dopo l'approvazione della legge che vieta l'ostentazione dei simboli religiosi nelle scuole pubbliche, in Francia continua il dibattito sulla laicità. Nostra intervista al sociologo protestante Baubérot, l'unico tra i membri della commissione preparatoria della legge a dissentire su tale divieto.
Il 10 febbraio scorso l'Assemblea nazionale francese ha accolto a stragrande maggioranza la proposta di legge sul divieto dei simboli religiosi eccessivamente ostentati nelle scuole pubbliche. Sul dibattito in atto oltralpe abbiamo chiesto un commento al professor Jean Baubérot, sociologo protestante e uno dei massimi esperti europei di laicità. Baubérot - che è titolare della cattedra di Storia e sociologia della laicità presso l'Ecole pratique des hautes études della Sorbona di Parigi di cui è anche presidente onorario - è stato membro della Commissione Stasi, voluta dal presidente Chirac, che lo scorso dicembre ha redatto il Rapporto sull'applicazione del principio della laicità, che ha dato di fatto il via al discusso disegno di legge. Al voto finale in Commissione, Baubérot - che tuttavia sottoscrive lo spirito generale del rapporto - è stato l'unico tra i 20 membri ad astenersi nella parte che riguardava nello specifico la proposta del divieto dei segni religiosi nelle scuole pubbliche.
Con questa nuova legge è l'uso stesso di alcuni simboli religiosi che viene considerato come nocivo per il mantenimento dell'ordine nelle scuole. In particolar modo è stato messo sotto tiro il velo islamico, ma anche la kippà e le croci di proporzioni esagerate. Naturalmente a scuola di queste grandi croci non ce ne sono, ma serviva creare uno pseudo-equilibrio tra le grandi confessioni. È chiaro che con questa legge in primo luogo si punta il dito sulle minoranze religiose, e tra queste prima di tutto sull'islam.
Bisogna dire che gli ebrei hanno in Francia delle scuole private sovvenzionate dallo Stato, mentre non ne esistono di musulmane. I problemi di kippà nelle scuole pubbliche sono di fatto molto rari, perché per chi vuole andare a scuola con la kippà ci sono le scuole ebraiche. Non essendoci scuole musulmane riconosciute dallo Stato, le giovani ragazze che vogliano indossare il velo non hanno altra scelta che iscriversi nelle strutture pubbliche.
Penso che lo Stato laico oltrepassi la sua funzione nell'obbligare queste giovani donne a togliersi il velo quando la scelta di indossarlo appartiene a loro. Capisco che si debba intervenire in caso di imposizione del velo, ma facendo ricorso ad altri mezzi come l'assistente sociale, o prendendo contatto con i genitori della ragazza. Mettiamo pure che il foulard sia nocivo al mantenimento dell'ordine nelle scuole, trovo che sia un fatto grave non permettere a queste ragazze di avere un'istruzione: è il miglior modo per spingerle tra le braccia degli estremisti. La "descolarizzazione" delle ragazze musulmane non va incoraggiata: è un non-senso rispetto agli scopi che la legge si prefigge. Descolarizzandole, l'unica istruzione che avranno sarà un'istruzione di impronta islamista, perché questo sarà il tessuto sociale che le prenderà a carico. L'applicazione di questa legge rischia di aumentare le tensioni sociali invece di diminuirle.
Durante il dibattito svoltosi in Francia si è parlato in modo ossessivo del velo, mentre non si è approfondito seriamente il tema della laicità. Questo si è verificato anche nel corso dei lavori della Commissione Stasi. Anche se la Commissione era stata istituita per ragionare sull'applicazione del principio della laicità, alla fine dei lavori è stato detto che, in fondo, non si era dibattuto sulla laicità, bensì sull'uguaglianza tra i sessi. Infatti, all'interno della Commissione si avvertiva una sorta di ricatto morale per cui se si era favorevoli all'uguaglianza tra i sessi, non si poteva essere contrari al divieto dei simboli religiosi nelle scuole.
È questo cortocircuito tra il dibattito sulla laicità e il dibattito sull'uguaglianza tra i sessi che ha falsato tutto. Se si voleva porre il problema in termini di uguaglianza tra i sessi, allora andava istituita una Commissione su questo argomento per mettere sul tappeto tutti i problemi connessi a questo tema, che sono senz'altro numerosi. Non esistono solo nella comunità musulmana, anche se quest'ultima effettivamente, più di altre, ha tanto da rivedere a questo proposito.
Comunque, per quanto riguarda i rapporti tra uomini e donne nell'islam nostrano, le derive maschiliste non ci stupiscono più di tanto; in tante religioni esiste la diffidenza nei confronti delle donne. Sta di fatto che da noi le giovani donne musulmane stanno attraversando un processo di emancipazione: statisticamente si sposano più tardi delle loro madri - anche se esiste ancora il fenomeno dei matrimoni prestabiliti - studiano molto più a lungo, entrano molto più frequentemente nel mercato del lavoro e hanno meno figli. Ecco riuniti tutti gli ingredienti che sono stati i fattori sociologici dell'emancipazione femminile del secolo scorso. In Europa all'inizio del XX secolo, quando si fecero strada i primi tentativi di emancipazione delle donne, in concomitanza si produsse una incredibile impennata delle idee sessiste e maschiliste degli uomini. Tutte le spiegazioni per dimostrare la subordinazione della donna rispetto all'uomo erano buone. L'emancipazione femminile è da sempre stata accompagnata da discorsi di tipo maschilista e da tentativi di controllo sulle donne; in fondo gli uomini musulmani ragionano come tutti gli altri uomini. Non ci stupisce più di tanto. E come è successo nel passato per i cristiani, gli uomini musulmani trovano i loro alibi nella propria religione.
Personalmente conosco delle giovani donne velate che lottano su due fronti: da una parte lottano contro il machismo musulmano, dall'altro contro la società occidentale che le respinge perché portano un velo e sono quindi automaticamente considerate come integraliste. È necessario andare oltre ed approfondire. Non fermarsi alle apparenze.
Sono due gli aspetti che si intrecciano: uno è abbastanza classico nella storia delle migrazioni. La prima generazione dei migranti vuole assimilarsi rendendosi più invisibile e silenziosa possibile, perché non si sente membro del paese che li ospita. Quelli della seconda generazione, e ancor più della terza, si sentono cittadini di questo paese a tutti gli effetti, ma desiderano ritrovare la propria differenza o specificità.
L'altro aspetto si ricollega ad un fenomeno specifico della modernità occidentale di oggi che è la globalizzazione. Un secolo fa, quando si emigrava, si era totalmente tagliati fuori dalle origini e bisognava integrarsi nel luogo preciso in cui ci si era trasferiti. Oggi, con i mezzi di comunicazione di massa, si può benissimo ignorare quel che fa il vicino di casa, ma essere in relazione con qualcuno che sta a migliaia di chilometri di distanza: lo si vede via cavo, con la Tv, con i dvd che vengono diffusi un po' ovunque in tutto il mondo. La globalizzazione porta con sé una de-localizzazione della vita quotidiana dell'individuo. Succede non solo per i musulmani, basti pensare ad esempio al protestantesimo di stampo "evangelical". So di una comunità francese che è in contatto con un predicatore coreano, ad esempio.
La globalizzazione, creando una sorta di "uniformazione", genera a sua volta il desiderio di ri-identificarsi in modo specifico, contro ogni uniformazione. I marcatori di identità possono essere molteplici, specialmente presso gli adolescenti. Non dimentichiamo poi che l'identità è anche il modo in cui si viene identificati: è anche lo sguardo dell'altro.
Sta di fatto che questa legge nasconde altri problemi, comuni tra l'altro a quasi tutti i paesi europei, come quello della mancata integrazione di una grossa fetta della popolazione, i problemi legati all'occupazione e all'alloggio. Ma non è con questa legge che si risolveranno i problemi dell'integrazione o del gap sociale che continua a sussistere in Francia. Al giovane francese dal nome arabeggiante questa legge non risolverà i problemi legati alla casa e al lavoro. Va detto che queste discriminazioni esistono.
Se non si è ancora affrontata direttamente la questione dell'islam nei paesi occidentali è per timore di non essere "politically correct". Ma è meglio trattare i problemi prendendoli di petto, invece che girarci intorno, schivandoli. Penso che sarà a livello europeo che si risolveranno le cose. Quello che va favorito è l'emergere di un islam europeo che reinterpreti e rielabori un certo numero di testi del Corano e della tradizione musulmana in funzione della situazione un po' inedita nella quale si trovano i musulmani in Europa, cioè della loro presenza in paesi dove sono minoritari. Le religioni si trasformano attraverso un aggiornamento interno e non tramite una sorta di repressione esterna, che al contrario mette solo tensione rendendo il conflitto più difficile. Bisogna lavorare in un modo più dolce, più dialogante, senza forzature, solo così si può sperare in una nascita di un islam europeo minoritario, che potrà rinnovare l'islam nella sua interezza, invitandolo a porsi delle domande nuove.
Certo, la situazione internazionale è molto problematica e non favorisce questa evoluzione in positivo, basta vedere le sconfitte dei processi di pace in Medio oriente. Si spera che queste difficoltà non saranno eterne. Intanto so per certo che questo tipo di lavoro, seppure tra le difficoltà, sta muovendo i primi passi.
(intervista a cura di Gaëlle Courtens)