L'informazione, se è veramente libera, è necessariamente scomoda per il potere. Sempre e ovunque. Ma in Italia viviamo un momento particolarmente difficile, dovuto anche all'anomalia del conflitto di interessi di Berlusconi. Intervista al segretario generale della Federazione nazionale della stampa italiana.
Assistiamo all'aggravamento ulteriore di una situazione che comunque è sempre stata difficile. Se guardiamo alla storia italiana, dal dopoguerra in avanti, spesso è stato faticoso difendere spazi di critica, di inchiesta o di denuncia. Ma più in generale si può dire che una libera informazione difficilmente gode del favore e dell'amicizia dei poteri, perché tende a scoprire gli altarini, a raccontare la realtà. E la realtà spesso è scomoda, a destra quanto a sinistra. In tutti i paesi, i poteri (politici, economici e sociali) tendono a reagire alle notizie scomode tentando di comprimere la libertà e di orientare l'informazione in una direzione a loro favorevole.
Certamente la situazione di oggi è totalmente diversa rispetto al passato: l'informazione vive il più alto grado di concentrazione nella storia del nostro paese. Abbiamo un editore di televisioni private che come capo del governo controlla, direttamente o meno, anche la televisione di Stato; e abbiamo quattro-cinque grandi gruppi editoriali che controllano l'80% della carta stampata. La televisione poi sta schiacciando i giornali. Gli investitori pubblicitari preferiscono il mezzo televisivo, Rai e Mediaset hanno da tempo sforato i tetti pubblicitari (20% per la prima e 30% per la seconda). Il rapporto della Federazione italiana editori giornali registra un forte calo della pubblicità su quotidiani e periodici: siamo scesi al 34% dell'intera pubblicità italiana.
In Europa e nel mondo si sta rafforzando il tentativo di ridurre gli spazi del giornalismo di inchiesta, di imbavagliare l'informazione scomoda, guardiamo al caso della Bbc in Gran Bretagna...
E infatti io sono assolutamente convinto che la situazione italiana sia peggiore di quella britannica. Anche se, quando lo dico, mi si rimprovera di parlare sempre di Berlusconi... però, ripeto, il problema non è solo italiano. Prendiamo l'esempio della guerra in Iraq. Abbiamo assistito a fenomeni del tutto nuovi, come quello dell'arruolamento di giornalisti nell'esercito. Un arruolamento formale e sostanziale. Siamo di fronte a un caso di censura totalmente preventiva: ti do la possibilità di seguire l'esercito, di essere in prima linea, però solo se tu ti impegni a dare certe notizie e a non darne altre.
Ma le pressioni e le intimidazioni si manifestano anche in tanti altri modi. Guardiamo al segreto istruttorio. Un'indagine di una procura della Repubblica su temi di terrorismo o di mafia dovrebbe essere rigorosamente riservata. Quando noi giornalisti riveliamo notizie segrete, talvolta mettiamo a rischio queste indagini: ma questo è il nostro mestiere. Spetta alla procura il compito di garantire la riservatezza. Invece va sempre a finire che l'unico vero responsabile diventa il giornalista. E di qui il meccanismo delle querele, delle sanzioni pecuniarie e penali: un fenomeno che negli ultimi anni è aumentato notevolmente. Il nostro lavoro è diventato sempre più difficile. I cronisti giudiziari e di nera denunciano il fatto che sia la magistratura sia le forze di polizia stringono sempre più il cordone dell'informazione. Oggi lo sviluppo di uffici stampa e pubbliche relazioni di ogni piccola struttura informativa, e l'obbligo di prelevare le notizie solo attraverso quella fonte, tagliano le altre fonti e rendono sempre più difficile raccontare la realtà. Ma per fortuna ci sono anche esempi positivi: tanti colleghi che si battono per un'informazione trasparente su temi scomodi e difficili. Pensiamo, per esempio, alla comunicazione sociale: fare delle inchieste sull'inquinamento elettromagnetico, o magari raccontare come vivono i clochard che dormono alla stazione Termini, è un modo coraggioso di fare informazione. Qualcuno con la schiena dritta c'è. E ce ne sarebbero anche di più, se non ci fosse all'interno di alcune redazioni un tentativo di soffocare la libertà.
Quando si prevede che la Rai abbia un consiglio di amministrazione il cui presidente è indicato dal Ministero dell'Economia e che il governo possa nominare (con il consenso del parlamento) più del 50% dei membri del cda, evidentemente si sceglie una strada assolutamente alternativa a quella di una democratizzazione del controllo del servizio pubblico. Oggi due telegiornali Rai su tre hanno una voce sola, finiscono per riportare un'unica tesi. E chi la pensa in maniera diversa non ha diritto di parola.
(intervista a cura di Adriano Gizzi)