Dopo il "proclama bulgaro" - con cui il presidente del Consiglio ha dato l'ordine di cacciare via Biagi, Santoro e Luttazzi dalla Rai - i casi di censura televisiva si sono susseguiti con una frequenza impressionante. E anche la carta stampata non se la passa bene: pressioni e intimidazioni sono all'ordine del giorno.
"L'Italia è al cinquantatreesimo posto nella classifica mondiale della libertà di stampa. L'avete mai sentito dire in televisione o al telegiornale? No? Appunto!". Era una delle battute che meglio coglievano nel segno tra le tante pronunciate da Sabina Guzzanti il 16 novembre 2003, su Rai Tre, nel corso della prima puntata di "RaiOt". Prima e ultima, come è noto, perché quella trasmissione fu subito sospesa e poi chiusa.
La classifica in questione è quella stilata da Reporters sans frontières (Rsf), un'organizzazione internazionale che si occupa di denunciare i casi di giornalisti minacciati, incarcerati o assassinati. Casomai a qualcuno venisse il sospetto che si tratti dei "soliti comunisti", può essere utile notare che Cina, Corea del nord e Cuba sono - meritatamente - agli ultimissimi posti della classifica.
"Il conflitto di interessi di Berlusconi, allo stesso tempo capo dell'esecutivo e proprietario di un impero mediatico - si legge nel rapporto di Rsf - non è ancora risolto. Inoltre un progetto di legge sulla riforma del sistema audiovisivo [la legge Gasparri], tagliato su misura per gli interessi del premier, rischia di aggravare le minacce che pesano sul pluralismo dell'informazione in Italia".
Biagi, Santoro e Luttazzi: i primi della lista
Ma il caso "RaiOt" fa parte di una lunga lista di censure clamorose. Tutto è cominciato due anni fa, nell'aprile del 2002, con quello che ormai viene ricordato come il "proclama bulgaro" di Berlusconi. Da Sofia, dove si trovava in visita, il presidente del Consiglio ha parlato così ai giornalisti che lo ascoltavano attoniti: "Enzo Biagi, Michele Santoro e Daniele Luttazzi hanno fatto un uso criminoso della televisione pubblica: credo sia un preciso dovere della nuova dirigenza Rai di non permettere più che questo avvenga". Detto fatto. Tutti e tre sono stati immediatamente cacciati. La censura non si è limitata a colpire le trasmissioni condotte dai giornalisti Biagi e Santoro e lo spettacolo del comico Luttazzi (che non hanno ottenuto la conferma per la stagione televisiva successiva), ma ha prodotto una vera e propria ostracizzazione mediatica.
"Il fatto" faceva un ottimo ascolto e - particolare non trascurabile - il suo conduttore è considerato unanimemente uno dei più grandi giornalisti italiani. Chiudere una trasmissione con queste credenziali è, sia sotto il profilo giornalistico che dal punto di vista puramente "economico", un'assurdità difficilmente giustificabile. Ma ciò che un giorno probabilmente verrà visto come una pagina nera della storia del nostro paese è che da allora Enzo Biagi non è potuto mai più comparire in televisione. Al conduttore Paolo Bonolis, lo scorso autunno, era venuto in mente di invitarlo a "Domenica in", ma ha dovuto subito rinunciare di fronte a pressioni fortissime. Intervistato dal-l'Espresso, Bonolis ha detto di essere un elettore di Forza Italia "pentito", deluso anche da episodi gravi come questo. Ma il desiderio di continuare a lavorare ha prevalso e ben presto il conduttore si è rimangiato tutto. E il 15 marzo scorso è iniziata la nuova striscia serale di Rai Uno ("Batti e ribatti") che ha la stessa collocazione oraria de "Il fatto". Il conduttore, Pierluigi Battista, aveva pensato di invitare proprio Biagi. Ma ancora una volta, puntuale, è arrivato l'altolà (spontaneo?) del direttore generale Flavio Cattaneo.
Per quanto riguarda Luttazzi, va detto che il motivo scatenante della sua cacciata è stato, più che le sue battute di satira politica, l'aver invitato in trasmissione il giornalista Marco Travaglio per presentare il suo libro sulle vicende giudiziarie di Berlusconi. Allievo di Indro Montanelli (quindi sicuramente bravo e non "sospetto di comunismo", anche volendosi prestare a questo gioco berlusconiano di un neomaccartismo fuori tempo massimo) e fustigatore intransigente dei corrotti, Travaglio è un giornalista poco amato anche a sinistra. La sua presenza all'Unità è malvista dal gruppo dirigente della quercia, che del resto considera ormai come un corpo estraneo il giornale di Furio Colombo, troppo critico nei confronti dell'editore di riferimento. Sulle pagine dell'Unità continuano a scorrazzare liberamente tutti i diessini critici, i girotondini, gli occhetto-dipietristi e ultimamente anche i nuovi fuoriusciti (protagonisti di quella saga interminabile che potremmo intitolare "Anno 2004: fuga dai Ds", e che ha visto andarsene un pezzo consistente dell'intellettualità di sinistra: dallo storico Nicola Tranfaglia al filosofo Gianni Vattimo, dal critico letterario e scrittore Alberto Asor Rosa ai senatori Antonello Falomi e Tana De Zulueta. E il 2004 è ancora lungo).
Una censura tira l'altra
Tornando alla televisione di Stato, c'è un altro giornalista (anch'egli, come Travaglio e Biagi, "non comunista") che ha subito una censura, questa volta addirittura preventiva. Massimo Fini era stato chiamato a condurre una trasmissione ("Cyrano") che doveva partire il 30 settembre 2003 su Rai Due, peraltro a tarda notte. Ma poche ore prima della messa in onda è stata soppressa. Fini racconta che il direttore di Rai Due Antonio Marano lo ha convocato dicendogli che il progetto gli piaceva, ma purtroppo c'era "un veto nei suoi confronti da parte di una persona cui non possiamo resistere". Un linguaggio che ricorda in modo inquietante quello del Padrino: "una proposta che non si può rifiutare". Anche Fini fa parte (e non da ieri) di quella lista nera di giornalisti scomodi che non possono parlare in Tv, neanche alle due di notte. Ma come lui ce ne sono tanti altri, come per esempio Giorgio Bocca, Curzio Maltese o Peter Gomez, per i quali la conduzione di una trasmissione non è stata mai neanche ipotizzata e che in televisione di questi tempi non si vedono mai.
E ancora: nel novembre scorso era previsto che Paolo Rossi fosse ospite a "Domenica in", ma poi all'ultimo momento l'invito è stato ritirato perché il comico voleva leggere alcune pagine di Pericle, dove il politico ateniese afferma che "un cittadino in nessun caso si occupa delle pubbliche faccende per risolvere le sue questioni private".
C'è poi un caso di censura evitata per un soffio, un tentativo non riuscito di intimidazione. Lo ha messo in atto la maggioranza contro Enrico Deaglio, che nella puntata del 4 gennaio 2004 dell'Elmo di Scipio, aveva intervistato Bill Emmott, direttore dell'Economist, il settimanale che ha fatto spesso infuriare Berlusconi (che infatti lo ha ribattezzato "Ecomunist"). Il periodico inglese da tempo pone domande ben precise e rivolge critiche argomentate al Cavaliere, che si rifiuta però di rispondere e ogni tanto fa anche partire una bella querela. Ma sono in pochi, anche tra i giornalisti, a scandalizzarsi per il fatto che il presidente del Consiglio non risponda mai alle domande considerate scomode. Insorge invece tutto il centrodestra quando qualcuno osa parlare di Berlusconi "senza contraddittorio", dimenticando di dire che il solo a rifiutare il contraddittorio è proprio il premier ("non vado in Tv a parlare con chi offende, insulta e mistifica").
Ultimamente i casi di censura si sono moltiplicati con una rapidità tale che anche le persone più indignate hanno cominciato a farci l'abitudine, tendendo a considerare ogni episodio di censura come un fatto che si compie in un lasso di tempo determinato: una notizia che resta di attualità per un certo periodo e poi diventa vecchia. Non è facile conquistare la percezione esatta del fatto che Enzo Biagi non è stato censurato nell'aprile del 2002 o, più genericamente, due anni fa, ma ogni giorno, dal-l'aprile 2002 fino a quando non gli sarà permesso di tornare in televisione. E così per tutti gli altri. Di censura però si parla ormai sempre meno e quei pochi che osano rompere la spirale del silenzio vengono trattati, nel migliore dei casi, come dei noiosi monomaniaci. Nelle settimane successive alla chiusura di "RaiOt", le manifestazioni e gli spettacoli di protesta (sotto lo slogan "Ora basta!") hanno visto scendere in piazza decine di migliaia di persone in tutta Italia. Si sono mobilitati numerosi intellettuali, artisti, giornalisti e politici. Ma, a parte qualche rarissima eccezione, per i quotidiani di questo paese non è successo assolutamente nulla. Dalla televisione, poi, il silenzio più assoluto. Segno indiscutibile di una stampa libera e obiettiva, cantava con ironia Antonello Venditti molti anni fa.
Sulla televisione si gioca la partita più grossa e quindi è lì che la censura è più feroce. I giornali invece li leggono in pochi, e comunque si tratta di persone politicamente già orientate, che scelgono di comprare un quotidiano anziché un altro. In quel caso - spiegano i sociologi - l'esposizione e la percezione sono molto più selettive. Ciononostante, anche nella carta stampata non mancano certo pressioni e intimidazioni. Nella maggior parte dei casi, però, producono un'autocensura da parte del giornalista che preferisce non pestare troppo i piedi al potere per non correre rischi.
Qualcosa però comincia a muoversi
Il 30 gennaio 2004 si sono tenuti a Roma gli "Stati generali dell'informazione e della cultura" (vedi Confronti 3/2004). In quella occasione è stato presentato il "Manifesto per la libertà dell'informazione e della cultura", un appello sottoscritto da numerose associazioni, movimenti e sindacati dove tra l'altro si critica la legge Gasparri, vista come uno strumento per consolidare l'assetto monopolistico dell'informazione. "In Italia - si legge nel manifesto - stanno diventando costanti l'omologazione, la rappresentazione a voce unica, l'intolleranza verso le opinioni critiche di ogni voce fuori dal coro, verso la satira e la pluralità di modelli culturali. Parti sempre più ampie della società civile sono emarginate o addirittura oscurate dai media più diffusi, a cominciare dal sistema radiotelevisivo nazionale". Si ricordano anche gli ordini del giorno e le indagini del Parlamento europeo a difesa del pluralismo e contro l'eccessiva concentrazione dei media in Italia.
Da allora qualcosa sembra essersi finalmente mossa anche in Rai, dove il 4 febbraio la vicedirettrice del Tg1 Daniela Tagliafico ha rassegnato le dimissioni in polemica con la linea troppo a senso unico, appiattita sulle tesi governative, del direttore Clemente Mimun. L'assemblea dei giornalisti del Tg1 ha approvato un documento di solidarietà alla Tagliafico, denunciando "il grave stato di tensione e intimidazione che si respira nell'azienda" e affermando che "autonomia e libertà di informazione sono minacciate da una dirigenza sempre più piegata al potere politico".
Anche grazie a questo episodio, è stata messa a nudo la cosiddetta "tecnica del panino" adottata dal Tg1 (ma anche dal Tg2) nel confezionamento delle notizie. In parole povere consiste nel far parlare prima il governo, poi l'opposizione, poi la maggioranza. L'opinione dell'opposizione viene schiacciata in mezzo, quindi perde totalmente di autorevolezza ed efficacia. Al di là della penalizzazione in termini di tempo (un terzo, contro i due terzi della maggioranza di governo nel suo assieme), il problema è proprio la collocazione. Ecco un esempio tipico di una notizia confezionata "a panino": oggi il governo ha approvato la legge "Trovatolinganno", l'opposizione ha protestato (due battute - spesso tagliate in modo tale da risultare incomprensibili o contraddittorie - di esponenti del centrosinistra, possibilmente inquadrati male), ma la maggioranza ha replicato che l'opposizione sa solo urlare perché non ha argomenti ed è in difficoltà ("e perché è una sinistra illiberale", quando a replicare è Schifani; oppure "perché è animata da odio cieco antiberlusconiano", quando invece è di turno Bondi).
Che fare dunque di fronte a questa situazione di quasi monopolio dell'informazione? Qualcuno propone il boicottaggio delle trasmissioni troppo indulgenti con Berlusconi e ostili verso l'opposizione. "Dobbiamo evitare di essere prigionieri del loro sistema della comunicazione: cominciamo a non andare più a Porta a Porta", aveva detto Sergio Cofferati. Messa così, però, sembra un po' troppo semplice: dato che il re è nudo, perché abbiamo scoperto il suo gioco, facciamogli anche scacco matto. Ma questo digiuno della Tv (una sorta di "Aventino mediatico") rischia però di essere un rimedio peggiore del male.
E intanto sta per iniziare una campagna elettorale, per le europee e le amministrative, senza esclusione di colpi: il presidente-candidato pare abbia rinunciato al progetto di abolire la legge sulla par condicio (niente spot, quindi), ma ha già prenotato tutti gli spazi possibili, cominciando a inondare le strade della Penisola con chilometri quadrati di cartelloni con il suo solito faccione sorridente. Ma a parte i due o tre milioni di persone che leggono quotidiani non governativi e gli "irriducibili" che guardano sempre Rai Tre, come fa il centrosinistra a raggiungere l'altro 90% di elettori che si informano solo per mezzo della televisione? Con i volantini ciclostilati?
Adriano Gizzi