La Pasqua cristiana

La risurrezione di Cristo non è un fatto da scoprire con l'indagine storica, ma un evento che si coglie nella fede e che vede all'opera il Dio di Gesù che non lascia alla morte la parola ultima."Confessare la risurrezione di Gesù è riconoscere la Sua signoria nella propria vita e nella storia".

Prima che nascessero i racconti evangelici dell'andata delle donne al sepolcro, della scoperta della tomba vuota collegata con l'annuncio celeste che il crocifisso non è più nel regno dei morti - "perché cercate il vivente tra i morti?" (Luca 24,5) - soprattutto ancor prima che si narrassero le apparizioni del risorto alle donne e ai discepoli, all'alba del movimento cristiano abbiamo le confessioni di fede, testimonianza ripetuta della risurrezione di Gesù. Sono confessioni di fede estremamente sintetiche e di questa esprimono il senso profondo, colto con gli occhi di fede.

La più antica, sembra, ha come protagonista attivo Dio che ha risuscitato Gesù, e Paolo precisa che Egli è intervenuto con azione potente, tipica di colui che secondo la tradizione ebraica, fatta propria dai cristiani nei loro primi scritti, è "il risuscitatore dei morti" (Rom 4,18): "Gesù fu crocifisso per la sua debolezza, ma è vivente per la potenza di Dio" (2 Cor 13,4). Ecco come l'apostolo parla del contenuto essenziale della fede dei primi credenti: "Se crederai con il tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dal regno dei morti (in greco: êgeiren ek nekrôn)…" (Rom 10,9); "Dio ha risuscitato il Signore" (1 Cor 6,14; cfr. anche per es. 1 Tes 1,10; 1 Cor 15,15; Rom 8,11). Da parte sua, più tardi, il libro degli Atti degli Apostoli contrappone l'azione risuscitatrice di Dio a quella mortifera dei crocifissori: questi hanno ucciso l'autore della vita, ma Dio lo ha risuscitato dal regno dei morti (3,15; cf. anche 4,10; 5,30; 10,39-40).

Di ugual segno sono le proposizioni passive: Cristo "è stato risuscitato (egerthê) da Dio per la nostra giustizia" (Rom 4,25); "quando dunque Cristo fu da Dio risuscitato dal regno dei morti" (Gv 2,22; cf. anche Mc 16,6; Mt 28,6; Lc 24,34; Rom 6,4, ecc.).

Non mancano però proposizioni, probabilmente più recenti, in cui Gesù è soggetto attivo della sua risurrezione: "Se crediamo che Gesù morì e risorse (anestê)" (1 Tes 4, 14); "Cristo morì/ fu sepolto/ è risuscitato ed è risorto (egêgertai)…" (1 Cor 15,3-5).

Come si vede, "nessuna descrizione dell'evento pasquale di cui nessuno è stato testimone - lo farà solo l'evangelo apocrifo di Pietro -, evento per se stesso inenarrabile, ma solo linguaggi della fede che ha una sua "intelligenza" (intellectus fidei) di quanto si crede con il cuore e si professa con la lingua - cf. Rom 10,9" (Barbaglio, Gesù ebreo di Galilea, pag. 527). Si tratta infatti non di evento storico, di cui scoprire con indagine storica le tracce, bensì di un evento "mitico" che vede all'opera il Dio di Gesù Cristo e che coglie il presente dell'uomo: la morte è stata vinta in lui e sarà vinta nella storia e nell'esistenza dei credenti.

Ho detto che le prime confessioni cristiane esprimono il senso e la portata della risurrezione di Cristo. Non si tratta di una semplice vivificazione del cadavere: in questo si differenzia dalle risurrezioni di Lazzaro, della figlia di Giairo, del figlio della vedova di Naim, che alla fine sono morti una volta per sempre. Significa non che Gesù è ritornato alla vita di prima, una vita mortale e caduca, bensì che gli è stata donata una "nuova vita", la vita del nuovo mondo atteso e sperato. Quale?

Anzitutto quella di "Signore": "Se confesserai con la tua bocca che Gesù è il Signore e crederai con il tuo cuore che Dio lo ha risuscitato, sarai salvato" (Rom 10,9). Così anche in Rom 14,9: "Per questo Cristo è morto ed è entrato nella vita, per essere il signore (kyrieusê-i) dei morti e dei vivi".

Dunque confessare la risurrezione di Gesù è riconoscere, a parole e a fatti, la sua signoria sulla propria vita e sulla storia: la sua esclusiva signoria, che mette fuori gioco "i signori" di questo mondo. Paolo in 1 Cor 8,5-6 dice: "Anche se ci sono dei cosiddetti dèi sia in cielo sia in terra - di fatto c'è una quantità di dèi e di signori - per noi invece c'è un solo Dio, il Padre, (…) e c'è un solo Signore, Gesù Cristo". L'idolatria del mondo e delle sue grandezze non può essere vissuta da colui che confessa Gesù come il suo solo signore: questa confessione implica che non piegherà le ginocchia davanti ad altri signori.

E poi, risuscitandolo, Dio lo ha fatto "spirito creatore di vita" (pneuma zôopioun) (1 Cor 15,45), dunque dotato della potenza vivificante di Dio stesso, con la quale egli risusciterà i credenti - il risuscitato è, nello stesso tempo, il risuscitatore -, ma anche dona vita nuova adesso a quanti gli si affidano. In breve, confessare la sua risurrezione vuol dire sperimentarlo come facitore della novità salvifica sperimentata nella fede e nell'amore e, ancor prima, sperimentare che questa novità è sempre di nuovo offerta. La confessione della risurrezione di Gesù non è possibile come conoscenza neutra e puramente oggettiva, riguardante cioè qualcosa che è avvenuto al di fuori e non tocca profondamente la vita dell'"affermante". Come tale non ha alcun senso. È invece testimonianza di un'esperienza fatta personalmente: esperienza di sorprendente "risurrezione" dal campo di esperienze mortifere e alienanti e di apertura alle sorgenti della vita, per cui non si è mai uomini finiti e la morte non ha l'ultima, ma solo la penultima parola nell'esistenza e nella storia umana. Esperienza attuale di "risurrezione" o meglio di "risurrezioni", vissuta però non in modo autarchico come performances delle proprie possibilità autonome, bensì come dono, come grazia di colui che è stato risuscitato quale nostro risuscitatore.

In breve, la fede nella risurrezione di Cristo consiste, in definitiva, nel viverlo come risuscitatore di noi stessi. Al di fuori di questa esperienza di personale "risurrezione", la risurrezione di Gesù non entra e non può entrare nel nostro campo visivo: per noi non esiste affatto, non è affatto avvenuta; è un non-senso.

Giuseppe Barbaglio