L'assassinio a Gaza - 22 marzo - dello sceicco Ahmed Yassin, capo spirituale di Hamas, ha messo in moto una tremenda escalation nel conflitto israelo-palestinese. Una escalation evidentemente calcolata. Ma che ha un prezzo devastante per l'intero Medio oriente.
Poche ore dopo che missili israeliani avevano assassinato a Gaza lo sceicco Ahmed Yassin, leader spirituale di Hamas, il premier israeliano Ariel Sharon ha rivendicato la piena legittimità di questa azione militare. D'altra parte, con l'eccezione del-l'Am-ministrazione Usa, i governi occidentali hanno duramente criticato questa "eliminazione mirata", compresi quelli tradizionalmente vicini a Israele ed oggi schierati nettamente a favore dell'intervento militare in Iraq, come quello presieduto da Tony Blair. Ma anche questa volta Sharon ha imboccato una strada e intende perseguirla con la determinazione che il mondo ha già conosciuto in passato. È una strada, però, che conduce all'abisso. Hamas è un'organizzazione complessa ed articolata che al suo interno ha sviluppato - tra l'altro - quella cultura del terrore che tante vittime ha mietuto nella società israeliana; ma non è una semplice formazione terroristica. Dal punto di vista palestinese Hamas è anche altro: scuole, ambulatori, una rete assistenziale spesso più efficiente e certamente meno corrotta di quella gestita dell'Autorità nazionale. Per molti palestinesi - temiamo per la maggior parte di quelli che abitano nella Striscia di Gaza - l'omicidio di Yassin legittima la strada della violenza cieca contro Israele; violenza per violenza, attentato per attentato, bomba per bomba. Non solo: dopo questo assassinio lo sceicco paraplegico che ha passato tanti anni nelle carceri israeliane, e che proprio Israele aveva liberato - un leader ispiratore di una strategia di fondamentalismo e di terrore - sarà definitivamente riconosciuto eroe e martire della resistenza palestinese: Hamas avrà così una nuova, solenne consacrazione di massa, a danno di tutte le forze moderate interne alla società palestinese. Un risultato devastante.
Sharon afferma che, dopo questa "eliminazione" Israele è più sicuro: non lo crediamo affatto. Al contrario - e lo diciamo con la sofferenza di chi sente la forza dei legami storici e culturali con quel popolo - Israele è ancora più esposto agli attentati; ed è anche più solo nel perseguire una strategia che la comunità internazionale critica e respinge. Da mesi Sharon parla di dolorose concessioni e di ritiro da Gaza: è questo che intende? Gli omicidi mirati, le incursioni che colpiscono civili, quel muro di separazione destinato ad impedire ogni compromesso territoriale? E che cosa ha detto Sharon sui temi veri che decidono della pace? Pensiamo alla necessità di creare un vero stato palestinese - non un aggregato di enclaves chiuse e divise da muri, strade e insediamenti israeliani; alla fine dell'occupazione militare israeliana di Gaza e Cisgiordania; alla condivisione di Gerusalemme come capitale di due stati; allo smantellamento degli insediamenti nei Territori; ad una soluzione equa per i profughi. Insomma che cosa ha detto Sharon su quei temi che invece l'accordo "informale" di Ginevra (2003) ha avuto il coraggio di affrontare e per i quali ha individuato altrettante soluzioni? Niente. Sharon non ha detto niente di chiaro e di impegnativo. Non pensiamo che il governo di Gerusalemme sia schizofrenico: semplicemente ha deciso che non è il momento della pace e pensa di potersi avvantaggiare di una disperata radicalizzazione della resistenza palestinese: quanto più sarà violenta e dissennata, tanto più sarà pesante e forse risolutiva la reazione israeliana. Un gioco al rialzo, una scommessa sull'escalation, una danza politica sull'orlo del baratro.
Ma chi pagherà il prezzo di questa politica sciagurata? E quale sarà il contraccolpo nel già devastato Iraq? E in Siria? E in Iran? Sono queste le domande che circolano anche nella società israeliana, in alcune significative componenti del mondo ebraico della diaspora, nelle cancellerie europee che hanno a cuore la sicurezza di Israele tanto quanto i diritti dei palestinesi. Pagheranno i due popoli che non avranno né sicurezza né giustizia, né pace né diritti. Solo vittime in più da piangere e nuovi "martiri" da celebrare: vorremmo tanto farne a meno.