Su iniziativa dei movimenti statunitensi, il popolo della pace è sceso in piazza per celebrare il primo anniversario dall'inizio della guerra in Iraq, chiedendo il ritiro delle truppe di occupazione. Nel nostro paese una delle manifestazioni più imponenti, con almeno un milione di persone per le strade di Roma.
L'esito della grande manifestazione pacifista del 20 marzo va salutato positivamente per varie ragioni, politiche e ideali. Dopo il sanguinoso attentato di Madrid, si è ormai diffuso in tutti noi un sentimento palpabile di angoscia: siamo purtroppo consapevoli che anche l'Europa, e le nostre strade, sono il bersaglio possibile di attentati micidiali. La vita quotidiana ne risulta radicalmente modificata. È significativo però che la reazione di paura sia stata sconfitta (o almeno fermata) e abbia prevalso il desiderio di partecipare ed esprimere la propria opinione. Il popolo della pace si è confermato un arcipelago complesso e variegato, con identità differenti, ma con una capacità reale di pesare sui sistemi politici e la realtà internazionale. Il successo delle iniziative in tutto il mondo lo conferma in modo autorevole. La volontà di spezzare il circuito infernale tra la guerra e il terrorismo, che dalla Cecenia al Me-dio oriente si alimentano ormai reciprocamente, ha provocato un fenomeno inedito, analizzato dagli osservatori più attenti (e spesso lontani dal popolo della pace). Come ha notato Eugenio Scalfari, su Repubblica del 21 marzo 2004, "il movimento pacifista [si avvia] a diventare una forza politica al di là della sua originaria natura di presenza testimoniale percorsa anche da venature ribellistiche".
A questa trasformazione hanno contribuito l'azione di intellettuali, gruppi politici organizzati e movimenti ecclesiali, ma anche il peso dei dati politici di queste ultime settimane. Dopo la vittoria elettorale, il leader socialista Zapatero ha annunciato il ritiro delle truppe spagnole dall'Iraq in tempi rapidi, se gli Usa non lasceranno il posto alle Nazioni Unite e ad una forza multinazionale, con una forte presenza della Lega araba. Si sono aggiunte subito le crescenti perplessità della Polonia sull'impiego del proprio contingente militare nella situazione irachena, e una presa di posizione molto netta e chiara di Romano Prodi. Il presidente della Commissione europea ha dichiarato che "a un anno di distanza dall'inizio della guerra in Iraq dobbiamo constatare che il pericolo del terrorismo non è diminuito. Il terrorismo, che doveva essere bloccato da questa guerra è infinitamente più potente di un anno fa" (il manifesto del 18 marzo 2004).
Come si vede, se si guarda alla sostanza delle questioni, la disputa, superficiale e viziata da strumentalità, sul ritiro immediato delle truppe militari dall'Iraq è lontana dalla realtà del dibattito. Con sfumature diverse, tutte le posizioni più razionali e meditate, dai movimenti pacifisti a quelle dei principali governi europei, convergono sulla necessità che la fine dell'occupazione militare Usa coincida non solo con un rinnovato impegno delle Nazioni Unite in Iraq, ma con un profondo ripensamento di tutta la politica multilaterale (in particolare con un diverso ruolo dei paesi arabi).
Il leader spagnolo lo ha ripetuto con chiarezza estrema: "La lotta al terrorismo deve basarsi su principi molto chiari: grande cooperazione e unità politica, e utilizzo degli strumenti dello stato di diritto, della legalità internazionale, tanto nell'ambito dell'Unione europea che delle Nazioni Unite. Il terrorismo non si vince, non si sconfigge con le guerre" (la Repubblica, 22 marzo 2004). Prima che sia troppo tardi, vanno messe in campo immediate iniziative che incidano su quelle zone del mondo, in cui le minoranze terroristiche trovano il bacino di incubazione: dalla Palestina alla Cecenia (e sullo sfondo c'è il nodo drammatico del sottosviluppo).
Vi è ormai consapevolezza diffusa che la tragica dottrina della "guerra infinita", tanto cara ai neoconservatori americani, e a chi in Italia agita lo spettro della "sindrome di Monaco", sta conducendo il mondo verso un baratro irrimediabile.
In questo contesto, è inqualificabile l'iniziativa di poche decine di facinorosi, che con la sciagurata contestazione al segretario Ds Piero Fassino hanno rischiato di annullare il significato politico della manifestazione. Questo gruppetto minoritario ha solo ottenuto l'effetto di favorire la distorsione mediatica operata dai grandi strumenti di comunicazione di massa: sui grandi giornali, e nei passaggi televisivi, il significato politico della manifestazione è stato oscurato a favore delle polemiche e dei botta e risposta su un episodio tutto sommato marginale.
C'è da augurarsi che nelle prossime settimane la discussione politica e il dialogo tra i partiti del centrosinistra e le varie componenti del movimento per la pace possa proseguire, isolando gli irresponsabili. Lo richiedono le aspettative dei cittadini e le urgenze della situazione europea e mondiale.
Umberto Brancia