L'urlo di Madrid

Il terrorismo globalizzato che ha colpito a Madrid è un demone moderno e violento privo di ogni logica politica. La tentazione è quella di militarizzare la politica, affidando alle armi l'equilibrio internazionale. Guerre che chiamano guerre. La strada è esattamente quella opposta: politicizzare i conflitti, e restituire all'iniziativa politica il suo spazio ed il suo ruolo. È quello che gli spagnoli, in un momento così difficile della loro vita democratica, hanno gridato all'Europa.

I duecento morti di Madrid a due anni e mezzo dall'11 settembre segnano una nuova svolta della strategia del terrore. Negli Usa furono colpiti i grattacieli delle multinazionali e il Pentagono, in Spagna le carrozze dei pendolari. Non è un cambiamento da poco: è il segnale che ormai il terrorismo globalizzato di Al Qaeda e dei suoi occasionali alleati non ha più solo obiettivi simbolici ma persegue la distruzione pura e semplice e la morte di massa come amplificatore mediatico. Siamo oltre ogni calcolo e ragionamento politico: per quanto inumano e perverso, l'attentato contro i simboli della finanza e del potere militare americano pretendeva di avere una funzione dimostrativa; tendeva a svelare la fragilità dell'impero ed a costruire il mito di nuovi eroi disposti a immolarsi nel nome di una causa divina, religiosa ed assoluta. Scorrendo le immagini dell'11 marzo non possiamo scorgere nessun simbolo imperiale ma solo i corpi di gente normale che andava a lavorare ed a studiare. Il ruolo della Spagna nella guerra contro l'Iraq non può essere in nessun modo proposto od accettato come "chiave" che spieghi o legittimi le stragi di Madrid, e non solo perché milioni di spagnoli - secondo tutti i sondaggi la maggioranza - sono da mesi contrari o critici riguardo all'intervento: una strage non bilancia una guerra sbagliata e assai debolmente motivata. Aggiunge violenza a violenza, morti a morti, deliri a deliri. Di fronte a noi c'è una verità scomoda e difficile: la crisi della logica politica, del ruolo di mediazione della comunità internazionale e degli organismi che essa si è data sta generando mostri potenti ed inquietanti. Uno di essi, oggi il più diabolico, è questo terrorismo globale che agisce usurpando il nome e la tradizione dell'islam, che colpisce senza mirare perché è contro tutto e tutti. Ognuno di noi è un possibile e legittimo bersaglio, chiunque non creda in un dio armato ed in un islam corazzato, in una fede esclusiva. In questi mesi, dunque, l'islam sta subendo la sua sfida più terribile, quella che vorrebbe espropriarlo della sua anima dialogica e plurale per farne una setta militaristica chiusa ed aggressiva. Sono milioni - l'assoluta maggioranza - i musulmani che restano atterriti di fronte a questa violenza sulla loro tradizione che li colpisce due volte: come cittadini che credono nei valori della convivenza e come credenti che vedono la loro fede ridotta a strategia di morte. Nei loro confronti, chi non è musulmano non può restare indifferente: c'è un dovere di solidarietà, di sostegno teologico, spirituale e politico che è ancora troppo debole. Dall'11 marzo ci deve essere ancora più chiaro che la difesa dei principi della civiltà e della convivenza passa anche per il sostegno all'islam della moderazione e del dialogo.

Ma una sfida analoga e speculare a quella interna all'islam sta vivendo anche il nostro occidente: oggi è particolarmente tentato, infatti, di militarizzare la politica internazionale e di risolvere crisi e conflitti ricorrendo alle armi. Soprattutto alle armi, esclusivamente alle armi. È forse l'errore più grave che l'occidente - espressione troppo generica certo, ma qui vogliamo indicare quel luogo fisico e culturale in cui la politica e la democrazia sono nate e si sono consolidate - potrebbe compiere. Non si tratta infatti di militarizzare la politica, ma di politicizzare i conflitti: la comunità internazionale e chi al suo interno dispone di più mezzi dovrebbero riscoprire le famose "armi della politica", quelle che sanno individuare la radice di un conflitto e tracciare il percorso per una sua soluzione ed un suo superamento. La dimensione militare e l'uso della forza potranno anche fare parte di questa strategia ma nel quadro di un processo politico.

Almeno per la crisi irachena, l'elezione di Zapatero può dare un impulso a questo processo: con apprezzabile chiarezza e coerenza, infatti, il neo premier spagnolo ha affermato che le Nazioni Unite devono divenire il garante del nuovo corso democratico iracheno. In caso contrario il contingente militare spagnolo abbandonerà il campo entro il 30 giugno. È una posizione chiara ed unitaria che altre sinistre europee non sono riuscite a raggiungere, così come è un richiamo - finalmente - alla logica della politica. Ben accolto in Spagna, con ogni evidenza; duramente e talvolta grossolanamente attaccato come "vittoria del terrorismo" dal centrodestra italiano. La polemica politica ci ha abituato a volgarità, violenze, menzogne, ma l'esito elettorale in Spagna ci ha svelato anche altre verità: ad esempio che in un sistema democratico la gente può reagire alle verità preconfezionate e politicamente orientate e che l'arroganza con la quale il governo Aznar ha inteso strumentalizzare a fini interni l'interpretazione della tragedia di Madrid in poche ore ha posto fine ad otto anni di governo dei popolari.

Chiedere un'iniziativa politica sull'Iraq tesa a restituire all'Onu il ruolo che gli è proprio e denunciare l'intervento unilaterale e avventato degli Usa e dei suoi alleati non è cedere al terrore di Al Qaeda: è ridare fiato alla politica per sconfiggere Al Qaeda e favorire un processo democratico in Iraq.

Gli spagnoli lo hanno capito e lo hanno gridato con una grandissima dignità morale in un momento tra i più cupi della loro storia democratica: noi italiani abbiamo l'enorme privilegio di poterlo capire già oggi, costruendo un'ampia unità contro il moderno demone del terrorismo globale. Perdere l'occasione è da irresponsabili.

Paolo Naso