All'interno del Museo del deportato di Carpi (Modena), viene esposta una mostra sul "volto ell'altro". Tra i volti, anche quello di alcune donne, velate secondo la tradizione islamica. E scoppia la polemica: antisemitismo". La ricostruzione dei fatti e l'opinione di una storica.
Il Museo del deportato di Carpi (Mo) organizza una mostra sul "Volto dell'altro" in cui appaiono le foto di due donne islamiche velate. Immediata ed inappellabile l'accusa di "antisemitismo" giunge sino al Centro Wiesenthal. Ma i conti non tornano: l'assessore "incriminato" è un protagonista del dialogo cristiano ebraico; il principale accusatore un amministratore di An. Ragioniamo.
Come suol dirsi, partiamo dai fatti. E i fatti sono che da alcuni anni il Comune di Carpi, in provincia di Modena, ha promosso una Fondazione che gestisce la memoria ed il progetto di recupero del Campo di Fossoli, uno dei luoghi di passaggio degli ebrei deportati verso i lager del centro Europa.
Un fatto importante, che costituisce una svolta dal momento che, per decenni, poco o nulla si è fatto per ridare a questo "luogo della memoria" la rilevanza che merita.
Un altro fatto è che sempre a Carpi, sorge il Museo del deportato, la cui gestione è affidata al Comune che, a sua volta, ha delegato all'assessore alla cultura, l'organizzazione di eventi culturali connessi con i temi della memoria della Shoà, dell'antifascismo e della promozione dei valori della tolleranza e della democrazia. Da quasi sette anni, assessore alla Cultura di Carpi è Brunetto Salvarani: firma nota ai lettori di Confronti sia per i numerosi interventi pubblicati sulle nostre pagine, che per il suo lungo impegno nel campo del dialogo interreligioso e che per la direzione di un periodico, Qol, centrato sui nodi teologici del confronto ebraico cristiano.
Un terzo fatto è che l'Assessorato, in una politica di rilancio del Museo e di promozione della Fondazione, ha bandito un concorso riservato a giovani artisti sul tema "Il volto dell'altro". L'espressione cita intenzionalmente l'ebreo lituano Emmanuel Lévinas e - come si legge nella presentazione dell'iniziativa - punta "alla valorizzazione di una memoria che o apre all'educazione al futuro e alla speranza o non serve a nulla".
Per illustrare il "volto dell'altro", alcuni artisti hanno proposto delle foto e, tra esse, quelle di alcune donne velate secondo la tradizione islamica. Queste foto sono state temporaneamente esposte, insieme ad altre, in alcune sale del Museo del deportato; altri spazi ospitavano invece un'altra mostra dedicata a Giorgio Perlasca, il fascista italiano che in un moto di generosità e di disgusto per quello che vedeva intorno a lui, riuscì a salvare dalla deportazione circa cinquemila ebrei.
Fatto numero quattro: il figlio di Perlasca - che incidentalmente è assessore in quota Alleanza nazionale presso il comune di Padova, visita la mostra e, sdegnato, scrive una lettera in cui tra l'altro si afferma: "Il Comune ha inserito, come scelta ideologica, sopra ogni frase, o meglio sopra ogni riferimento femminile della frase, la foto di una donna araba con il velo. Il significato è devastante; la Shoà viene equiparata alla situazione in Israele di oggi, gli ebrei di allora sono i palestinesi, i carnefici di oggi sono gli ebrei. Gli ebrei sono i nuovi nazisti. Siamo all'antisemitismo portato avanti da una istituzione ufficiale - prosegue Perlasca - ben più grave e piena di significati di qualche scritta sui muri di qualche "idiota" Trovare parole per esprimere il disgusto per tale situazione, è difficile".
Quinto ed ultimo fatto. Scoppia una polemica in cui intervengono, tra gli altri, le associazioni Italia-Israele, il Centro Wiesenthal, il ministro Giovanardi, il presidente della comunità ebraica di Roma. Per tutti e, prima di aver verificato i fatti, la loro fonte era la lettera di Perlasca. Ed in poche ore, l'amministrazione di Carpi e il suo assessore alla cultura si sono trovati iscritti nella lista degli antisemiti, dei revisionisti e dei nemici di Israele.
Per la cronaca dei fatti sono stati numerosi anche gli attestati di stima nei confronti di Salvarani e del suo sindaco. Il presidente dell'Unione delle Comunità ebraiche in Italia Amos Luzzatto, ad esempio, ha commentato: "Ho visto queste fotografie, non ho avuto l'impressione che ha avuto Perlasca. Conosco da molti anni l'assessore Brunetto Salvarani e il sindaco Demos Malavasi - ha ancora affermato -. Abbiamo ragionato insieme pacatamente sull'opportunità di quelle due foto, sul loro significato, sulle cause che hanno determinato una lettura fortemente negativa, e su come sarebbe stato possibile evitarla. Ho trovato in tutti e due un desiderio di collaborazione e di comprensione che non mi permette certamente di classificarli tra gli antisemiti".
Dopo i fatti, tre brevi considerazioni.
Innanzitutto Perlasca, e chi si è associato alla sua lettura della mostra, ha voluto vedere quello che non è possibile vedere. Ci ha visto la Palestina, l'associazione tra nazisti ed ebrei, l'antisemitismo di una istituzione ufficiale
Niente, niente autorizza queste conclusioni: le ragazze velate sono ragazze carpigiane, indossano un velo genericamente "islamico" e le loro foto si collocano dentro un percorso vario ed articolato di indagine sul volto dell'altro. È così difficile - ci si chiede - capire l'idea guida della mostra? È evidente, ed è pure scritto nel catalogo che la illustra ma forse vale la pena ribadirla: la Shoà è stata negazione del diritto alla diversità, all'alterità. Se vogliamo fare una memoria viva della Shoà dobbiamo, oltre che ricordare quello che è accaduto, educare alla diversità, a riconoscere "il volto dell'altro". E questo volto può essere anche quello di una donna di origine araba. In questa linea parlare di antisemitismo, e persino di rischi di antisemitismo, è del tutto fuori luogo. Chi lo fa persegue altri obiettivi, forse meno nobili di quelli dichiarati.
In secondo luogo sbaglieremmo a considerare questa vicenda una modesta querelle di periferia tra assessori politicamente ostili. In discussione è la "cultura della memoria", come si possa e si debba ricordare la Shoà: da una parte bisogna stare attenti a non snaturarne i significati propri ed esclusivi ma dall'altra, ci chiediamo, come fare della Shoà una "bussola" per capire i rischi e le sfide di oggi? In altre parole, in che rapporto sta la funzione della memoria con quella della costruzione di una società accogliente, tollerante, plurale? L'intangibilità della Shoà impedisce dei paralleli con altre situazioni storiche: ma allora, come possiamo tradurre la tragedia di ieri in lezione per oggi? È un grande tema etico e storico che, nella pagina che segue, affronta di petto una autorevole storica ebrea, Micaela Procaccia. Potrebbe essere l'inizio di un dibattito assai più rilevante delle polemiche sorte intorno a una lettura sbagliata e strumentale di due foto.
Infine una considerazione politica legata a una domanda. Non c'è un che di paradossale che un assessore di An accusi di antisemitismo un'amministrazione che ha fatto della memoria della Shoà uno dei pilastri della sua azione culturale? La risposta è secca: no, nessun paradosso, è semplicemente l'Italia di oggi. L'Italia della Lega Nord, l'Italia di Fini che cerca il suo definitivo riconoscimento con una visita in Israele, l'Italia che non riesce ad approvare una legge sulla libertà religiosa, l'Italia delle invettive anti-islamiche pronunciate da autorevoli parlamentari di governo, l'Italia che vuole riscrivere e circoscrivere la storia del fascismo. Insomma un'Italia in cui "laboratori" della memoria come quelli di Carpi - diciamolo pure, da sempre gestiti dalla sinistra - appaiono pericolose isole di controtendenza politica e storiografica. La destra si candida a gestire direttamente i centri, le fondazioni, gli istituti che in questi decenni hanno lavorato sui temi della memoria antifascista. In sé non sarebbe un male. Il problema, come sempre, è quello dei mezzi. E se per raggiungere questo fine si intende utilizzare i mezzi della diffamazione e della strumentalizzazione, il fine è già predestinato. Sarà un pessimo fine.
Paolo Naso